....Ulivo fa il tifo
Che Bush il cowboy abbia pareggiato nella sua semplicità il confronto con Kerry il politician mostratosi in tutta la sua abilità, e che si avvii a vincere il mandato salvo sorprese oggi implausibili, è cosa su cui non vale perdere tempo prezioso e spazio.
Più interessante la piena adesione di Kerry, il senatore del Massachusetts e beniamino dei liberal, alla dottrina della guerra preventiva.
Piena adesione, letterale, come potete leggere nel testo che pubblichiamo nell’inserto, ma anche ad alta voce e assertiva nel tono per chi l’ha ascoltata in tv.
Interessante non solo per un motivo provinciale, cioè europeo, insomma perché così i liberal continentali la pianteranno di stare a seccarci con la “cabbala ebraica dei neoconservatori che hanno dirottato la politica estera americana”, ma per altre ragioni. Questo giornale ha cercato di affermare in solitario per mesi una tesi che sembra reggere alla prova dei fatti: la guerra al terrorismo islamista non solo è un fatto, e non un’opinione, ma è una decisione del popolo americano dopo l’11 settembre, del sistema americano nella sua interezza, della macchina americana regolata dai pesi e contrappesi, non una volitiva scelta dell’amministrazione Bush.
Su tutto oggi possono dividersi in pubblico i leader che hanno un mandato o aspirano a un mandato negli Stati Uniti, sulla fretta di invadere l’Iraq, sul posto più o meno eminente che spetta alla diplomazia, sul piano strategico nel dopoguerra, sul numero di truppe necessario, sul percorso di qui alle elezioni e dopo, ma non sull’essenza del problema, quell’essenza che ha sollevato in Europa lo scandalo delle anime candide e benpensanti: la guerra preventiva, appunto, come diritto-dovere di autodifesa nello scontro asimmetrico con il terrorismo islamista e con la rete statuale di protezione che lo alimenta, lo finanzia, lo fa crescere.
L’America è divisa sui dettagli, mentre la divisione con la Francia e con la superpotenza pacifista è sulla sostanza delle cose. Bisogna prenderne atto, riflettere su questa circostanza, e regolarsi di conseguenza.
Non c’è molto spazio per posizioni furbe e sghembe, e se anche per miracolo Kerry fosse eletto presidente, dopo una mezza dozzina di giorni di gloria all’insegna del ritrovato multilateralismo, l’Europa furbetta e riluttante, e anche quella che sta decisamente dall’altra parte, dovrebbe fare i conti con la cocciuta realtà di un paese che, chissà perché, non accetta di essere il bersaglio immobile dell’attacco fondamentalista e reagisce unito senza compromessi.
da il Foglio del 2 ottobre
saluti




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