Maggioranza battuta alla Camera sull'età minima dei senatori

Governo battuto alla Camera su un emendamento, presentato da Elio Vito, presidente dei deputati di Forza Italia, che proponeva di modificare il diritto di voto passivo al Senato federale, ovvero l’età minima per essere eletti. L’emendamento presentato dal centrodestra si proponeva di confermare l’attuale norma costituzionale (art.58), che prevede un minimo di 40 anni per essere eletti in Senato. Un eventuale sì avrebbe modificato l’articolo 4 del provvedimento sulle riforme costituzionali licenziato dalla Camera. Il sì, come detto, non c’è stato. Respingendo l’emendamento presentato da Elio Vito, l’articolo 4 della riforma federale, che fissa a venticinque anni l’età minima per candidarsi al futuro Senato federale, non viene toccato.

Un lungo applauso ha sottolineato il risultato fissato dal tabellone dell'aula della Camera: favorevoli 218, contrari 222. Quattro voti di margine, ottenuti grazie al contributo di una “pattuglia” di deputati di Fi, An e anche di un leghista, a cui si sono aggiunte otto astensioni. Sei deputati di Fi (Crosetto, Iannuccilli, Lorusso, Saro, Savo e Zama) Santanchè e Maceratini per An e Giorgio Guido Rossi (Lega Nord) si sono dissociati dal voto di maggioranza, mentre tra gli astenuti figura anche Luigi D'Agrò, dell’Udc. «La consideriamo una grande vittoria – esulta il diessino Piero Ruzzante – che rende meno illogico il disegno di riforma del governo, secondo il quale a 18 anni si può diventare presidenti del Consiglio ma non ci si può candidare alla Camera». Il commento di Calderoli: «A questo punto la volontà del Parlamento mi pare individuata». Poi il ministro minimizza e taglia corto: «Sono altre le questioni grosse».

Intanto, finisce di fatto l'epoca del bicameralismo perfetto. La bozza del ministro delle Riforme, Roberto Calderoli, sul nuovo procedimento di formazione delle leggi è pronta. È pronta e riflette in pieno, a livello di iter legislativo, la trasformazione dell’Italia in repubblica federale. Ma veniamo alla sostanza: la bozza del ministro leghista prevede che la Camera sarà competente per le leggi relative alle materie sulle quali lo Stato esercita la potestà esclusiva. Il Senato federale, invece, per le norme riguardanti la potestà concorrente, dove lo Stato detta i principi fondamentali nell’ambito dei quali legiferano le Regioni. In entrambi i casi, palazzo Madama e Montecitorio possono proporre entro 30 giorni modifiche sulle quali il ramo del Parlamento competente decide in maniera definitiva. Resta un briciolo di bicameralismo perfetto per quanto riguarda alcune materie come legislazione elettorale, norme generali sulla tutela della salute e sui diritti civili e sociali. Per questi temi non cambierà pressoché nulla, rispetto alla disciplina vigente.

Ciò che suscita perplessità, molte perplessità, è il ruolo del governo. L’esecutivo, infatti, avrà la possibilità di proporre sui testi in discussione al Senato le modifiche ritenute “essenziali” per l'attuazione del programma. Essenziali è un termine molto generico, sostengono i costituzionalisti, e il rischio che s’intravede è che il governo possa intervenire ogni volta che riterrà necessario di farlo. Ci sono, insomma, pochi paletti. Inoltre, l’esecutivo avrà il potere di trasferire il provvedimento alla Camera, qualora l’Assemblea di palazzo Madama non accetti le sue proposte. E qui, l’attività del Senato federale viene limitata notevolmente.

Nella riforma dell’iter legislativo è previsto anche un aggiustamento che sa tanto di “contentino” per il presidente della Repubblica. «Qualora il governo – si legge nel nuovo testo Calderoli – ritenga che modifiche ad un disegno di legge, sottoposto all’esame del Senato, siano essenziali per l’attuazione del suo programma, il presidente della Repubblica può autorizzare il primo ministro ad esporne le motivazioni al Senato federale».

Altro problema: il ruolo delle Regioni. Il Senato federale non è collegato con gli enti locali. Il progetto di riforma costituzionale, infatti, non prevede che rappresentanti delle Regioni partecipino alla composizione ordinaria del nuovo Senato federale. Essi, tuttavia, concorrono ad eleggere i componenti dì organi costituzionali o di rilevanza costituzionale. Ma questo potere di nomina non basta e tra i governatori delle Regioni si è creato uno schieramento “bipartisan” contrario a molti aspetti della riforma di Bossi e Calderoli. Tra coloro che più denunciano la marginalità delle Regioni c’è un uomo di destra come Francesco Storace. E questo fa capire come stanno le cose.

Il rimedio approvato dal governo per fronteggiare l’emergenza è poco incisivo. Sembra più che altro un’alchimia. L’Aula di Montecitorio, martedì, ha approvato l’articolo 3 del progetto di legge federalista, che modifica l’articolo 57 della Costituzione, che dà il via libera al senato federale “allargato”. L’articolo prevede che ai lavori del Senato, il cui numero di componenti, eletti su base regionale, diminuirà (dagli attuali 315 a 215 senatori), potranno partecipare anche due rappresentanti per Regione, uno espressione del Consiglio regionale, l’altro del Consiglio delle autonomie locali – che comprende sindaci, presidenti di Provincia e di città metropolitane – di ciascuna regione. In tutto ci sarà una pattuglia di 42 senatori «delle Regioni e delle Autonomie», che non avrà però diritto di voto. Le cose non cambiano, quindi.

Veniamo alle reazioni del centrosinistra. «Calderoli si rassegni», ha detto Carlo Leoni, capogruppo Ds in commissione Affari costituzionali, in merito al ddl di riforma costituzionale in votazione nell’Aula di Montecitorio. «Il ministro Calderoli – aggiunge Leoni – sbaglia e sbaglia di grosso. L’opposizione conduce in commissione la stessa battaglia di merito che conduce in aula. Sia in commissione che in Aula, al di là di singoli e parziali emendamenti, il nostro giudizio sulla cosiddetta “riforma” è negativo e grave. Se al ministro questo giudizio non è ancora chiaro – conclude l’esponente diessino – oltre in commissione e in aula glielo faremo capire con il referendum che abrogherà questo pasticcio che non serve agli italiani, ma a regolare i conti nel centrodestra». L'unica posizione vagamente dissonante, è quella di Rutelli, che proprio oggi ha rilasciato un'intervista al Corriere in cui sostiene che «su terrorismo, Onu e riforme si può dialogare».

Il vicepresidente dello Sdi, Roberto Villetti, si sofferma invece sulla questione “Lega” e sul potere di ricatto del partito di Bossi. «Di fatto ci troviamo di fronte a un tira e molla dentro la stessa maggioranza che si riflette in una serie di incongruenze e di contraddizioni evidenti. Il governo è stato sospinto dalla Lega in un labirinto dal quale non riesce a trovare la via di uscita».