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«Non è possibile assistere inermi alle violenze perpetrate» «La priorità è la sicurezza: molti preferiscono restare nei campi profughi piuttosto che rischiare di imbattersi nelle trappole dei janjawid, i combattenti arabi che scorrazzano a cavallo»

Inferno Darfur


Barbara Contini: fermare il massacro«Il Sudan è una pentola a pressione che sta per scoppiare»
«Necessario un coordinamento della cooperazione italiana impegnata nella regione» I comboniani lavorano con grande coraggio e hanno conquistato la stima dei sudanesi»

Da Milano Nello Scavo

«In Darfur ho visto l'inferno. Donne sfinite dalla fame e dalle violenze. Bimbi che muoiono di denutrizione. Epidemie mortali e crudeltà inaudite. Ma forse il peggio di quanto è accaduto in Sudan dobbiamo ancora scoprirlo». Dopo il pantano iracheno, dove è stata per sei mesi governatrice di Nasiriyah, Barbara Contini ha scelto le sabbie mobili del Sudan. In Africa è andata con le mostrine ufficiali: inviato del governo con l'incarico di coordinare la cooperazione internazionale italiana. «Non è possibile - commenta appena rientrata dalla prima missione - assistere inermi agli stupri: basta che le donne si allontanino dai campi per cercare legna o qualcosa da mangiare, che saltano fuori i miliziani. Non è possibile lasciar morire i bambini senza che arrivi un medico a salvarli».
Oltre un terzo dei sei milioni di abitanti della regione - grande quanto Francia, Belgio e mezza Germania messi insieme - sono stati coinvolti in quello che per molti osservatori è «il più spaventoso genocidio africano». Un Paese con un'aspettativa di vita che per gli uomini arriva a 54 anni, 57 per le donne. Il Sudan, popolato da 600 etnie, è ferito da cinque secoli di tensione fra le popolazioni di origine araba che considerano «inferiori» quelle dei neri.
In 18 mesi di combattimenti la guerra ha causato migliaia di morti, dai 30 mila ai 50 mila secondo le stime più accreditate. E nei giorni scorsi un Rapporto Onu ammetteva «l'inoperabilità» degli osservatori internazionali per il clima di intimidazione e la mancanza di un effettivo disarmo delle milizie janjaweed.
In che stato è il Darfur?
All'inizio mi hanno spaventato le cifre: due milioni di persone sono coinvolte nella tragedia dei profughi. Ci sono 134 campi di raccolta e moltissimi sono ancora senza controllo e aiuti costanti ed organizzati. Non vi sono dati precisi e questo la dice lunga sull'incubo del Darfur. In alcuni villaggi di profughi mancano ong o altri organismi internazionali, altri si t rovano in aree quasi inaccessibili e questo contribuisce ad elevare il rischio di epidemie come il colera. Qualcosa però finalmente comincia a muoversi: in diverse zone la polizia locale sorveglia i villaggi di rifugiati, è il primo importante risultato della presenza internazionale.
Come si deve intervenire?
Bisogna cominciare dalla sicurezza. La motivazione per cui la gente non torna nei villaggi da cui è scappata non è solo lo sconforto di chi si aspetta macerie e distruzione. Preferiscono restare nell'inferno dei campi profughi piuttosto che rischiare di imbattersi nelle trappole dei janjawid, i combattenti arabi a cavallo. In questo momento la prima cosa è intervenire per l'emergenza: cibo, teli per proteggersi dalle piogge e dagli insetti, assistenza sanitaria. Le condizioni igieniche sono spaventose.
È davvero la più grande catastrofe umanitaria d'Africa?
Certamente, la peggiore di questi anni. Calcutta, le favelas, le periferie disperate del Sud del mondo non hanno niente a che vedere con il Darfur disperato. In ogni luogo aleggia un clima di terrore. Per capire è sufficiente vedere quante madri fuggono da sole con i loro bambini. Gli uomini vengono passati per le armi.
Cosa sta facendo la comunità internazionale?
Ancora poco, anche se la presenza è aumentata. Ci sono organizzazioni non governative di ogni continente. E questo sta cominciando a smuovere qualcosa. Prima, ad esempio, non si riuscivano ad ottenere dalle autorità di Khartum i permessi per entrare in Darfur. Adesso non è più così, il governo centrale sa che non può più occultare il genocidio.
Quale ruolo ha assunto l'Europa?
Cominciamo col dire che il Sudan, non solo il Darfur, ma anche il Sud Sudan, può diventare il problema africano più esplosivo. Una polveriera che può trascinare nel baratro tutta l'Africa, e gli europei devono comprenderlo subito. E poi guai a dimenticare che dentro alla crisi sudanese si muove anche l a strategia del terrorismo internazionale. Tutti sanno, per fare un esempio, che a Khartum c'è un giardino "regalato" da Ossama Benladen. Lo ripeto: quello è un Paese nel quale si giocano le mosse decisive pe il futuro del mondo. Il problema è complesso quanto lo scenario iracheno e la voce univoca dell'Europa stavolta non può mancare. Occorre disinnescare la bomba mantenendo nervi saldi, mediando con determinazione. Perché in ballo ci sono interessi contrastanti.
È il caso della Cina, che importa dal Sudan il 6% del petrolio e che nel Paese Africano ha stabilito importanti industrie. Ed anche degli Usa - per niente contenti dell'invadenza cinese - che inoltre indicano il Sudan tra i sette stati-canaglia insieme a Corea del Nord, Cuba, Iran, Iraq, Libia, Siria. È così?
Gli interessi della Cina e quelli degli Usa non collimano, ma di certo per tutti fallire in Sudan significa incendiare l'Africa, e questo non conviene a nessuno, soprattutto non conviene proprio a Cina e Stati Uniti.
Dentro a questa cornice incandescente quale posto ha la Cooperazione italiana?
Secondo me la Cooperazione deve intervenire nelle aree dove le organizzazioni non governative non riescono ad arrivare, sostenendo i loro progetti e contribuendo a realizzarli anche su più larga scala. Cosa che singoli organismi da soli non potrebbero fare. Non possiamo lasciare interi villaggi con migliaia di rifugiati senza assistenza. Vorrei promuovere anche una campagna di sensibilizzazione attraverso i mezzi di comunicazione, per spiegare all'opinione pubblica quanto sia importante intervenire in Sudan.
La nuova Finanziaria però non lascia presagire nulla di buono per le casse delle ong.
Quando ho accettato questo incarico ho chiesto garanzie sui finanziamenti che occorrono al nostro lavoro. So che ci verranno messi a disposizione dei fondi dei quali stiamo determinando l'entità.
Il suo incarico è anche il segno di un cambio di rotta nella politica degli interven ti umanitari?
È necesasrio passare dagli aiuti «a pioggia» a quelli mirati. La mia proposta è di mettere insieme i progetti, gli operatori delle ong, e valutare come insieme si possono realizzare programmi di cooperazione. È quello che già fanno Francia, Germania, Gran Bretagna e Stati Uniti. Ritengo che questo cambio di mentalità sia utile anche per le straordinarie iniziative italiane.
Nei prossimi giorni riferirà al sottosegretario Alfredo Luigi Mantica e al ministro plenipotenziario Giuseppe Deodato sulla sua missione. C'è un episodio che più di altri spiega l'inferno Darfur?
In ognuno dei campi muoiono per fame o denutrizione non meno di tre bimbi al giorno. Gli aiuti non bastano. Non dimenticherò mai quella madre che con le poche forze rimaste si è arrampicata a un albero riuscendo ad afferrare un uccellino che svolazzava: «Questo è quello che dobbiamo dare da mangiare ai nostri figli. Non abbiamo altro».