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Risultati da 1 a 2 di 2
  1. #1
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    Predefinito Le Diverse Anime Uliviste: No Global, New Global, Si Global!

    ti consideri no glabl, new global, o "si global"

  2. #2
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    Arrow Per maggiore chiarezza....

    Aggiungo uno specchietto sui 3 fenomeni...

    Globalizzazione

    Per globalizzazione si intende l'estensione e la diffusione di una quantità sempre crescente di dispositivi simbolici, materiali, tecniche, procedure, discorsi, logiche e prodotti potenzialmente fruibili su scala mondiale. La globalizzazione sta ad indicare le nuove forme assunte nel mondo dal processo di accumulazione di capitale, soprattutto in questa fine secolo dalla triade Usa, Giappone, Unione Europea per creare un unico mercato e per ottenere profitti su scala mondiale.


    Il fenomeno della globalizzazione implica l'interazione di dinamiche complesse ed è caratterizzato dal comune confluire di processi non solo economici ma anche politici, sociali e culturali; la ricerca di spazi globali si è verificata nella storia per rispondere ad esigenze conoscitive, esplorative, militari oppure è legata alla tendenza a trasmettere idee, valori e fedi religiose ma il tema della globalizzazione e l'analisi delle sue conseguenze occupano un ruolo di primo piano nella storia dell'800 e del '900 perchè è soprattutto in questo periodo che le spinte globalizzatrici hanno trovato la loro massima diffusione grazie all'apporto delle nuove tecnologie.



    Nell'analizzare la globalizzazione e il rapporto tra gli Stati e la globalizzazione è essenziale tenere in considerazione il fatto che economia, politica, cultura e società sono strettamente interdipendenti e l'evoluzione di uno di questi fattori comporta la trasformazione degli altri.

    I processi di globalizzazione in atto si muovono tra locale e globale, in uno spazio che Mc Luhan ha definito col fortunato ossimoro di "villaggio globale" per descrivere la situazione contraddittoria in cui viviamo. I due termini dell'enunciato si contraddicono a vicenda, il "villaggio" esprime qualcosa di piccolo, mentre "globale" sta a significare l'intero pianeta.

    L'analisi della proliferazione su scala mondiale di catene di fast-food, parchi di divertimento, club-vacanze, ecc., ha suggerito al sociologo Ritzer di identificare la globalizzazione con la Mcdonaldizzazione. Ritzer è convinto che la Mcdonaldizzazione non si limiti alla ristorazione ma sia ormai estesa "alla scuola, il mondo del lavoro, i viaggi, l'alimentazione, la politica, la famiglia", ovvero ad ogni settore della società. Ritzer definisce la Mcdonaldizzazione come un processo di omologazione e spersonalizzazione che con i suoi prodotti occupa un posto di primo piano nella cultura di massa.

    - Gli osservatori anglosassoni degli scenari globali, cresciuti alla scuola della cultural theory, hanno preso le distanze dalla teoria della "McDonaldizzazione" di Ritzer. Gli autori della cultural theory, quali Robertson e Appadurai, usano il termine glocalizzazione per indicare il processo di fusione tra globale e locale in cui le dinamiche economiche, politiche e culturali si sviluppano.

    Il termine globalizzazione designa una fenomenologia composita rappresentabile secondo la seguente classificazione: globalizzazione come processo, globalizzazione come fatto o risultato concreto, globalizzazione come campo di forze in atto. E' bene distinguere tra i termini capostipiti dell'intera famiglia: globalizzazione, globalità e globalismo.

    Come già detto possiamo usare il termine globalizzazione per definire la combinazione di processi economici, politici, sociali e culturali, che hanno come effetti :

    la formazione di un mercato finanziario globale;

    l'aumento dell'incidenza delle nuove tecnologie per lo scambio di beni e servizi;

    l'iperconcorrenza, ovvero un'accentuata competitività agevolata da processi di liberalizzazione, di privatizzazione e di deregulation;

    lo sviluppo di un'informazione che insieme al contemporaneo progresso dei mezzi di trasporto unifica il mondo per ridurlo alla dimensione di "villaggio";

    la formazione di una cultura globale, cultura in cui il peso dei singoli apporti riflette la capacità di influenza delle varie nazioni componenti;

    la perdita di rilevanza dello Stato o del sistema nazionale come punto di riferimento fondamentale nello scenario economico e politico nel nuovo assetto globale.

    Globalità significa: viviamo da tempo in una società mondiale e la rappresentazione degli spazi diviene fittizia; parlare di confini ha sempre meno senso perchè il mondo restringendosi grazie alle opportunità offerte dalle nuove tecnologie allarga le possibilità di trasferimento per persone, merci e idee. La globalità è la nuova condizione della nostra era che da, anche ai Paesi più isolati, nuove finestre sul mondo grazie ai progressi tecnologici (l'esempio è emblematico di finestra sul mondo è Internet).

    Possiamo usare il termine globalismo per definire qualcosa di simile ad una visione del mondo, ad un punto di vista che segue l'ideologia del neoliberismo e che sostiene la centralità del libero scambio e di un commercio mondiale per aumentare i redditi dei Paesi e migliorare le condizioni di vita in tutto il mondo.

    Il fenomeno della globalizzazione riguarda un concetto di piena portata dicotomica; mentre per i suoi fautori, la globalizzazione presenta aspetti positivi, per i suoi detrattori è dominato da tratti negativi. Per i primi la globalizzazione è una forza positiva, che si nutre di due elementi di fondo, il commercio internazionale e la tecnologia, per diffondere opportunità e benessere a strati sempre più ampi di popolazione mondiale. Per i secondi la globalizzazione è una forza negativa, che favorisce i soliti pochi (i ricchi e le multinazionali) e penalizza i più creando disuguaglianze e ingiustizie.

    Rispettando questa dicotomica posizione la globalizzazione assume maggiore rilevanza mediatica in occasione dei vertici e delle manifestazioni antiglobalizzazione.

    Il panorama teorico occidentale è oggi dominato dai due seguenti paradigmi portanti:

    il liberalismo economico ritiene essenziale la libera iniziativa individuale per il funzionamento di un sistema economico, poiché gli interessi dei singoli si armonizzano nel mercato tramite la libera concorrenza e il libero scambio, portando alle condizioni di massimo benessere generale;

    il neocomunitarismo è una tendenza di pensiero politico affermatasi negli Usa a partire dagli anni '70 che invoca il ritorno alla comunità come veicolo di valori condivisi per rafforzare i legami sociali che mettono in relazione gli individui tra loro e si oppone al liberalismo di cui critica l'individualismo come teoria sociale.

    Nello scenario globale in cui operano accanto allo Stato nuovi attori politici, assumono particolare rilievo anche le organizzazioni internazionali quali il Wto, l'Ocse, il Fmi, ecc.

    In questa epoca in cui la realtà è in costante movimento si può tracciare la mappa dei nuovi conflitti da cui nascono tre diversi processi a doppia faccia, nel senso che ognuno in sé porta il suo contrario: superare le principali sfide della globalizzazione e risolvere la complessità di tale fenomeno sono i nodi più importanti da sciogliere. Il primo processo è costituito dall'opposizione tra il concetto di globalizzazione dei fenomeni e quello di localizzazione dei fenomeni. Il secondo processo consiste nella dicotomica relazione tra la spinta della massificazione e quella della individualizzazione. Il terzo processo riguarda lo scontro tra il criterio della razionalizzazione e quello della razionalità valoriale.

    Fenomeno No-Global

    Da dove erano venuti fuori quei 300 mila in gran parte giovani che il 21 luglio hanno invaso le strade di Genova e che il giorno prima, avevano assediato gli otto grandi e in almeno 10 mila, si erano scontrati per ore con la polizia fino a che uno di loro non fu colpito a morte da un colpo sparato dalla pistola di un carabiniere? De Gennaro, uomo accorto, poliziotto di antica esperienza ha sbagliato nella previsione ma forse ha delle giustificazioni. Tutto sommato non poteva prevedere visto che a Seattle, nei giorni che hanno dato il nome al movimento, i contestatori erano appena in 30 mila, e l'anno precedente nella stessa Genova alla fiera delle biotecnologie solo 10 mila. Vero che in marzo a Napoli contro il Global forum si presentarono in 30 mila e c'erano stati Praga, Quebec City, Goteborg ma nulla lasciava prevedere il boom anti-G8.

    Sono esplosi in maniera così inattesa che ancora oggi non hanno un nome. Popolo di Seattle è datato: troppe cose sono successe dopo la battaglia nella città della Microsoft; No global, come normalmente vengono chiamati è sbagliato visto che ripetono fino allo sfinimento di non essere contro la globalizzazione. No Global, in origine significava No Global Forum ed è stata una delle prime proteste che ha visto il movimento italiano in azione. Popolo di Genova potrebbe racchiudere tutto, compresi i 250 mila che hanno sfilato per la pace ad Assisi o i 200 mila del 10 novembre a Roma contro i bombardamenti in Afghanistan anche se la sigla che li racchiude è quella del Social forum italiano erede del disciolto Genoa Social Forum.

    Non hanno un nome e nemmeno è possibili riunirli sotto un comun denominatore dal punto di vista delle problematiche di cui si occupano né del modo che hanno di portare le loro proteste nelle piazze.

    Il movimento, nella sua parte italiana, racchiude sostanzialmente due anime spesso in polemica feroce fra di loro: una cattolica, pacifista che raccoglie le cooperative e le associazioni che agiscono nel sociale, nelle parrocchie con la Rete Lilliput e le Acli, la laica Arci con i suo milione di aderenti e la Legambiente oltre a decine di altre. Una rete di associazioni solidaristiche, contraddistinte da una fortissima motivazione morale , cui va aggiunta Attac l'organizzazione nata in Francia per promuovere la Tobin Tax. Erano quelli, per capire, visti con le mani dipinte di bianco alzate verso la polizia che li caricava intorno alle zona rossa al vertice genovese.

    Poi il Laboratorio dei Disobbedienti come si sono definiti. Una vasta area che mette insieme i centri sociali e altre strutture della sinistra antagonista comprese le ex Tute Bianche di Luca Casarini (si sono sciolte proprio durante i giorni del G8) o i campani della Rete No Global Forum e i giovani di Rifondazione comunista. Impegnati sui temi dell'immigrazione e più generalmente sociali (dal lavoro, alla casa) questo spezzone di movimento non esclude a priori lo scontro con le forze dell'ordine e teorizza la pratica della "disobbedienza civile". In sostanza i "disobbedienti" si bardano di scudi e imbottiture di gommapiuma e cercano di superare i divieti e le zone rosse erette a difendere i vertici che loro vogliono impedire. Pratica non violenta, dicono loro schermandosi dietro la scusa che non hanno intenzioni offensive. Pratica che in realtà dà il via alla reazione della polizia che, se contenuta porta a "simulazioni" di scontri, se eccessiva porta a scontri violenti fino a tragedie tipo quella di piazza Alimonda dove morì Carlo Giuliani.

    A completare la rassegna ci sono le sigle sindacali dai Cobas di Piero Bernocchi e il suo Network per i diritti globali alla Fiom, i metalmeccanici della Cgil oltre ai partiti: Rifondazione comunista e Verdi.

    In Italia, per quanto si è visto finora, non esiste un vero e poprio Black Blok. Qualche centro sociale non dialogante, anarchici, cani sciolti ma che, a parte Genova dove le tute nere (in gran parte stranieri) devastarono la città arrivando anche a dare fuoco al portone del carcere di Marassi, non hanno mai creato problemi.

    Un movimento così variegato ha anche obbiettivi altrettanto variegati anche se, come scrive Gilles Luneau su "Le monde diplomatique" tutti "concordano sui punti essenziali: sbarrare la strada alla deregulation liberista, alla speculazione finanziaria, agli attacchi ai diritti umani e all'ambiente". Tutte rivendicazioni non in contrapposizione fra loro ma, in qualche modo, sinergiche.

    Tutti sono contro la guerra e, dopo l'11 settembre, hanno dato vita al più importante movimento pacifista visto in azione nei Paesi in guerra. Nemici storici sono il Wto e le teorie liberoscambiste "imposte" ai paesi più poveri, la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionali ritenuti il "braccio armato" di quella politica di arricchimento delle zone già ricche della terra.

    Una parte importante del movimento spinge per la cancellazione dei debiti dei Paesi poveri mentre altri nemici sono le multinazionali e lo sfruttamento imposto ai lavoratori dei Paesi in via di sviluppo. Le case farmaceutiche sono attaccate perché non concedono libertà di brevetto negli Stati africani massacrati dall'Aids.

    Una parte del movimento, a partire da Greenpeace, fortemente ecologista, lavora per la riduzione dell'effetto serra e a difesa della natura e delle foreste. C'è, inoltre, chi come Attac vuole imporre ai Paesi ricchi la cosiddetta Tobin Tax, una tassa sulle transazioni finanziarie per ridurre gli squilibri fra Nord e Sud del mondo. Altri, come le associazioni del commercio equo e solidale, difendono le culture indigene e promuovono le agricolture e i prodotti dei Paesi più deboli contrapponendole ad uno dei simboli dell'odiata globalizzazione: McDonald.

    Impossibile dunque, indicare un unico nemico o un unico obiettivo. Francois Houtart, sociologo francese segretario del Forum delle alternative dice: "Quello contro cui si battono i 'ragazzi' è il mondo del capitale sfrenato dove l'idea è quella di massimizzare il profitto nel più breve tempo possibile". Obiettivo ad ampio spettro. Sarà per questo che lo slogan che li accomuna tutti, pacifisti, cattolici, antagonisti è tanto vago quanto omnicomprensivo: "Un altro mondo è possibile".

    I New-Global

    Per secoli i mercati sono stati caratterizzati dalla localizzazione geografica e le difficoltà ed i costi per la movimentazione delle merci hanno sempre favorito l’esistenza di economie chiuse dove produttori e consumatori facevano parte della stessa comunita’ con poche eccezioni.


    Solo nel XX secolo e progressivamente, grazie alla maggiore facilita’ di spostamento delle persone e delle merci ed alle telecomunicazioni, vi e’ stato un infittirsi degli scambi economici e degli spostamenti della manodopera. Gli effetti pratici sui modelli economici sono stati la concentrazione e la specializzazione prima nella produzione di beni e, piu’ recentemente, di servizi.
    Concentrazione perche’ le economie di scala ottenibili con la produzione in serie ed in grandi quantita’, consentono un notevole taglio dei costi, mentre la qualita’, a seconda dei casi puo’ migliorare o peggiorare. Il risultato piu’ evidente e’ stato la fusione (od acquisizione) tra aziende, con la creazione di aziende multinazionali sempre piu’ potenti ed in continua espansione.
    Specializzazione perche’ la possibilita’ di avere un mercato mondiale per i propri prodotti e di ottenere facilmente qualsiasi bene (a patto di avere il denaro per acquistarlo) necessario od anche superfluo, ha privilegiato chi si e’ dedicato alla produzione di un singolo prodotto o servizio, o comunque di una fascia di beni omogenei. In questo caso il risultato e’ stato il fiorire dei distretti industriali. Il polo siderurgico, la valle delle scarpe o degli occhiali, il paese dei peperoni, addirittura pezzi di continente come l’est asiatico per l’elettronica, si sono andati a sommare alle zone gia’ specializzate per effetto delle risorse naturali (es. i Paesi produttori di petrolio).
    Per ciascuno di noi il risvolto pratico di questo fenomeno ha due aspetti: il progresso ed il consumismo.
    Il progresso ha consentito anche a chi ha modesti mezzi finanziari di vivere in maniera piu’ confortevole persino rispetto ai regnanti del XIX secolo che non avevano, per esempio ne’ acqua corrente, ne’ riscaldamento, ne’ frigorifero, per non parlare di televisione e computer.
    Il consumismo e’ invece quel fenomeno per il quale le persone sono portate ad incrementare lo scambio di beni e servizi ben al di la’ dello stretto necessario, anzi, il consumo diventa un’esigenza che trova in se’ stessa la propria giustificazione.
    La globalizzazione dei mercati, dell’economia, della finanza, delle conoscenze, rappresenta quindi contemporaneamente l’elemento trainante per il miglioramento della qualita’ della vita, ma anche la concentrazione del potere, l’omologazione e la massificazione degli individui verso modelli ricettivi rispetto ai beni prodotti in larga scala ed in particolar modo a quelli superflui.
    L’incidenza della globalizzazione sul mondo del lavoro e’ enorme ed e’ legata all’allargamento in ambito mondiale della concorrenza, non solo tra i beni prodotti ma anche tra i lavoratori. Accade cosi’ che, per esempio, il trattamento dei lavoratori di un certo settore in un Paese del “terzo mondo” non sia piu’ un fatto marginale od una pura questione etica, in quanto da cio’ si puo’ determinare uno spostamento di produzione in grado di incidere enormemente sull’occupazione in un altro Stato dove il costo del lavoro sia piu’ alto.
    Coloro che vedono soprattutto i lati positivi della globalizzazione, che ne traggono vantaggio o che addirittura lavorano in settori nati proprio grazie alla globalizzazione (pensiamo a larga parte della finanza, alle societa’ di trading e di import-export, a parte dei trasporti e delle telecomunicazioni, pubblicita’, analisti, sondaggisti etc. etc.) vengono in genere associati alla parola “global”.
    Coloro che invece rifuggono alla globalizzazione, privilegiando le eterogeneita’, l’artigianato, la cura della qualita’, soprattutto dove l’industrializzazione, l’automazione e le economie di scala, producono prodotti economici ma scadenti od in alcuni casi addirittura dannosi (tipico e’ l’esempio della produzione alimentare), vengono generalmente identificati con il termine “no global”.
    Si potrebbe dire che una delle maggiori novita’ del nuovo millennio sia proprio la radicalizzazione dello scontro tra queste due mentalita’, su argomenti quali l’ambiente, il controllo delle multinazionali, la salute, lo sviluppo, la solidarieta’, il lavoro etc.
    La componente “global” finisce per essere sempre piu’ legata al denaro guadagnato senza il corrispettivo dato da un lavoro “classico” come quello agricolo od industriale, ma grazie o all'ingegno (ricerca, cultura ecc.) o alla speculazione (inculcamento di modelli di comportamento orientati al consumo di particolari beni, creazione di attivita’ che talvolta, dissolta la coltrina dell’enfasi, si rivelano veri e propri imbrogli).
    D’altra parte i cosiddetti “no global” rifiutando tout court tutto cio’ che proviene dalla televisione, dalla pubblicita’, dalle multinazionali, dalla produzione di massa, da buona parte dell’innovazione tecnologica e negando le leggi del libero mercato, si pongono in una situazione anacronistica e contraddittoria nel momento in cui cercano di distruggere od almeno contrastare cio’ che poi spesso quotidianamente usano.
    Il contrasto tra questi due modi di pensare parrebbe insanabile e l’effetto e’ da una parte l’incapacita’ di far prevalere i valori ambientali, sociali, solidali, morali in una strategia tesa unicamente al profitto e governata piu’ dai consigli di amministrazione delle multinazionali che dai rappresentanti eletti democraticamente (almeno nei Paesi dove cio’ e’ possibile); dall’altra parte il problema piu’ grave e’ invece rappresentato dall’incapacita’ di tradurre giusti principi e teorie in progetti realizzabili concretamente ed adeguati ad un sistema complesso in cui anche l’applicazione dei buoni principi, se non fatta nei giusti tempi e modi, puo’ produrre rimedi piu’ disastrosi dei mali da curare. In alcuni casi poi frange estreme del movimento contro la globalizzazione hanno trasformato la protesta in violenza ed a volte in veri e propri atti di vandalismo.
    Dato per scontato che la globalizzazione planetaria sia un dato di fatto e che ogni tentativo di ritorno ad una societa’ organizzata in microcosmi sia impossibile ed anche dannoso, a prescindere dalla bonta’ degli intenti, i new global cercano la via d’uscita per un’evoluzione del pianeta corretta e ragionata che ha trovato in Internet, nella sua cultura piu' profonda e nelle sue risorse i migliori e piu’ potenti alleati.
    L’Internet cui facciamo riferimento e’ sostanzialmente quella delle sue origini, fatta di netiquette (le regole di comportamento sulla rete), di rapporti diretti ed interattivi, di risorse tecniche standard e non soggette a proprieta’, marchi e brevetti (il software cosiddetto “open source” rappresenta la quint’essenza di questa filosofia), di informazioni non manipolate, di piazze virtuali di discussione, di comunita’ ristrette (basate non piu' su una vicinanza geografica come sono le comunita' locali ma su una identità di vedute o di obiettivi) e su comunità locali che trovano il loro spazio specifico ed unico in una globalizzazione non omologata e non massificata (il cosiddetto “glocal” costituito dalle parole global e local).
    I new global vedono come necessario in questo cambio epocale dove il segreto non riguarda tanto l’apprendimento dell’uso della tecnologia, a volte ostica per chi ha vissuto e lavorato con altri strumenti ma naturale e quasi divertente per le nuove generazioni, un grande cambiamento di mentalita’ e di predisposizione verso il nuovo come apportatore di inimmaginabili migliorie nella qualita’ della nostra vita.

    I Brani sono tratti da
    www.globalizzazione2000.it
    Dossier No-Global di Repubblica.it
    www.newglobal.it

 

 

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