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    Talking Caso Indymedia: innondiamo l'FBI di e-mail !

    I responsabili di Indymedia invitano a chiedere spiegazioni sul sequestro dei server di Indymedia al Federal Boureau of Investigation.

    Sommergiamo questo indirizzo di e-mail :
    info@fbi.gov <info@fbi.gov>

    http://www.italy.indymedia.org/

  2. #2
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    il sequestro di indymedia parte dal viminale Post #1 di 4

    L'Fbi precisa: il sequestro del server di Indymedia voluto dal Viminale
    di red

    «Sul server sequestrato a Rackspace, la società che mette in rete Indymedia, erano contenute tutte le informazioni relative al caso di Genova. Siamo molto preoccupati». Laura Tartarini è un avvocato del Genova Legal Forum. La raggiungiamo telefonicamente per farci spiegare i motivi del sequestro e il perché del coinvolgimento italiano in questa vicenda. «Purtroppo non sappiamo molto – ci spiega – Oltre alle poche cose diffuse dall’Fbi non c’è stata fatta nessun altra comunicazione». A Genova sabato mattina gli operatori di Indymedia e gli avvocati si sono riuniti per capire come muoversi. «Due nostri colleghi sono partiti immediatamente per Londra –aggiunge Laura Tartarini- Siamo in contatto e speriamo di potervi al più presto dire di più».

    Cala il silenzio sulla vicenda Indymedia, il sito che dà voce al movimento antimperialista. Silenzio anche da parte del governo italiano, che secondo quanto affermato da un agente dell’Fbi, Joe Parris, intervistato dalla France Presse, sarebbe direttamente coinvolto. Come? L’Italia insieme alla Svizzera avrebbe chiesto all’Autorità giudiziaria americana di intervenire per oscurare Indymedia. L’ordine di sequestro, quindi, non è partito dagli Usa (che a quando pare hanno solo mantenuto fede agli accordi di collaborazione tra l’America e il nostro paese).

    «L'intervento -ha detto l’agente Parris- e' stato fatto a nome di paesi terzi». Parris ha anche precisato che questi "paesi terzi” sono l'Italia e la Svizzera e ha aggiunto che l'iniziativa del ministero della Giustizia americana non e' stata altro che «un aderire agli obblighi legali contenuti nei nostri trattati di assistenza reciproca».

    La sospensione delle attività locali dei siti di Indymedia rischia, a questo punto, di diventare un giallo. Giovedì scorso, lo ricordiamo, gli agenti dell’Fbi si sono presentati presso le sedi americana e inglese di Rackspace, l’azienda che fornisce i server che ospitano molti siti locali di Indymedia, per eseguire un ordine ben preciso: farsi consegnare, immediatamente, i server web di Indymedia.

    Questi i siti attualmente disabilitati: Amazzonia, Uruguay, Andorra, Polonia, West Massachusetts, Nizza, Nantes, Lilles, Marsiglia (vale a dire, come specificano quelli di Indymedia, tutta IndyMedia Francia) Euskal Herria (Paesi Baschi), Liegi, Antwerpen (vale a dire tutto il Belgio), Belgrado, Portogallo, Praga, Galizia, Italia, Brasile, Regno Unito e per finire Germania.
    La Rackspace, parlando con volontari di Indymedia, ha dichiarato di «non poter fornire ad Indymedia alcuna informazione riguardante questo ordine di sequestro».

    Nel sito italiano di Indymedia un comunicato informa i navigatori di quanto accaduto: «Giovedì 7 Ottobre 2004, alle 18 circa, l’Fbi si è presentata presso la sede statunitense e quella inglese di Rackspace, l'azienda presso la quale risiedono i server che ospitano molti siti locali di Indymedia, fra cui Italy.indymedia.org. Gli agenti hanno richiesto il sequestro delle due macchine ed hanno preteso la consegna dei dischi, portandoseli quindi via. Attualmente non abbiamo informazioni ulteriori, nemmeno sui motivi che hanno portato a questa operazione. Siamo in attesa di tornare online con una macchina di riserva, avendo attualmente perso molto del materiale presente su Indymedia».

    E dal mondo politico arriva l’interrogazione parlamentare urgente del senatore dei Verdi, Fiorello Cortina, che chiede al governo di chiarire il ruolo del nostro paese nella vicenda che ha portato alla chiusura del server inglese della rete di Indymedia. «Ho rivolto una interrogazione urgente al governo italiano e al ministro Stanca affinché - prosegue Cortiana – si attivino per garantire sia la riapertura del server che la tutela dei diritti di comunicazione sulla rete. Questa violazione della libertà di pensiero e di espressione arriva proprio mentre è ancora aperta la conferenza mondiale sulla società dell'informazione promossa dall'Onu, a Ginevra nel 2003, e che si concluderà a Tunisi nel 2005».

  3. #3
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  4. #4
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    Una versione ridotta del sito è tornata online
    Indymedia, Stanca: il web non è una zona franca
    Il ministro dell'Innovazione e delle tecnologie: la rete è spazio di libertà ma non può essere utilizzata per reati
    MILANO - Si dibatte ancora tra le difficoltà la versione italiana di Indymedia il sito di informazione alternativa i cui server americani e britannici sono stati posti sotto sequestro dall'Fbi. Il sito è riuscito infatti a tornare online in una forma ridotta.

    La versione italiana dela sito di Indymedia (Liverani)
    STANCA - «Internet non è una zona franca per i reati». È questo il commento all'oscuramento del sito di Indymedia, rilasciato dal ministro per l'Innovazione e le tecnologie Lucio Stanca, componente anche della task force appena costituita all'Onu da Kofi Annan per la gestione di Internet. «La rete è un grande spazio di libertà e come tale va salvaguardato, e proprio per questo non può essere una zona franca per reati che vanno perseguiti come quelli che si perpetrano negli spazi e con le modalitá tradizionali», ha proseguito Stanca. «Se c'è stato un intervento dell'autoritá competente, ossia la magistratura, è evidente - ha osservato Stanca - che ci sono motivi validi che giustificano questa iniziativa, che come tale va rispettata». Infine, il ministro ha sottolineato che «l'oscuramento riguarda un sito che offende la memoria di eroi caduti per mano di terroristi».

 

 

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