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  1. #1
    W Charles A. Lindbergh 21.5.1927
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    la Terra, quarta via, presso l'Unione Nazionale per la Giustizia Sociale - Fronte Cristiano. NO AL NAZISMO DISUMANO; NO AL FASCISMO LIBERTICIDA; NO AL CAPITALISMO SFRUTTATORE; NO AL COMUNISMO ATEO.
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    Predefinito Ecco di chi è la colpa dell'aumento del prezzo del petrolio

    dal sito dell'OPEC:
    http://www.opec.org/
    la colpa dell'aumento del prezzo del barile di petrolio è:
    • i disordini in Nigeria, nella regione del Delta del Niger;
    • gli uragani in America;
    • le vicende del complesso petrolifero privato russo;
    • le continue violenze in Irak.

    è tutta colpa loro:

    i ribelli del Delta del Niger

    Ma fatemi il piacere
    Prosit


  2. #2
    W Charles A. Lindbergh 21.5.1927
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    Ore 14,00 del 5.10.2004:
    il costo di un barile di petrolio è arrivato a 50,48 dollari. Nuovo record storico
    Prosit


  3. #3
    colleziono trofei
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    Meno male che abbiamo l'euro forte.

    Pensate voi cosa costerebbe la benzina in lirette svalutatissime dopo la crisi economica col petrolio a 50 dollari il barile.

    Da spararsi.

  4. #4
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    I FUTURES DEGLI SPECULATORI AMMANIGLIATI CON GEORGE NO ....EHHH????
    su questo forum è meglio non rispondere ai fessi!
    PURTROPPO GLI ITALIANI SI BEVONO QUALSIASI MINCHIATA, DA SEMPRE (CETTO LA QUALUNQUE)

  5. #5
    W Charles A. Lindbergh 21.5.1927
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    In Origine Postato da brunik
    Meno male che abbiamo l'euro forte.

    Pensate voi cosa costerebbe la benzina in lirette svalutatissime dopo la crisi economica col petrolio a 50 dollari il barile.

    Da spararsi.
    Economicamente il discorso fila, il problema vero è che gli euro in pochi ne hanno abbastanza, vanno tutti ai commercianti
    Prosit


  6. #6
    W Charles A. Lindbergh 21.5.1927
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    http://www.globalmagazine.org/view.php?id=3
    Petrolio
    Guerra Globale
    Il fondo del barile
    La partita del greggio tra le cinque potenze del Consiglio di Sicurezza

    Simona Bonsignori
    L’unica arma di distruzione di massa che l’Iraq possiede con certezza è il Petrolio.
    Esso detiene, infatti, circa l'11% delle riserve mondiali (112.5 miliardi di barili), immensi giacimenti di gas naturali, e giacimenti petroliferi inesplorati che potrebbero raddoppiarne la capacità fino a raggiungere la supremazia saudita (25%). Estrae un greggio di alta qualità con una conseguente riduzione dei costi di produzione che lo trasforma in una delle risorse più convenienti al mondo. La crescente domanda, che ridurrà nei prossimi 10-15 anni le scorte in molte regioni, attribuisce al petrolio iracheno, scarsamente sfruttato a causa dell’embargo, un'importanza strategica in ascesa nel mercato energetico mondiale.
    Potenzialmente l’Iraq - come l’Iran, che ha tuttavia chiuso le esportazioni verso gli Usa - costituisce la migliore opportunità di investimento in campo petrolifero oggi esistente. Per questo tutte le compagnie del mondo sperano di ottenere i diritti di sfruttamento dei suoi ricchi giacimenti.
    La geopolitica del secondo Novecento è stata disegnata sull’appropriazione delle risorse-chiave di petrolio, e il principale obiettivo degli Stati Uniti dalla fine della II Guerra Mondiale è la conquista del "libero accesso" alle riserve del Golfo. Controllare il Medio Oriente significa avere il controllo sul 65% delle riserve mondiali di petrolio.
    Il controllo sul petrolio iracheno e sul Golfo Persico gioca, infatti, un ruolo essenziale sugli interessi degli Stati Uniti e della Gran Bretagna.
    Cinque sono le Compagnie che dominano l'industria petrolifera mondiale: le statunitensi ExxonMobil e ChevronTexaco; le inglesi Royal Dutch-Shell e BritishPetroleum-Amoco; la francese TotalElfFina. La Exxon Mobil, la più grande, garantisce agli Usa un ruolo di predominio. Seguiti dalla Gran Bretagna e, con un grande distacco, dalla Francia. Considerando che Usa e GB agiscono in piena autonomia rispetto alle sanzioni delle Nazioni Unite - attraverso le quali, anzi, hanno tenuto i rivali in stand by concedendosi un grande vantaggio - e che sono la base delle quattro maggiori compagnie petrolifere mondiali, non si può ignorare la relazione tra la politica delle sanzioni e il loro interesse corporativo.
    Queste compagnie hanno controllato i tre quarti della produzione irachena fino alla nazionalizzazione del Iraq Petroleum Company nel 1972. Dopo dieci anni di tensione tra queste e il governo, l'Iraq cercò di coinvolgere l'industria petrolifera internazionale per ottenere il pieno controllo delle proprie risorse rivolgendosi, in particolare, ai francesi e ai russi.
    Oggi Stati Uniti e Gran Bretagna devono riguadagnare la precedente posizione per non pregiudicarsi la leadership nel settore. Ma anche altri Stati (e compagnie) sperano di conquistarne il controllo; questi sono principalmente la Francia e la Russia, ma anche Cina, Germania e Giappone.
    Tutti i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza - Usa, Gran Bretagna, Francia, Russia, Cina - hanno multinazionali petrolifere con interessi in Iraq e in competizione per il controllo del petrolio. Negli anni '90, infatti, Hussein stipulò contratti per la riattivazione dei giacimenti rovinati dalla Guerra del Golfo, e di sfruttamento dei giacimenti per il dopo sanzioni con la russa Lukoil, la China National Petroleum Corporation (Russia e Cina nel 1997), la France TotalFinaElf , ma i risultati si rivelarono insufficienti e molti progetti sono sospesi dalle sanzioni in corso.
    -La Russia vanta un credito nei confronti dell’Iraq di circa 7/8 miliardi di dollari, contratto prima della Guerra del Golfo. Un suo eventuale appoggio alla guerra potrebbe essere subordinato, dunque, a una garanzia Usa a tutela del credito. L'opposizione irachena (INC) sollecita, nel frattempo, il governo russo a intraprendere il dialogo con le forze contrarie al regime. Ma un accordo con una delle forze di opposizione rappresenterebbe un’incognita rischiosa essendo arabi, kurdi e turkmeni già il conflitto tra loro per chi eserciterà il predominio sul maggior giacimento iracheno (il Kirkuk) nel dopo Saddam.
    -La TotalElfFina, che aveva negoziato i diritti di sfruttamento del giacimento di Majnoon vicino al confine iraniano (circa 30 miliardi di barili), si è vista sospendere l’accordo nel luglio 2001 a causa dell'adesione della Francia alle sanzioni.
    -La Cina ha limitate risorse di idrocarburi contrapposte a uno sviluppo rapidissimo, il suo fabbisogno sta passando dal milione di barili al giorno del 1999 ai 6 nel 2020 che ne farà uno dei maggiori importatori mondiali. La sua strategia è sia l’importazione di greggio dal Medio Oriente che l’acquisizione di impianti petroliferi e di gas all'estero.
    Forte rilevanza strategica, acquista, in questo scenario la Turchia. Parte finalmente il progetto di oleodotto Baku-Ceyhan, 1700 km di collegamento tra il Mar Caspio e il Mediterraneo passando attraverso la Georgia. Ex alleato statunitense, la Turchia ha oggi come interlocutori privilegiati Europa e Russia, importa il greggio dall’Iran, e potrebbe servire Israele svincolandolo dalla mediazione americana sui rifornimenti energetici.
    Infine, anche se ufficialmente bandite dall’Iraq all'inizio degli anni ‘80, compagnie statunitensi hanno importato, tramite terzi e talvolta al mercato nero, fino a 1 milione di barili al giorno di petrolio iracheno.
    Il tracollo del regime e l'opportunità di gestire il governo del dopo Saddam darebbe, quindi, a Usa e Gran Bretagna un grosso vantaggio sui concorrenti. E il prevalere dell’opzione di intervento militare diretto porrebbe immediatamente Exxon, Shell, BP e Chevron in controllo del boom del petrolio iracheno. Per questo gli Stati Uniti stanno preparando un “governo di transizione” affidato, probabilmente, al generale capo del Comando centrale delle forze Usa. Un “protettorato statunitense” che allude ai governi militari in Giappone (6 anni) e in Germania (4 anni) alla fine della II Guerra Mondiale. Nello stesso tempo le altre compagnie, escluse da questo scenario, intavolano trattative con le opposizioni. Ma l’Iraqi National Congress ha comunicato a settembre che gli accordi saranno tutti da rivedere, dichiarandosi, anzi, a favore della costituzione di un Consorzio coordinato dagli Usa per lo sviluppo dei giacimenti petroliferi iracheni.
    Ma la campagna dell'amministrazione Bush contro Saddam, pur offrendo enormi possibilità ai giganti del petrolio, sta creando rischi ed incertezze al mercato globale che si ripercuotono sull’oscillazione delle quotazioni ($28 a barile). Nonostante, negli ultimi 10 anni, gli Stati Uniti abbiano importato più da Messico e Venezuela che dalle regioni del Golfo, Saudi e Iraq restano i paesi attraverso cui esercitare il controllo sul prezzo. Le campagne militari, dunque, rappresentano un fattore determinante per la quotazione mondiale del greggio, che subirebbe una variazione a ribasso se l’Iraq si ritenesse libero dai vincoli imposti dall’OPEC, provocando una caduta degli investimenti esteri in altri paesi.
    Dall’Europa agli Stati Uniti la protesta contro la guerra ha oggi un proprio slogan no blood for oil. E una grande forza, quella del consumatore. Scegliere tra oro nero e energie alternative, scegliere di usare i gas naturali come fonte energetica di transizione, abbassare i propri consumi, è difficile ma non impossibile. Gonfiare le fila di quella critical mass che è, oggi, solo una pratica simboleggiata, ad esempio, dall’uso delle biciclette per congestionare il traffico, potrebbe diventare domani una nuova forma di vita. Verso un economia all’idrogeno, per dirla come J.Rifkin, il carburante perpetuo e non inquinante che ognuno di noi potrebbe autoprodurre secondo il proprio fabbisogno, scardinando così tutti i rapporti di forza delle attuali politiche e del mercato.
    Prosit


  7. #7
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    Predefinito Re: Ecco di chi è la colpa dell'aumento del prezzo del petrolio

    In Origine Postato da Fernando
    dal sito dell'OPEC:
    http://www.opec.org/
    la colpa dell'aumento del prezzo del barile di petrolio è:
    • i disordini in Nigeria, nella regione del Delta del Niger;
    • gli uragani in America;
    • le vicende del complesso petrolifero privato russo;
    • le continue violenze in Irak.

    è tutta colpa loro:

    i ribelli del Delta del Niger

    Ma fatemi il piacere
    Scusate,

    Non diamo a George Bush II the I colpe che non ha (già ne ha tante).

    Il prezzo del petrolio è ridicolmente basso, così come sono bassi tutti i prezzi delle materie prime, comparativamente ai rendimenti intollerabilmente alti del capitale finanziario.

    I prezzi stracciati delle materie prime sono lo strumento con cui il "libero " mercato saccheggia i popoli dei paesi in via di sviluppo.

    Per le risorse energetiche fossili tale politica di requisizione finanziaria non è possibile perchè :

    - il petrolio è allo stato dell'arte troppo strategico ed irrinunziabile ; e comunque

    - oramai è quasi finito, e sugli ultimi barili prevale la legge della domanda e dell'offerta.

    Per questo, chiunque ancora ne controlla un po' non lo molla per quattro fogli di cartaccia verde, ma cerca di evitare di dover vendere ai prezzi attuali ed attende i migliori. Ciò vale per i paesi produttori (la Russia, che stoppa ed incarcera la Yukos ; i
    peones nigeriani, con qualche sabotaggio ; il Messico che da la colpa a Jeannie, etc etc).

    Anche i petrolieri profittatori voglioni far impennare i prezzi (e qui ritorna in scena il cespuglio ; come noi dicemmo già due anni fa, sostenendo che la guerra sarebbe servita a portare il prezzo del barile ad 80 $ / barile). Erano fantasie di provincia ; mi dicono che il prossimo prezzo di equilibrio starà attornoa i 150.

    Comunque, è nel miglior interesse di tutti noi che il poco petrolio rimasto sia carissimo, affinchè non se ne sprechi più in cazzate tipo autotrazione ed il poco rimasto venga conservato per la petrolchimica, i fertilizzanti e l'agricoltura.

  8. #8
    Totila
    Ospite

    Predefinito

    Non vorrete mica insinuare che gli USA hanno invaso l'Iraq per il petrolio, vero?!
    Bush ha massacrato l'Iraq solo per renderlo libero (con le truppe che lo occupano), democratico (con un presidente senza legittimazione popolare) e felice di essere bombardato...

  9. #9
    W Charles A. Lindbergh 21.5.1927
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    Predefinito e chi ci guadagna

    http://www.eni.it/eniit/eni/internal...00_2004/@29SAV|0?xoidcmWopk&lang=it
    Eni: Relazione Semestrale 2004 - Confermato l’utile netto di 3.424 milioni di euro
    Il Consiglio di Amministrazione dell’Eni ha approvato oggi la relazione semestrale al 30 giugno 2004. Il conto economico consolidato conferma l’utile operativo di 5.782 milioni di euro (+13,1% rispetto al primo semestre 2003) e l'utile netto di 3.424 milioni di euro (+10,8%), già resi noti il 29 luglio 2004 in esito all'esame della relazione trimestrale al 30 giugno 2004.

    Conto economico consolidato (milioni di euro)
    anno 2003 1°sem.'04
    Ricavi della gestione caratteristica 25.937 28.230
    Altri ricavi e proventi 414 539
    Costi operativi (18.647) (20.590)
    Ammortamenti e svalutazioni (2.592) (2.397)
    Utile operativo 5.112 5.782
    Oneri finanziari netti (40) (49)
    Proventi (oneri) netti su partecipazioni 80 156
    Proventi straordinari netti 155 347
    Imposte sul reddito (1.940) (2.490)
    Utile di terzi azionisti (277) (322)
    Utile netto 3.090 3.424

    Prosit


  10. #10
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    Predefinito

    http://www.eni.it/eniit/eni/internal...ariato&lang=it

    Ripartizione dell'azionariato Eni per area geografica risultante dal pagamento del dividendo 2002

    Azionisti in percentuale:

    Italia (incluso il Ministero dell’Economia e delle Finanze) 62,18%

    UK e Irlanda 7,98%

    Altri Stati UE 17,37%

    U.S.A. e Canada 4,32%

    Resto del Mondo 2,44%


    Più di un terzo dell'ENI non è italiano! Più di un decimo è degli anglofoni! Un quinto è degli altri!
    Prosit


 

 
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