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    Predefinito No Taleban! No Vatican!

    «Via il crocefisso dalle scuole» Vaticano: «Sentenza miope» - Corriere della Sera

    L'Italia presenterà ricorso. Vaticano: «dobbiamo valutare la sentenza».


    La Corte europea dei diritti dell'uomo:
    «No al crocefisso nelle aule scolastiche»
    Il ricorso presentato da un'italiana di origine finlandese. Gelmini: «È un simbolo della nostra tradizione»



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    NOTIZIE CORRELATE
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    Resti il crocifisso in aula, parola della Consulta (15 dicembre 2004)



    MILANO - La presenza dei crocefissi nelle aule scolastiche costituisce «una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni» e una violazione alla «libertà di religione degli alunni». Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo accogliendo il ricorso presentato da una cittadina italiana. Il giudice Nicola Lettieri, che difende l'Italia davanti alla Corte di Strasburgo, ha reso noto che il governo italiano ricorrerà contro la sentenza. Se la Corte accoglierà il ricorso, il caso verrà ridiscusso nella Grande Camera. Qualora non dovesse essere accolto, la sentenza diverrà definitiva tra tre mesi, e allora spetterà al Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa decidere entro sei mesi, quali azioni il governo italiano deve prendere per non incorrere in ulteriori violazioni. Il Vaticano assume invece una posizione attendista: «Dobbiamo valutare la sentenza».

    LA RICORRENTE - Lei è Soile Lautsi Albertin, cittadina italiana originaria della Finlandia, che nel 2002 aveva chiesto all'istituto comprensivo statale Vittorino da Feltre di Abano Terme (Padova), frequentato dai suoi due figli, di togliere i crocefissi dalle aule in nome del principio di laicità dello Stato. Dalla direzione della scuola era arrivata risposta negativa e a nulla sono valsi i successivi ricorsi della Lautsi. A dicembre 2004 il verdetto della Corte Costituzionale, che ha bocciato il ricorso presentato dal Tar del Veneto. Il fascicolo è quindi tornato al Tribunale amministrativo regionale, che nel 2005 ha a sua volta respinto il ricorso, sostenendo che il crocifisso è simbolo della storia e della cultura italiana e di conseguenza dell'identità del Paese, ed è il simbolo dei principi di eguaglianza, libertà e tolleranza e del secolarismo dello Stato. Nel 2006, il Consiglio di Stato ha confermato questa posizione. Ma ora la storia si ribalta: i giudici di Strasburgo, interpellati dalla Lautsi nel 2007, le hanno dato ragione, stabilendo inoltre che il governo italiano dovrà versarle un risarcimento di cinquemila euro per danni morali. Si tratta della prima sentenza della Corte di Strasburgo in materia di simboli religiosi nelle aule scolastiche. «Siamo contenti che abbiamo vinto, non crediamo però che ci saranno conseguenze dirette. Ora lo Stato italiano dovrà tenere conto della sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo» hanno dichiarato i coiugi di Abano.

    LA SENTENZA - «La presenza del crocefisso, che è impossibile non notare nelle aule scolastiche - si legge nella sentenza dei giudici di Strasburgo - potrebbe essere facilmente interpretata dagli studenti di tutte le età come un simbolo religioso. Avvertirebbero così di essere educati in un ambiente scolastico che ha il marchio di una data religione». Tutto questo, proseguono, «potrebbe essere incoraggiante per gli studenti religiosi, ma fastidioso per i ragazzi che praticano altre religioni, in particolare se appartengono a minoranze religiose o sono atei». Ancora, la Corte «non è in grado di comprendere come l'esposizione, nelle classi delle scuole statali, di un simbolo che può essere ragionevolmente associato con il cattolicesimo, possa servire al pluralismo educativo che è essenziale per la conservazione di una società democratica così come è stata concepita dalla Convenzione europea dei diritti umani, un pluralismo che è riconosciuto dalla Corte costituzionale italiana». I sette giudici autori della sentenza sono Francoise Tulkens (Belgio, presidente), Vladimiro Zagrebelsky (Italia), Ireneu Cabral Barreto (Portogallo), Danute Jociene (Lituania), Dragoljub Popovic (Serbia), Andras Sajò (Ungheria), e Isil Karakas (Turchia).

    VATICANO, DOBBIAMO VALUTARE SENTENZA - Il Vaticano vuole leggere la motivazione, prima di pronunciarsi sulla sentenza della Corte europea di Strasburgo. «Credo che ci voglia una riflessione, prima di commentare», ha detto padre Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede. Ha aggiunto monsignor Antonio Maria Vegliò, presidente del Pontificio consiglio della pastorale per i migranti: «Preferisco non parlare della questione del crocefisso perché sono cose che mi danno molto fastidio».

    COMMENTI - «Ovviamente bisognerà attendere le motivazioni della sentenza della Corte Europea dei diritti dell'uomo, ma fin d'ora - è l'auspicio del presidente della Camera Gianfranco Fini - mi auguro non venga salutata come giusta affermazione della laicità delle istituzioni che è valore ben diverso dalla negazione, propria del laicismo più deteriore, del ruolo del Cristianesimo nella società e nella identità italiana». Per il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini (Pdl) «la presenza del crocifisso in classe non significa adesione al cattolicesimo, ma è un simbolo della nostra tradizione». Pier Ferdinando Casini, leader dell'Udc: «È la conseguenza della pavidità dei governanti europei, che si sono rifiutati di menzionare le radici cristiane nella Costituzione europea. È il segno dell'identità cristiana dell'Italia e dell'Europa». Paola Binetti (Pd): «Spero che la sentenza sia semplicemente orientativa, che si collochi cioè nel rispetto delle credenze religiose». Il ministro delle Politiche agricole Luca Zaia (Lega): «Mi schiero con chi si sente offeso da una sentenza astratta e fintamente democratica e che offende i sentimenti dei popoli europei nati dal cristianesimo». Raffaele Carcano, segretario nazionale dell'Unione degli atei e degli agnostici razionalisti: «Un grande giorno per la laicità italiana. Siamo dovuti ricorrere all`Europa per avere ragione, ma finalmente la laicità dello Stato italiano trova conferma». Piergiorgio Bergonzi, responsabile scuola dei Comunisti italiani: «È un forte monito per riaffermare il valore della laicità della scuola e dello Stato». Alessandra Mussolini: «A questo punto è urgente e necessario inserire le radici cristiane nella Costituzione italiana». Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione comunista: «Esprimo un plauso per la sentenza: uno Stato laico deve rispettare le diverse religioni, ma non identificarsi con nessuna». Vincenzo Vita (Pd), vice presidente della commissione Cultura del Senato: «La sentenza non delegittima la religione cattolica, ma la riconsegna a una spiritualità che non ha bisogno di simboli esibiti in luoghi non adibiti al culto». «Il crocifisso rappresenta valori universalmente riconosciuti. Sembra che la deriva pagana della Corte europea sia evidente» sostiene Mario Baccini, leader dei Cristiano popolari del Pdl.






    03 novembre 2009


    ... e si ricomincia da qui!

    •   Alt 

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  2. #2
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    Predefinito Rif: «No al crocefisso nelle aule scolastiche»

    Corte Strasburgo:no crocefissi aule
    Rappresentano una violazione a liberta' religiosa degli alunni

    03 novembre, 114

    (ANSA) - STRASBURGO, 3 NOV - Secondo la Corte europea dei diritti dell'uomo i crocefissi nelle aule costituiscono 'violazione alla liberta' religiosa degli alunni'. Lo ha stabilito la Corte nella sentenza ad un ricorso presentato da una cittadina italiana che nel 2002 aveva chiesto all'istituto 'Vittorino da Feltre' di Abano Terme (Padova), di togliere i crocefissi dalle aule. Secondo i giudici di Strasburgo questi costituiscono 'una violazione dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni'.

  3. #3
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    Predefinito Rif: «No al crocefisso nelle aule scolastiche»

    "La Stampa", 30 Ottobre 2009, pag. 15

    LE NUOVE DISPOSIZIONI ENTRERANNO IN VIGORE DAL 9 NOVEMBRE


    Il documento: «Concezioni panteistiche o naturalistiche»


    Dispersione delle ceneri, no della Cei




    GIACOMO GALEAZZI
    CITTA’ DEL VATICANO


    Nuove norme per le esequie. Saranno ufficializzate il 9 novembre, all’assemblea Cei di Assisi, le disposizioni con cui la Chiesa conferma il sì alla cremazione, ma proibisce la dispersione delle ceneri e la conservazione dell’urna in casa perché «il regno dei morti e quello dei vivi devono restare distinti». La prassi di spargere le ceneri in natura, oppure di conservarle in luoghi diversi dal cimitero, come, ad esempio, nelle abitazioni private, è vietata. Sono scelte basate su «concezioni panteistiche o naturalistiche». Lo spargimento delle ceneri o le sepolture anonime «impediscono la possibilità di esprimere con riferimento a un luogo preciso il dolore personale e comunitario». Inoltre rendono «più difficile il ricordo dei morti, estinguendolo anzitempo». E per le generazioni successive la vita di coloro che le hanno precedute scompare. Se il defunto ha espresso la chiara volontà di far disperdere le ceneri o conservare l’urna in un luogo diverso dal cimitero, si dovrà appurare il disprezzo della fede cristiana. In questo caso, non si potranno concedere le esequie ecclesiastiche.
    In Italia le cremazioni sono il 10% dei decessi (53mila su 558mila decessi annui) e sono in funzione 45 crematori (altri 6 sono previsti entro giugno): 31 al Nord, nove al Centro e solo cinque al Sud. Ciò significa che la cremazione arriva al 15,7% al Nord, al 9,6% al Centro e allo 0,35% nel Mezzogiorno. Gli impianti più grandi si trovano a Milano, Torino, Roma, Genova e Bologna. A questo ritmo di crescita nel 2009 le cremazioni saranno 210mila l’anno (35%). «Nell’ultimo decennio si è passati dallo 0.7% a quasi il dieci nazionale - spiega Alessandro Bosi, segretario della Federazione Imprese Onoranze Funebri (Feniof) -. E’ un trend supportato dal proliferare di leggi regionali che regolamentano il settore manca una normativa ad hoc nazionale».
    Un boom dovuto non solo ai cambiamenti nell’atteggiamento verso la morte o le opzioni polemicamente atee, come scrive la Cei, ma anche a motivazioni economiche. Il costo medio di un servizio funebre è di 2.700 euro, più l’acquisto del loculo che arriva a costare al metro quadro quanto una villa di lusso (3mila euro). In totale, il giro d’affari annuo del «caro estinto» è di circa un miliardo e mezzo di euro. Rispetto alla tumulazione e all’inumazione la cremazione è più economica (massimo 500 euro), un quinto dell’importo, incluse tassazione e diritti di competenza comunale, sanitaria e di polizia mortuaria. Proprio perché così non occorre acquistare un loculo, si sta affermando il ricorso all’urna cineraria. Il regolamento di polizia mortuaria prevede, infatti, che le urne possano essere collocate anche in loculi nei quali vi sia già un feretro. E se una famiglia non possiede un loculo per le urne cinerarie, è in vendita a 350 euro uno spazio nel quale depositarle. In alternativa alla tumulazione dell’urna cineraria ci sono l’affidamento e la dispersione delle ceneri. La dispersione è consentita in: Lombardia, Piemonte, Toscana, Umbria, Emilia Romagna, Valle D’Aosta, Marche, Lazio, Campania e Liguria.

  4. #4
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    Predefinito Rif: «No al crocefisso nelle aule scolastiche»

    Intervista a Emma Bonino: prova di equilibrio i luoghi pubblici


    • da Il Mattino del 4 novembre 2009

    di Corrado Castiglione

    Si tratta di una sentenza che per la vice-presidente del Senato Emma Bonino, radicale eletta nelle liste del Pd, rappresenta un punto di grande equilibrio. Che prende spunto da una laicità seria e - secondo la Bonino - non dovrebbe offendere la sensibilità religiosa dei credenti.

    Che ne pensa delle decisione della Corte europea?

    «Non ci vedo né scandalo, né particolare furore laicista. Piuttosto in questa sentenza leggo una semplice conferma del fatto che i luoghi pubblici devono essere davvero di tutti: dei credenti, dei non credenti, dei diversamente credenti».

    È una sentenza che può rappresentare un punto di svolta nella storia del nostro Paese. Non crede?

    «Sì e già vedo un’alzata di scudi per me immotivata contro quella che viene definita da molti una deriva laicista».

    Lei invece di cosa preferirebbe parlare?

    «Parlerei di una laicità seria, sempre di più patrimonio culturale dell’Europa, grazie alla quale si è arrivati ad un punto di grande equilibrio, che non pregiudica affatto l’esercizio della religione in altre sedi. D’altro canto, sono convinta che sarebbe molto meglio se i crocifissi albergassero nei cuori e nei comportamenti delle persone credenti: ce ne sarebbe un gran bisogno».

    Chi la pensa diversamente da lei intravede nella sentenza della Corte di Strasburgo una pericolosa minaccia contro il crocifisso inteso come simbolo dell’identità europea. Lei come replica?

    «Bisogna vedere bene quale idea si ha dell’Europa. Io, da spinelliana, riconosco una precisa identità storica all’Europa: vale a dire, un’insieme di popoli che credono nella democrazia liberale, nello stato di diritto, nella risoluzione pacifica dei conflitti».

    E non riconosce dunque alcuna identità religiosa?

    «No. In ogni caso mi chiederei: quale identità? Quella dei cristiani delle Crociate? Mi sembra un’identità non proprio presentabile. D’altronde, in tanti si sono interrogati su questa materia quando ci si è confrontati per l’estensione della Costituzione europea. E la maggioranza delle nazioni hanno dichiarato di non essere d’accordo sul porre questo principio a fondamento dell’unione dei popoli. Insomma, ribadisco: non si può parlare di deriva laicista».

  5. #5
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    Predefinito Rif: «No al crocefisso nelle aule scolastiche»

    Intervista a Emma Bonino: una pronuncia di vero pluralismo


    • da Il Messaggero del 4 novembre 2009

    «Penso che si debba smettere di gridare ai furori laicisti e stupidaggini di questo tipo. La sentenza è un inno alla religiosità se per religiosità si intende l’aderenza individuale a qualche credo religioso». Emma Bonino, vice presidente del Senato, plaude ai giudici della Corte di Strasburgo. «Semmai sarebbe utile avere comportamenti coerenti col proprio credo religioso, cosa che non guasterebbe, di questi tempi».

    Il crocifisso è un segno che fa parte della nostra cultura.

    «Se fossi cattolica, vedere il crocifisso ridotto a mera dimensione culturale pur di essere difeso, mi ribellerei. Non ne sarei di certo felice. La sentenza parla di altro».

    Vale a dire?
    «Che i luoghi pubblici sono dedicati al pubblico, dunque la collettività che comprende credenti e non credenti. Mi pare, dunque, un dato di buon senso, di laicità vera. La decisione che è stata presa a Strasburgo ci fa capire il valore del pluralismo, cosa che in un paese democratico dovremme essere tutti legati. La religiosità deve albergare nei cuori e nei comportamenti e non sui muri».

    Ma che ne è delle nostre radici culturali?

    «Ci sono milioni di cittadini che hanno radici culturali diverse e sono altrettanto rispettabili. Ci vuole rispetto per la religiosità che si pratica nelle chiese e nei luoghi di culto. Ma i luoghi pubblici devono restare tali. Neutrali. Vale per le scuole, per le aule di giustizia, per le strutture sanitarie pubbliche».

    Il governo ha annunciato ricorso..
    «Suggerirei di riflettere. Hanno 3 mesi di tempo per farlo. Già mi pare non sia andato molto lontano con la storia delle radici cristiane. Servirebbe un dibattito più calmo e ragionato».

  6. #6
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    Predefinito Rif: «No al crocefisso nelle aule scolastiche»

    Intervista a Emma Bonino: nessuno scandalo, la laicità è inclusiva


    • da Il sole 24 ore del 4 novembre 2009

    Emma Bonino, vicepresidente del Senato, storica leader radicale, da sempre sostiene la necessità di togliere i simboli religiosi dai luoghi pubblici.

    Si torna su un tema già affrontato sei anni fa e che suscitò una forte emozione nel paese.

    Non c’è nessuno scandalo, nessun furore laicista che ispira la sentenza della Corte europea di Strasburgo. C’è solo la semplice conferma che i luoghi pubblici sono di tutti, sia dei credenti cattolici, sia dei non credenti, che dei credenti di altre religioni. Noi lo sosteniamo da sempre e io personalmente non trovo la cosa sorprendente.

    Ma un laico come l’allora presidente della Repubblica Ciampi, commentando la sentenza del tribunale dell’Aquila, definì il crocifisso «simbolo dei nostri valori ».
    Ho il massimo rispetto per il presidente Ciampi, ma credo che il tema vada oltre e, in ogni caso, anche buon parte dei cattolici credo abbiano molte difficoltà a difendere il crocifisso e tutto ciò che rappresenta declassandolo a un elemento di identità culturale.

    Ci risiamo: di nuovo lo scontro tra laici e cattolici sui simboli, la storia non finirà mai.

    La laicità è inclusiva e rispetta tutti, e i luoghi pubblici sono tali proprio perché tutti vi si riconoscono, in particolare la scuola. Eppoi non vedo proprio il tema identitario quando le radici cristiane sia italiane che europee non sono state definite. Furono alcuni ambienti cattolici, quando il tema si sviluppò in sede di costituzione europea, che invitarono a spostare lo sguardo dalle radici ai frutti. Inoltre, se si guarda solo alle radici, la storia della cristianità non è sempre buonissima.

    Il governo ha annunciato ricorso, come fece contro il Tar per la sentenza sull’ora di religione: un atteggiamento che contribuirà ad acuire il dibattito, che già si annuncia aspro?

    Sollecito il governo a riflettere sul fatto che la sentenza della Corte non va vista come scandalo o una mossa violenta di correnti laiciste, ma con calma e con serenità di giudizio. Non vanno fatte barricate.

  7. #7
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    Predefinito Rif: «No al crocefisso nelle aule scolastiche»

    Una quasi unanimità anti sentenza ma con scopi diversi


    • da Corriere della Sera del 4 novembre 2009

    di Massimo Franco

    La sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo contro il crocifisso in classe ha fatto un piccolo miracolo: quello di creare una quasi unità nazionale a difesa del simbolo del cristianesimo. Forse perché la decisione è percepita come un’enormità, più che come il riconoscimento di un’Italia laica e multiculturale. E il timore di quella che nel centrodestra tendono a definire «deriva laicista» si mescola con il risentimento e lo stupore nei confronti di un’Europa accusata di «ateismo di Stato». Il governo italiano ha già deciso di contestare il verdetto, che risponde a un ricorso del 2002 da parte della madre di due alunni. Ma la distanza fra Roma e il tribunale di Strasburgo rischia di aumentare e di proiettarsi sull’Ue, sebbene la Corte non sia una sua istituzione.

    A parte alcuni esponenti del Pd, dell’estrema sinistra e i radicali, il fronte sembra compatto. Più che «guelfi» tifosi del Vaticano e «ghibellini» anticlericali, emergono difensori a vario titolo dell’identità del Paese; e attacchi trasversali contro la decisione. Gianfranco Fini, da tempo critico verso le posizioni vaticane, stavolta intravede «il laicismo più deteriore, con la negazione del ruolo del cristianesimo». Il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, parla di un «buonsenso vittima del diritto», difendendo «l’antica tradizione» del crocefisso. La stessa Idv vede nella sentenza una risposta sbagliata alla domanda di laicità.
    Sono prese di posizione non scontate. Segnalano un approccio che dipende da una sensibilità radicata al di là delle appartenenze politiche e perfino religiose. Anche se ognuno ne fa un uso diverso, non immune da qualche strumentalità. Al Pd, il responso della Corte europea serve per additare presunti errori del governo. La coalizione berlusconiana è accusata di aver difeso male a Strasburgo la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche. Il ministro degli Esteri, Franco Frattini, in realtà, replica evocando «un colpo mortale all’Europa dei valori»; e cogliendo un «pessimo precedente» per tutte le religioni.

    Ma è la Lega a usare le parole più forti. Per il partito di Umberto Bossi, attaccare la Corte dei diritti dell’uomo rappresenta un’ulteriore occasione per accreditare la «svolta cristiana» dopo anni di relazioni agrodolci fra il Carroccio e il Vaticano. Il tentativo di presentarsi come «nuovi crociati del cattolicesimo» è ostentato: per i leghisti il crocifisso è l’antidoto all’«Eurabia». L’Europa non è popolare dalle parti della Lega; e da ieri sembra esserlo meno anche in Vaticano: sebbene Cei e Santa Sede si sforzino di offrire un profilo moderato per non sovraesporre qualcosa «che non è solo un simbolo religioso ma anche un segno culturale».


    Guai, però, se «prevale una visione parziale o ideologica», avvertono i vescovi. La laicità «non è assenza di simboli religiosi, ma capacità di accoglierli e sostenerli», sottolinea Vincenzo Paglia, l’uomo della Cei per il dialogo interreligioso. Il Vaticano ritiene che tutto questo porti a non «amare e condividere l’idea europea». Il timore è che si radicalizzi il conflitto in un’Italia dove la convivenza tra fedi deve fare i conti con manifestazioni crescenti di xenofobia. L’effetto perverso del «no» della Corte potrebbe essere quello di alimentare le correnti più integraliste; e di provocare una chiusura a riccio di chi, a torto o a ragione, si sente minacciato nella propria identità.

  8. #8
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    La battaglia su un simbolo


    • da la Repubblica del 4 novembre 2009

    di Stefano Rodotà

    Ancora una volta una sentenza prevedibile, ben argomentata giuridicamente, non suscita le riflessioni che meritano le difficili questioni affrontate, ma induce a proteste sopra le righe, annunci di barricate, ambigue sottovalutazioni. Dovremmo ricordare che le precedenti decisioni italiane, che avevano ritenuto legittima la presenza del crocifisso nelle aule, erano state assai criticate per la debolezza del ragionamento giuridico, per il ricorso ad argomenti che nulla avevano a che fare con la legittimità costituzionale. E, considerando il fatto che la nostra Corte costituzionale aveva ritenuto inammissibile per ragioni formali un ricorso in materia, s´era parlato addirittura di una "fuga della Corte", nelle cui sentenze si potevano ritrovare molte indicazioni nel senso della illegittimità della esposizione del crocifisso.
    Nella decisione della Corte europea dei diritti dell´uomo di Strasburgo, che ha ritenuto quella esposizione in contrasto con quanto disposto dalla Convenzione europea dei diritti dell´uomo, non v´è traccia alcuna di sottovalutazione della rilevanza della religione, della quale, al contrario, si mette in evidenza l´importanza addirittura determinante per quanto riguarda il diritto dei genitori di educare i figli secondo le loro convinzioni e la libertà religiosa degli alunni. La sentenza, infatti, sottolinea come la scuola sia un luogo dove convivono presenze diverse, caratterizzate da molteplici credenze religiose o dal non professare alcuna religione. Si tratta, allora, di evitare che la presenza di un "segno esteriore forte" della religione cattolica, quale certamente è il crocifisso, "possa essere perturbante dal punto di vista emozionale per gli studenti di altre religioni o che non ne professano alcuna".
    Inoltre, il rispetto delle convinzioni religiose di alcuni genitori non può prescindere dalle convinzioni degli altri genitori. È in questo crocevia che si colloca la decisione dei giudici di Strasburgo che, in ossequio al loro mandato, devono garantire equilibri difficili, evitare ingiustificate prevaricazioni, assicurare la tutela d´ogni diritto.
    Non si può ricorrere, infatti, all´argomento maggioritario, come incautamente aveva fatto il Tar del Veneto, che per primo aveva respinto la richiesta di togliere il crocifisso dalle aule, ricorrendo ai risultati di un sondaggio che sottolineava come la grande maggioranza degli interpellati fosse a favore del mantenimento di quel simbolo.
    Un grande teorico del diritto, Ronald Dworkin, ha ricordato che «l´istituzione dei diritti è cruciale perché rappresenta la promessa della maggioranza alla minoranza che la sua dignità ed eguaglianza saranno rispettate. Quando le divisioni tra i gruppi sono molto violente, allora questa promessa, se si vuole far funzionare il diritto, dev´essere ancor più sincera». La garanzia del diritto, fosse pure quella di uno solo, è sempre un essenziale punto di riferimento per misurare proprio la tenuta di uno Stato costituzionale.
    Guai a considerare la sentenza di ieri come un documento che apre un insanabile conflitto, che nega l´identità europea, che è "sintomo di una dittatura del relativismo", addirittura "un colpo mortale all´Europa dei valori e dei diritti". Soprattutto da chi ha responsabilità di governo sarebbe lecito attendersi un linguaggio più sorvegliato. Non vorrei che, abbandonandosi a queste invettive e parlando di una "corte europea ideologizzata", si volesse trasferire in Europa lo stereotipo devastante dei giudici "rossi", che tanti guai sta procurando al nostro paese. Allo stesso modo sarebbe sbagliato se il fronte "laicista" cavalcasse il pronunciamento per rilanciare una battaglia anti-cristiana.
    Mantenendo lucidità di giudizio, si dovrebbe piuttosto concludere che la sentenza della Corte europea vuole sottrarre il crocifisso a ogni contesa. In questo è la sua superiore laicità. Viviamo tempi in cui la difesa della libertà religiosa non può essere disgiunta dal rispetto del pluralismo, da una riflessione più profonda sulla convivenza tra diversi. L´ossessione identitaria, manifestata anche in questa occasione e che percorre pericolosamente i territori dell´Unione europea, era lontanissima dai pensieri e dalla consapevolezza che ispirarono i padri fondatori dell´Europa, tra i quali i cattolici Alcide De Gasperi e Konrad Adenauer, che proprio quando si scrisse la Convenzione sui diritti dell´uomo nel 1950, quella sulla quale è fondata la sentenza di ieri, mai cedettero alla tentazione di ancorarla a "radici cristiane", che avrebbero introdotto un elemento di divisione nel momento in cui si voleva unificare l´Europa, anche intorno all´eguale diritto di tutti e di ciascuno. Dobbiamo rimpiangere quella lungimiranza?
    Questa sentenza ci porta verso un´Europa più ricca, verso un´Italia in cui si rafforzano le condizioni della convivenza tra diversi, dove acquista pienezza quel diritto all´educazione dei genitori che i cattolici rivendicano, ma che deve valere per tutti. Libera anche il mondo cattolico da argomentazioni strumentali che, pur di salvare quella presenza sui muri delle scuole, riducevano il simbolo drammatico della morte di Cristo a una icona culturale, ad una mediocre concessione compromissoria ai partiti d´ispirazione cristiana (così è scritto nella memoria presentata a Strasburgo della nostra Avvocatura dello Stato). L´Europa ci guarda e, con il voto unanime dei suoi giudici, ci aiuta.

  9. #9
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    Predefinito Rif: «No al crocefisso nelle aule scolastiche»

    Nessuna legge lo prevede


    • da La stampa del 4 novembre 2009

    di Michele Ainis

    Doveva arrivare un giudice d’Oltralpe per liberarci da un equivoco che ci portiamo addosso da settant’anni e passa. In una decisione che s’articola lungo 70 punti (non proprio uno scarabocchio scritto in fretta e furia) ieri la Corte di Strasburgo ha messo nero su bianco un elenco di ovvietà.
    Primo: il crocifisso è un simbolo religioso, non politico o sportivo. Secondo: questo simbolo identifica una precisa religione, una soltanto. Terzo: dunque la sua esposizione obbligatoria nelle scuole fa violenza a chi coltiva una diversa fede, o altrimenti a chi non ne ha nessuna. Quarto: la supremazia di una confessione religiosa sulle altre offende a propria volta la libertà di religione, nonché il principio di laicità delle istituzioni pubbliche che ne rappresenta il più immediato corollario.
    Significa che fin qui ci siamo messi sotto i tacchi una libertà fondamentale, quella conservata per l’appunto nell’art. 9 della Convenzione europea sui diritti dell’uomo? Non sarebbe, purtroppo, il primo caso. Ma si può subito osservare che nessuna legge della Repubblica italiana impone il crocifisso nelle scuole.

    Né, d’altronde, nei tribunali, negli ospedali, nei seggi elettorali, nei vari uffici pubblici. Quest’obbligo si conserva viceversa in regolamenti e circolari risalenti agli Anni Venti, quando l’Italia vestiva la camicia nera. Fu introdotto insomma dal Regime, ed è sopravvissuto al crollo del Regime. Non è, neppure questo, un caso solitario: basta pensare ai reati di vilipendio, agli ordini professionali, alle molte scorie normative del fascismo che impreziosiscono tutt’oggi il nostro ordinamento. Ma quantomeno in relazione al crocifisso, la scelta normativa del Regime deve considerarsi in sintonia con la Costituzione all’epoca vigente. E infatti lo Statuto albertino, fin dal suo primo articolo, dichiarava che «la religione cattolica, apostolica e romana è la sola religione dello Stato». Da qui figli e figliastri, come sempre succede quando lo Stato indossa una tonaca in luogo degli abiti civili.
    Ma adesso no, non è più questa la nostra divisa collettiva. L’art. 8 della Carta stabilisce l’eguale libertà delle confessioni religiose, e stabilisce dunque la laicità del nostro Stato. Curioso che debba ricordarcelo un giudice straniero. Domanda: ma l’art. 7 non cita a sua volta il Concordato? Certo, e infatti la Chiesa ha diritto a un’intesa normativa con lo Stato italiano, a differenza di altre religioni (come quella musulmana) che ancora ne risultano sprovviste. Però senza privilegi, neanche in nome del seguito maggioritario del cattolicesimo. D’altronde il principio di maggioranza vale in politica, non negli affari religiosi. E d’altronde la stessa Chiesa venne fondata da Cristo alla presenza di non più di 12 discepoli. Se una religione è forte, se ha fede nella sua capacità di suscitare fede, non ha bisogno di speciali protezioni.

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    Predefinito Rif: «No al crocefisso nelle aule scolastiche»

    "La Stampa", 04 Novembre 2009, pag. 2

    La battaglia solitaria del medico di Padova

    Colloquio
    Una causa lunga sette anni

    ANNA SANDRI
    ABANO TERME (PADOVA)


    Tra i giudici che hanno preso la decisione anche l’italiano Vladimiro Zagrebelsky


    «In tutta questa vicenda è sempre uscito il nome di mia moglie perché all'epoca, con l'avvocato, avevamo deciso così. Ma è stata una battaglia che abbiamo condotto assieme e alla quale sono stato io a dare materialmente inizio. L'abbiamo fatto in nome dei nostri figli che erano bambini; oggi sono maggiorenni, la condividono pienamente e sono felici quanto noi per il traguardo raggiunto».
    Alle quattro del pomeriggio, nella sua casa di via Primo Maggio ad Abano Terme - dieci chilometri da Padova - il dottor Massimo Albertin ha perfetta coscienza di quello che si è scatenato dopo la sentenza di Strasburgo. Ha preso al volo mezza giornata di ferie dalla Casa di Cura cittadina dove è responsabile di Medicina del Laboratorio e si è preparato a dirigere con grande cortesia il traffico di telefonate e la processione alla porta.
    Il cordless si scarica di continuo, pare lo chiamino da mezza Europa oltre che da tutta Italia; per i giornalisti che sono all'ingresso c'è la richiesta di attendere in fila il proprio turno. Non sono gradite le telecamere: «Ci metto volentieri la firma, la faccia no. I primi inviti in tv sono già piovuti: no, grazie». Tiene al riparo dalla tempesta la moglie, Soile Lautsi, casalinga, nata in Finlandia ma da 25 anni cittadina italiana.
    Il dottor Albertin ha 54 anni; i figli oggi hanno 21 e 19 anni e frequentano l'Università. Quando tutto è iniziato erano bimbi, e andavano alla scuola media di Abano. Nell'aula c'era il crocifisso: per la verità, l'avevano davanti anche alle elementari. «Ma allora non erano maturi i tempi - spiega Albertin -. Nel 2002, quando erano entrambi alle medie, io ero nel Consiglio d'Istituto. E c'era stato il pronunciamento della Cassazione a favore di Marcello Montagnana, che aveva rifiutato l'incarico di scrutatore a Cuneo perché non era stato tolto il crocifisso. Si cominciava a parlare in modo chiaro di laicità da garantire. Noi non siamo partiti con le carte bollate. Ho fatto una richiesta in Consiglio: assieme a mia moglie ritenevamo discriminante il crocifisso, che ha significato per alcuni studenti ma non per tutti. Dissero che no, non si poteva togliere. Solo allora si è aperto il contenzioso».
    Non che serva avere una moglie finlandese, dunque più laica nel Dna, per essere membri dell'Unione atei e agnostici razionali - come è Albertin - o per condurre una tale battaglia: «Soile e i suoi connazionali hanno la fortuna di nascere in uno Stato veramente laico e abbastanza lontano dal Vaticano. L'Italia non lo sarà mai. Per avere soddisfazione non a caso siamo dovuti arrivare in Europa, e in queste ore mi si riferisce di reazioni politiche davvero eccessive».
    Rifarebbe tutto a costo di pagarne di nuovo il prezzo: «Lettere anonime, telefonate, insulti nel primo periodo, quando si era saputo del ricorso». E i figli? «Qualche dispetto, la derisione di alcuni compagni. Crescendo, hanno capito la nostra scelta e l'hanno condivisa tanto che nessuno dei due è battezzato, sono atei. Non hanno giocato in patronato, è vero: ma non mi pare lo considerino un vuoto incolmabile».

 

 
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