L'INTERVENTO DI GIANFRANCO FINI AD ASSISI
Considero un grande onore parlare di San Francesco d’Assisi, Patrono d’Italia, in questo luogo simbolico e suggestivo, così ricco di spiritualità, e in questo giorno, il 4 ottobre, da sempre caro alla memoria degli italiani. Come è noto, il Parlamento ha intenzione di ripristinare il 4 ottobre come festa nazionale dedicata alla promozione di quei valori evangelici e civili che da sempre sono connessi alla figura di Francesco d’Assisi. Poche figure hanno avuto sullo spirito umano una influenza così grande come San Francesco d’Assisi, e pochi uomini hanno esercitato un influsso così forte sulla vita spirituale e culturale della nostra Patria. San Francesco è stato definito il più santo degl’Italiani e il più italiano dei santi.
“In tutti gli aspetti della sua poliedrica fisionomia – ha scritto Padre Gemelli - san Francesco rappresenta il popolo italiano, e in ogni momento della sua vita il popolo italiano può ritrovare se stesso”.
Tanto maggiore è stata l’influenza di Francesco, tanto più varie, e discordanti sono state le interpretazioni della sua figura, a volte fino a travisarne o a deformarne l’insegnamento. Quello che viene definito lo “spirito francescano” è innanzitutto una sintesi armonica, una sorta di coincidenza degli opposti. Francesco riuscì a realizzare l’unione armonica tra il divino e l’umano, tra il soprannaturale e il naturale, tra l’ideale religioso e quello civile.
Non a caso, il francescanesimo ereditò i valori del mondo cavalleresco e cortese, che all’epoca si avviava verso un lento tramonto, e li armonizzò con i valori del mondo cittadino, che si avviava a una costante ascesa.
Tutti sanno che lo spirito francescano si riassume nella scelta della povertà, non solo individuale ma anche collettiva. Ma la povertà francescana non è svalutazione delle cose umane, isolamento dal mondo, rifiuto della vita. Essa ammira i beni terreni, ma vi rinuncia; contempla le bellezze del creato, ma non ne gode.
Essa è simbolo di una vita umile, che stima e persegue solo l’“unico bene necessario”. Anche per questo San Francesco fu veramente un “operatore di pace” (Mt., 5,9). Egli riportò la pace fra i ceti sociali, tra città e città, tra clero e popolo, tra Chiesa e Stato, e perfino tra uomini e belve, come dimostra il celebre episodio del lupo di Gubbio. Come la povertà, anche la pace era da lui desiderata come un mezzo, non come un fine, e come un mezzo al servizio del bene comune. Lo riprova il fatto ch’egli non condannò mai la legittima difesa, sia del singolo che della comunità.
È bene ricordare che Francesco e i suoi successori non fecero mai opera di dissuasione dal portare le armi per difendere i giusti e gli umili. Non lo fece presso i cavalieri del Santo Sepolcro, affiliati per regola al terz’Ordine secolare, né presso illustri terziari francescani, che erano anche capi militari, come Giovanni di Brienne, il valoroso principe di Gerusalemme che godette dell’amicizia personale di Francesco, conosciuto proprio sul campo della quinta Crociata.
Il famoso divieto di portare armi, stabilito nel 1228 per il terz’Ordine secolare francescano, confermato poi da Papa Niccolò IV, suonava così: "I fratelli non portino con sé armi offensive, se non per difesa della Chiesa Romana, della fede cristiana, o anche della loro terra, o con il permesso dei loro ministri".
Ciò dimostra che la regola francescana intende proibire non tanto l’uso delle armi, quanto l’aggressione armata. Questa giusta nozione di pace è quanto mai importante in un’epoca come l’attuale, insanguinata da conflitti di ogni tipo, ed in cui la libertà e la sicurezza devono essere difese ogni giorno da chi, in divisa, è al servizio del bene comune.
I frati minori, custodi di questa Basilica ed eredi dello spirito francescano svolgono (e dovranno svolgere sempre di più) un ruolo di equilibrio e di orientamento delle coscienze in questa direzione.
Nel francescanesimo c’è un’altra verità paradossale: fu proprio il movimento religioso più ascetico che influì più degli altri nella vita del suo e del nostro tempo.
Francesco diede vita a un vero e proprio apostolato civile, per cui può essere considerato come un riformatore sociale del suo tempo. Francesco viene talvolta raffigurato come una sorta di rivoluzionario ante litteram, ma il santo non istigò mai alla rivolta sociale, anzi, ripeteva continuamente che bisogna preoccuparsi non della salvezza dei corpi ma di quella delle anime.
Guardandosi bene dall’aizzare la cupidigia e l’invidia dei poveri e dei deboli contro i ricchi e i potenti, Francesco esortò sempre i diseredati a pazientare dignitosamente, insegnando loro non la superbia dei diritti, ma l’umiltà dei doveri. Francesco quindi non predicò sommosse civili, né lotte di classe, ma anzi, cercò sempre di garantire la concordia e l’armonia. Nel trattare coi potenti, Francesco per regola "teneva saggiamente conto delle condizioni sociali di ognuno" e manifestava uno scrupoloso rispetto per le autorità del suo tempo, sia laiche che ecclesiastiche.
Fu questo prudente realismo che permise al francescanesimo di essere fra gli ispiratori del grande movimento cristiano che promosse, a partire degli inizi dell’Ottocento, la difesa sociale e sindacale e il miglioramento economico delle classi meno abbienti.
Questo realismo, questo spirito di equilibrio, permise a Francesco di svolgere una missione presso il sultano d’Egitto, Malik al Kamil; una missione che, sebbene fallita nel suo tentativo fondamentale, che era quello di convertire al cristianesimo il principe islamico, ebbe come effetto quello di rendere possibile una presenza pacifica dei cristiani in Terrasanta, al punto tale che da sempre i figli della famiglia francescana hanno il compito della custodia dei luoghi sacri, per speciale ed antico privilegio che si fa risalire per l’appunto all’impressione ed al rispetto che anche presso i musulmani il Santo di Assisi seppe suscitare.
È con questo stesso spirito, radicato nel patrimonio spirituale francescano, che dobbiamo oggi affrontare il confronto con le altre culture e le altre religioni per un fecondo incontro ed un autentico contributo alla pace, alla verità e alla libertà, senza che questo significhi in alcun modo una rinuncia alla nostra identità.
È in questa prospettiva, che va letta l’istituzione della giornata nazionale del dialogo tra le religioni, approvata lo scorso 23 settembre dalla Camera. Si tratta di un significativo segnale di fiducia in un momento che vede prevalere forme di fanatismo estranee alla nostra tradizione religiosa e civile. Il fanatismo è estraneo ad ogni tradizione religiosa autenticamente interpretata e vissuta. Al riguardo è stato bello ascoltare ieri il grande Imam del Cairo Mohamed Tantawi, che ha avuto nette ed esplicite parole di condanna per chi, col terrorismo, offende la cultura islamica.
Nella figura di Francesco, tutti gli uomini, anche i non credenti, possono vedere realizzate, “in maniera esemplare - sono parole di Giovanni Paolo II - quelle cose alle quali essi maggiormente anelano, tuttavia spesso senza riuscire a raggiungerle nella loro esistenza: e cioè la gioia, la libertà, la pace, l’armonia e la riconciliazione tra di loro e tra gli uomini e le cose”.
Fonte : Secolo d'Italia




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