O per meglio dire un senso lo avevano: quello d'umiliare la Chiesa.
Cito un'ottima recensione del medievalista Pierandrea Moro ed evidenzio un passaggio della stessa.
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Nell'ottavo centenario della conquista di Costantinopoli da parte di un esercito crociato salpato verso Oriente per liberare il Santo Sepolcro a bordo di una flotta veneziana (1204-2004), sono molte le iniziative che si sono avvicendate in ricordo di quel controverso quanto clamoroso episodio. Una settimana intera di convegni, ad esempio, ha impegnato a Venezia nello scorso mese di maggio i maggiori esperti della IV crociata in dibattiti i cui toni, spesso accesi, ben hanno testimoniato come siano ancora forti le polemiche sulle interpretazioni storiche intorno a quella somma di eventi che portarono al sacco della capitale bizantina ed alla costituzione del fragile (visse meno di sessant'anni) impero latino d'Oriente.
In particolare, da sempre la storiografia si divide sulle reali intenzioni della spedizione voluta nel 1198 da papa Innocenzo III, sulla sostituzione dell'obiettivo "Gerusalemme" con quello di Costantinopoli, sul ruolo avuto, proprio nella deviazione dell'attacco, dalla flotta veneziana guidata dal doge in persona, il novantenne cieco Enrico Dandolo, o sull'influenza che ebbero sul corso delle cose le lotte di potere intestine alla famiglia imperiale dei Comneni.
Su questo insidioso terreno si è avventurato il giovane storico Marco Meschini, che con il volume "1204 L'incompiuta. La IV crociata e le conquiste di Costantinopoli" (Ancora Editrice, Milano 2004, 18,50 eur) ricostruisce, nella prima parte, l'incalzante successione degli avvenimenti, mentre nella seconda, attraverso l'analisi delle fonti, fornisce alcune risposte interpretative, ridimensionando sia il massacro che sarebbe avvenuto ad opera dei crociati dopo la caduta della città, sia la dimensione della frattura fra Oriente e Occidente, che si sarebbe determinata a causa di piani preordinati cattolico-romani di conquista, per Meschini però del tutto inesistenti.
Apparirebbe, così, assai sproporzionato anche il mea culpa pronunciato ad Atene da Giovanni Paolo II nel 2001 per questa ferita, inferta al mondo greco nel XIII secolo, più dal concorso di eventi imprevedibili che dai calcoli politici di un suo predecessore.
Comunque andarono le cose è certo che Venezia non si lasciò sfuggire l'occasione. Anzi tutto patteggiando, in cambio di una dilazione per il pagamento dell'enorme cifra pattuita per il trasporto delle truppe crociate, la prestazione di aiuto per la riconquista della città di Zara, che con l'appoggio degli ungheresi si era resa autonoma da ogni tutela veneziana. Quindi, ponendo saldamente le basi con la presa di Costantinopoli per una decisiva espansione dei propri commerci e dell'intera economia veneziana. Dalla IV crociata, infatti, il doge Enrico Dandolo ("mult sages et moult prouz", molto saggio e molto abile, come annota nel suo antico francese il cronista Geoffroy de Villehardouin, testimone oculare degli avvenimenti) poté fregiarsi del titolo di signore di un quarto e mezzo dell'Impero di Romania, acquisendo con esso la diretta sovranità su molti porti e su molte isole del Levante mediterraneo. Mentre prima i veneziani avevano solo colonie nelle città costiere d'Oriente con concessioni dai governi locali di autonomie di vita e di lavoro per i propri mercanti, ora si era invece aggiunto al territorio originario del dogado, cioè alla striscia lagunare alto adriatica, il primo nucleo di ciò che verrà chiamato lo "stato da mar", il cui completamento sarà la faticosa ma straordinaria opera secolare della Repubblica Serenissima.
Pierandrea Moro




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