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Discussione: Il "male....

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    Predefinito Il "male....

    ....necessario".

    Al direttore - Come si sente a esser stato anche lei, per la sua parte, un “male necessario”? Aldo Tosca, via Internet

    Essendo stato comunista italiano nei miei vent’anni, a partire dal biberon per quanto riguarda l’educazione, ed essendone uscito qualche anno prima della caduta del muro di Berlino con una radicale inversione di rotta, entrando nell’exeità, nell’ex comunismo serenamente e appassionatamente anticomunista, accolgo le parole di Giovanni Paolo II sul comunismo come “male necessario” alla stregua di una benedizione anche personale, ma non come un’assoluzione.
    La mia partecipazione al “male necessario” fu laterale, minuscola e ambigua come toccò ai comunisti d’occidente cresciuti negli anni Settanta e in particolare in quello nazionale, togliattiano, in quel partito comunista di cui Giorgio Amendola predicava il carattere laico per distinguerlo dalla Chiesa sovietica marxista-leninista e per incanalarlo nella sua matrice socialista e socialdemocratica. Considerare il problema in termini di colpa o peccato, e di assoluzione, sarebbe per me un’esagerazione, sebbene io trasalisca alla lettura delle pagine dello storico Victor Zaslavsky che racconta dal doloroso punto di vista del dissenso anticomunista sovietico le storie delle delegazioni del Pci in visita in Urss, a commerciare con le oligarchie del Pcus (che però mi pagavano lo stipendio di funzionario torinese del partito), fino agli ultimi anni del regime (e non ho letto né leggerò le pagine ciniche di Massimo D’Alema in materia, ne seguirebbe una spiacevole rissa che mi e vi risparmio).
    Non ho mai partecipato a quelle delegazioni, preferivo decisamente l’occidente, ma a differenza di quanto per sé ricordano Veltroni e altri io ero comunista, proprio comunista, e in parte lo sono a mio modo restato attraverso tutte le mie peregrinazioni di ex, perché i vent’anni sono un timbro poderoso sulla personalità di ciascuno e il mio comunismo italiano, paterno e materno, mi ha anche fornito, ragione per cui benedico padre e madre, gli strumenti per diventare un “anticomunista conseguente”, come si sarebbe detto alla scuola delle Frattocchie.
    Questo per l’elemento personale, con cui feci due conti in un libriccino anni fa.
    Ma c’è una questione più generale, di grande peso e interesse, che il brano reso noto del Papa polacco solleva: la differenza tra il male assoluto del nazismo e il male necessario, di lunga durata, del comunismo mondiale.
    E’ un tema su cui mi sono sempre trovato in imbarazzo, nell’oscillazione di pensiero e di esperienza, sul piano storico e teorico.
    A volte la penso come i comparatisti, che predicano l’omologazione dei due fenomeni o dei due mali, un eguagliamento che nasce dal numero dei morti ammazzati, dal carattere della macchina totalitaria, dagli effetti dei due sistemi sulla libertà umana e da grandi e disumane soluzioni finali.
    Una delle quali però, quella dello sterminio degli ebrei d’Europa, ha un posto (e qui comincia l’oscillazione) che va al di là della mera storicità dell’evento e si radica nella metastoria, nella storia come disegno e destino, in un incurabile mistero di evidente carattere religioso radicato nei tempi dei tempi e a ogni latitudine e longitudine, fino al mea culpa dello stesso Giovanni Paolo II.
    Le altre soluzioni finali, cioè il carattere genocida di alcune delle più tragiche politiche staliniane dagli anni Venti in avanti, mi sembrano a tratti radicate nella sola storia, prendono nel loro orrore l’aspetto di mali curabili, di cui si conosce l’eziologia, la causa e il sistema causale.
    Il libro di Anne Applebaum sul Gulag, per esempio, dimostra nell’osceno sistema staliniano la antica radice russa e zarista del lavoro forzato, non attenua la colpa ma ne offre una spiegazione storica fredda, un racconto comprensibile che si ferma davanti alla tremenda realtà della diversa percezione che ancora oggi se ne ha: nei mercatini, scrive la Applebaum, si fa incetta di distintivi con Lenin e Stalin, e aggiungo che una statua di Lenin troneggia su un palazzo del Lower East Side di Manhattan, quando l’oblio del rimorso copre quasi interamente la memoria visiva e letteraria di quell’eruzione di male, secondo le parole del Papa, che fu il breve e fatale corso del nazismo.
    Il tempo che raffredda ogni cosa e le generazioni future che ripenseranno ogni cosa stabiliranno una nuova verità provvisoria, decideranno se e come si possa tenere memoria morale del nazismo e del comunismo e insieme riscrivere, se necessario, la loro storia, e se dovrà essere e come una storia differenziata o no in base alle categorie di male assoluto e di male necessario. Io da solo non ce la faccio, per quanto ci pensi, per quanto legga, per quanto mi attacchi ai ricordi e all’esperienza personale, anche alla mia piccola esperienza di cold warrior della venticinquesima ora sui due fronti della guerra fredda.
    Resto nell’imbarazzo, lo vivo come posso.
    Comunque, le parole secondo me oggi più importanti del brano rilasciato dalla Santa Sede sono quelle sulla libertà e il suo contenuto: lì si parla, con echi che sarebbero piaciuti all’ebreo e anticomunista e “antiliberale” Leo Strauss, di usi e abusi presenti in occidente, che avranno incidenza sul nostro futuro e sulla nostra sopravvivenza.
    Dopo la memoria, l’identità (come recita il titolo del libro del Papa): ed è l’ora dell’identità, a parere di chi scrive.

    Giuliano Ferrara su Il Foglio del 8 ottobre

    saluti

  2. #2
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    Il solito stile ferraresco...

 

 

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