Il discorso del “multipresidente”
PAOLO BASSI
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Con o senza cravatta, il leit motiv del “presidente naturale” Luca Cordero di Montezemolo, non cambia. Il numero uno di Confindustria (ma anche presidente della Fiat, presidente e amministratore delegato della Ferrari, presidente e amministratore delegato della Maserati, presidente della Fieg – Federazione italiana editori giornali, presidente della Fiera Internazionale di Bologna, ecc. ecc.), proprio in veste dei suoi molteplici e prestigiosi incarichi è spesso protagonista di lunghi discorsi di fronte ad ampi e selezionati parterre. Ultimo in ordine di tempo, quello proferito al tradizionale convegno caprese di fine estate dei giovani industriali. Un intervento sicuramente più politico che tecnico. Per gli argomenti e le tesi esposte, così “sinistramente” simile a certi discorsi che si sentono fare in casa ulivista. E se vogliamo, così anti-leghista, visto che i commenti più critici sono stati fatti a due iniziative che partono proprio dal movimento guidato da Umberto Bossi: il federalismo e la nuova legge sull’immigrazione.
Andiamo con ordine.
Montezemolo, almeno a giudicare dalle sue esternazioni pubbliche ha sempre dato prova di non nutrire grande simpatia verso la devolution. E coerente come non mai, anche ieri è tornato sul preteso rischio che il Paese starebbe correndo: quello di finire «in un tunnel che ci conduca ad avere maggiori spese e minore efficienza». Poco importa che meno di 24 ore prima il ministro Calderoli, citando studi tecnici in materia (quelli dell’Isae), abbia ufficialmente fugato questa preoccupazione. Questa è la tesi dominante e così sia. «La nostra cautela - ha comunque osservato il leader del Cavallino rampante - non è un rifiuto” (bontà sua, ndr). Il problema è - ha però aggiunto - che nel corso degli anni, si è continuato a parlare di federalismo misulrandolo su basi ideologiche invece che di economia, efficienza e partecipazione». Troppo idealisti i federalisti, così impegnati a cambiare la società da dimenticarsi di fare quattro conti della serva. Secondo Montezemolo le Riforme andrebbero fatte con più attenzione ai conti e al portafoglio.
Chissà come mai però, quando attacca a parlare di immigrazione, il suo orientamento muta in maniera drastica: «La legge Bossi-Fini non funziona. Serve un approccio più liberale all’immigrazione. Oggi l’orientamento è troppo economicista. Si pretende che in Italia entrino solo coloro che hanno già un lavoro e se ne vadano quando il lavoro non c’è più. Serve una politica europea dell’immigrazione e a questo proposito contiamo molto su Rocco Buttiglione a cui vanno i nostri sinceri e interessati auguri». Attenzione attenzione. Le riforme non vanno bene perché sono troppo “ideologiche”. Mentre le politiche sull’immigrazione non funzionano perché lo sono troppo poco. Insomma, difficile credere che questo combinato disposto non voglia colpire in una certa direzione. Palesarlo forse, sarebbe stato più onesto. Siamo in democrazia, meglio parlare schiettamente, piuttosto che ricorrere ad aulici panegirici sul fatto che «la mobilità delle genti è stata e sarà una molla importante per l’integrazione dei popoli e per la crescita”. Sembra di sentire una predica di Don Mazzi. O forse tanto entusiasmo per la “mobilità” che aiuta la “crescita”, si spiega nel fatto che Montezemolo, abituato a frequentare casa Agnelli fin da giovane, ha inavvertitamente confuso il dramma degli sbarchi e l’emergenza clandestini con le politiche per il personale della Fiat, che con la “mobilità” ha sicuramente aumentato la “crescita”. Sì, la sua, sulle spalle della collettività. Scontato inoltre, che chi la pensa in questo modo “confidi” in Buttiglione. E ancora meno che si tratti di una fiducia “interessata”.
Infine, immancabile, un passaggio di respiro internazionale. Capitolo terrorismo. Ormai rapito dal suo sermone buonista don Luca da Maranello, unendosi agli inviti del presidente Ciampi, ha sostenuto la necessità «di coinvolgere i Paesi e gli ambienti islamici moderati per combattere il terrorismo» e di «resistere alle tentazioni di scontri di civiltà». Il rischio, sentenzia, «è di assistere sempre più inerti alla dilagante atrocità a cui ci sta abituando il terrorismo e il clima di guerra che alla generazione attuale sembrava appartenere ai secoli scorsi. Come conseguenza a questa situazione le società occidentali esprimono posizioni radicalizzate, intolleranza, discriminazione, rifiuto dei diversi».
Convinto di aver ormai commosso l’uditorio, l’estrema amara osservazione: «La mia è una desolata considerazione di un cittadino che vede riproporsi la spirale delle divisioni e della guerra proprio nel momento in cui si pensava ad un mondo globalizzato». Immigrazione incontrollata, guerra, crisi economica, terrorismo: sommessamente, signor multi-presidente, ci permettiamo una domanda: mai pensato che sia proprio la globalizzazione selvaggia una delle principali cause di tutte queste situazioni?
[Data pubblicazione: 03/10/2004]




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