E GIANFRANCO PARTI’ PER IL GIRO DEL MONDO


Mentre il suo profilo politico in Italia sembra scolorire al cospetto di Silvio Berlusconi, Gianfranco Fini è impegnato a costruirsi una visibilità internazionale. E se il viaggio a Gerusalemme è servito per affrancare la destra dalle sue origini fasciste, se la partecipazione ai lavori della Convenzione è stato anche un modo per farsi conoscere e accettare dall’Europa dell’Unione, ora l’obiettivo è accreditarsi al cospetto dei potenti. Non è dato sapere quando attraverserà l’ingresso di Torre Spasskaya per essere ricevuto al Cremlino, è certo però che la tappa di Mosca rappresenterà un passaggio importante. Ecco perché il leader di An lavora a un prossimo incontro con Vladimir Putin, e la visita al presidente della Federazione Russa fa parte di una strategia a medio termine: presentarsi nelle cancellerie internazionali non più solo come il vice del Cavaliere, ma come un referente del centrodestra italiano.
E’ difficile uscire dal cono d’ombra del premier, e in fondo sarebbe errato interpretare questi viaggi alla stregua di una competizione con il leader della Cdl. Peraltro a Mosca Fini stringerà la mano a uno dei suoi più grandi amici. Ora che la più lunga verifica della storia repubblicana si è conclusa con la riaffermazione del primato di Berlusconi, il presidente di An guarda avanti. Sono troppe le incognite per decifrare il futuro, per intuire quale possa essere il suo orizzonte, e comunque ogni volta che nel partito provano a stanarlo, lui ripete che «non lo dirò mai. Nemmeno sotto tortura».
Tutti sanno del suo debole per la Farnesina, ma prima di volare ad Hanoi - dove ha sostituito il Cavaliere al summit euro-asiatico - Fini si è intrattenuto con Franco Frattini, anche per chiarire che oggi non è sua intenzione puntare al ministero degli Esteri. I suoi viaggi sono un investimento per il futuro, perciò ha voluto incontrare Hosni Mubarak in Egitto, per questo vedrà prossimamente Ariel Sharon in Israele, sapendo che il vero tornante in Italia saranno le elezioni del 2006, «e già in vista delle Regionali - ha detto ai maggiorenti di An dopo le Europee - dovremo ragionare in termini di coalizione, non di partito».
Il partito: la sua forza e insieme la sua debolezza, l’ansa dove ripara e lo scoglio su cui spesso si incaglia. Al punto da consegnare un’immagine di Fini contrastante, visto che i sondaggi gli riconoscono buoni indici di gradimento. Gli alleati lo accusano di avere poco coraggio: che fine ha fatto la delega per il Cipe chiesta per sé? Dov’è la cabina di regia per l’economia? E perché non è subentrato a Giulio Tremonti dopo averne ottenuto le dimissioni? Raccontano che Berlusconi abbia giocato su questa sua debolezza, per non dargli ciò che formalmente gli aveva offerto: «Se vuoi andare all’Economia, non hai che da chiederlo». Andò proprio come prevedeva il Cavaliere. «Berlusconi è un vero leader, non Fini», ripete da tempo Massimo D’Alema. «Io di D’Alema non smetto di vedere il film, per evitare di commettere i suoi errori», spiegò una volta il vicepremier, ricordando il modo traumatico in cui Romano Prodi fu sostituito a palazzo Chigi. La verità è che forse nemmeno lui sa quale possa diventare il suo obiettivo. Nel frattempo gira il mondo e investe su se stesso.