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    Predefinito In Iraq sorge il sole....

    ...della democrazia

    Fuga da Baghdad?
    Chi scrive che Donald Rumsfeld vuole scappare dall’Iraq o che George W. Bush sta tentando una manovra di disimpegno dopo la “sconfitta” nel dibattito con John Kerry, scrive una cosa inesatta. Da sempre l’obiettivo dell’Amministrazione statunitense è di addestrare l’esercito iracheno perché possa garantire la sicurezza del suo paese: solo quando le forze locali saranno in grado di sostituire le truppe americane, i marine torneranno a casa.
    Ieri il segretario della Difesa Rumsfeld, al Council of Foreign Relations, ha ricordato che durante la Guerra fredda si è a volte pensato che il nemico stesse prevalendo:
    “Andava di moda l’eurocomunismo, l’occidente considerava l’ipotesi di ritirarsi. Ma noi e i nostri alleati abbiamo mostrato perseveranza e determinazione”.
    Ha spiegato che “libertà, democrazia e il lavoro con i leader moderati” possono indebolire le basi ideologiche del terrorismo. Siria e Iran però “non sono d’aiuto” nella soluzione della questione irachena, il presidente pachistano Musharraf è invece un alleato nella guerra al terrore.
    Ammettendo le difficoltà in Iraq, Rumsfeld ha detto che per pacificare le aree in mano alla guerriglia si deve adottare il “metodo Samarra”:
    “Prima si tenta la via diplomatica, a volte funziona a volte no. Poi si minaccia l’uso della forza e, se non sortisce effetti, la si usa”.

    Ferrara su il Foglio

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Fuga, ritiro e le...

    ....elezioni in Iraq

    Niente di più normale che si parli di un graduale disimpegno occidentale dall’Iraq, il first strike e la guerra di lunga durata e ampia gittata contro il terrorismo islamista non sono il rilancio della colonizzazione.
    Il disimpegno di cui si discute non è la fuga zapateriana perché è collegato alla capacità di affermare nel tempo in Iraq un nuovo potere rappresentativo sufficientemente autorevole da reggere i colpi d’incontro della guerriglia islamista e ricostruire il paese, e il discorso ovviamente vale anche per l’Afghanistan.
    Meno normale, in Europa e in Italia, è la mancanza di spirito d’iniziativa delle classi dirigenti, che spesso si limitano a ripetere la giaculatoria pro e contro il ritiro, o la vana chiacchiera sui tempi del ritiro, senza preoccuparsi di costruirne politicamente, diplomaticamente e militarmente la concreta possibilità.
    La proposta avanzata nell’appello firmato da Marta Dassù e altri, un contingente Nato a protezione delle elezioni del prossimo gennaio, è stata un tentativo in questa direzione, con un successo politico e d’opinione notevole, e consensi condizionati che coprono uno spettro ampio di posizioni intellettuali e politiche, da Gianfranco Fini a Piero Fassino passando per Antonio Martino, limitato però dal fatto che nessun governo europeo né quello italiano, al quale la lettera-appello era diretta, ha finora voluto formalizzare l’iniziativa nelle sedi proprie.
    Il visto Onu c’è, la risoluzione 1446 che chiede un impegno anche militare alla comunità internazionale nel dopoguerra iracheno.
    I precedenti abbondano, dalla Bosnia al Kosovo all’Afghanistan. La fattibilità organizzativa è indubbia, e non ci sono alternative di alcun genere.
    La cornice politica, compreso un impegno simbolico della Lega araba, è realistica.
    Le conseguenze virtuose, una ricucitura occidentale di prima grandezza, sono chiare.
    La Russia potrebbe essere interessata per motivi che tutti capiscono.
    L’Unione europea, se Romano Prodi non dormisse e se Manuel Barroso fosse sollecitato, potrebbe essere della partita con estremo giovamento per la sua flebile identità politico-militare.
    Si tratta inoltre di un impegno delimitato all’esercizio di un diritto umano universale, quello al voto, che potrebbe togliere d’impiccio, se lo volesse, perfino il presidente francese Jacques Chirac, per non parlare dell’internazionalista democratico Joschka Fischer e del suo Bundeskanzler.
    L’unica obiezione è che Chirac non vuole.
    Obiezione debole, vuoi perché il non volere di uno statista deve misurarsi con una sfida pubblica alla riproposizione, in termini odiosi e impronunciabili, di un veto; vuoi perché per sua volontà la Francia è fuori del comando militare integrato della Nato, e di soluzioni anche consensuali se ne possono trovare.
    Ma se si sonnecchia in attesa delle elezioni americane del 2 novembre, il ritiro alla fine resterà un miraggio e chi ne parla ne parlerà ancora, ma a vanvera.

    Ferrara su il Foglio

    saluti

  3. #3
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    Predefinito 300 partiti e....

    ....9.000 seggi

    Nassiriyah. Il voto amministrativo che nelle ultime settimane ha coinvolto molte province irachene ha fornito dati utili per la messa a punto del complesso sistema che accompagnerà oltre 13 milioni di iracheni alle urne per eleggere, a fine gennaio, con sistema proporzionale, 275 membri dell’Assemblea nazionale che rimpiazzeranno gli attuali cento rappresentanti dell’Interim national council.
    A Nassiriyah, per il voto amministrativo, si sono recati alle urne soltanto 5.500 dei 110 mila elettori; un 5 per cento che ribalta i primi dati ottimistici che riferivano di un’affluenza pari al 40 per cento.
    Il voto, che ha portato all’elezione di venti membri del consiglio municipale (tra cui cinque donne) appartenenti al partito islamico Hizb-al-Fadliah (radicale ma non ostile agli alleati) è stato analizzato in riunioni congiunte tra italiani, autorità locali e rappresentanti politici e tribali.
    Benché il dato dei votanti sia in linea con molte altre province, dove la media dell’adesione al voto è compresa tra il 5 il 12 per cento, sono emerse difficoltà in ampie fasce della popolazione di fronte ai molti rinvii delle elezioni (che dovevano tenersi in giugno) dovuti all’assenza di sicurezza.
    Le analisi post voto hanno evidenziato inoltre uno scarso coinvolgimento delle autorità tribali, più sentite dei partiti politici in un paese che non ha mai votato i propri governanti ma che da sempre si basa sulla fedeltà dei membri del clan allo sceicco; poca propaganda elettorale e sensibilizzazione della popolazione dovuta anche all’assenza di una base militante.
    Gli otto partiti presenti nella provincia di Dhiqar, incluso l’estremista 15 Shabaan, derivano da diverse correnti dello Sciri, il Consiglio supremo per la Rivoluzione islamica in Iraq, movimento che ha condotto la guerra a Saddam Hussein.
    Soltanto l’Hizb- al-Fadliah, però, ha saputo raccogliere consensi basandosi su un semplice programma che prevede aiuti economici alla popolazione. Nonostante la scarsa adesione al voto locale le elezioni di gennaio vengono vissute sia dall’asse tra Baghdad e le forze alleate sia dai ribelli come un momento d’importanza strategica per il futuro del paese.
    L’obiettivo delle Aif (“Anti Iraqi Forces”, nuova definizione dei ribelli prima chiamati “insorti”) è costringere il premier Iyyad Allawi a impedire il voto nelle aree più calde del triangolo sunnita e intimidire l’elettorato ovunque possibile.
    Una strategia che, per avere successo, dovrà puntare a mobilitare forze estremiste anche nel sud sciita dove parte dei miliziani dell’esercito del Mahdi starebbe riorganizzandosi per continuare la lotta armata e dove lo stesso Moqtada al Sadr ha annunciato di voler boicottare le elezioni se resteranno truppe straniere nel paese.
    La risposta delle forze governative e degli statunitensi è evidente in queste ore sul piano militare, con la presa di Samarra e i nuovi assalti a Fallujah ma, con meno clamore, sta prendendo piede anche sul fronte politico e amministrativo.
    L’organizzazione delle elezioni nazionali è finanziata con 52 milioni di dollari. La timeline prevede tra novembre e metà dicembre la registrazione delle liste cui farà seguito una fase di campagna elettorale tra il 15 dicembre e la fine di gennaio.
    Ufficialmente il voto si dovrà tenere entro il 31 gennaio ma indiscrezioni indicano come data quasi certa il 27.
    Un programma non certo agevole per un paese privo di cultura democratica nel quale sono presenti circa 300 partiti, anche se soltanto 15 hanno un’organizzazione nazionale e altri dieci una forte base a livello regionale. La struttura che dovrà gestire l’operazione elettorale, inclusa la sensibilizzazione dell’elettorato, è l’Indipendent Electoral Commission for Iraq (Ieci) che sta addestrando 100 mila osservatori (molti in un training center in Giordania) che dovranno presidiare 9.000 seggi.
    La fase post-voto si svilupperà fino a metà febbraio ma la sfida parallela a quella della macchina organizzativa riguarderà la capacità delle forze di sicurezza e degli alleati di controllare il territorio.

    saluti

  4. #4
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    Predefinito La tattica dei...

    ….capiclan a Kabul

    Kabul. I ragazzini entusiasti, che corrono dietro ai mezzi dei soldati italiani sventolando i manifesti elettorali dei candidati pasthun, l’etnia maggioritaria in Afghanistan, sono il simbolo dell’aspettativa, con un pizzico di allegria, delle elezioni presidenziali del 9 ottobre, le prime dopo un quarto di secolo di guerre e colpi di stato. Ieri il presidente ad interim, Hamid Karzai, dato per favorito, ha ricominciato a tenere comizi, sospesi in seguito all’attentato di tre settimane fa: un razzo era stato lanciato mentre il suo elicottero stava atterrando a Gardez, nell’Afghanistan orientale.
    Karzai ha parlato a una folla di diecimila persone, sempre nella
    stessa zona, nella cittadina di Ghazni, una roccaforte pashtun.
    Il suo principale sfidante, il tagiko Yunes Qanooni, ha tenuto un
    comizio nello stadio di Kabul, ma nei giorni scorsi era a Kandahar,
    l’ex capitale spirituale dei talebani: per rosicchiare qualche voto fra i pashtun scontenti di Karzai, si è tolto il pacul –il tipico copricapo di lana a forma di ciambella che portano i tagiki del nord – e l’ha sostituito con un colorato turbante pashtun, fra le urla di giubilo della folla.
    In Afghanistan la propaganda elettorale deve pur sempre tener conto delle rigide regole islamiche, che non moriranno mai. Masooda Jalal, ex comunista, eroina anti talebana, unica candidata donna, giura di “aver girato i due terzi del paese, perché i potenti di Kabul mi oscurano sui media”, che pochi in Afghanistan seguono.
    Nei suoi lunghi tour elettorali fra le montagne Masooda tiene spesso comizi in moschea: sono doppi, in sale separate per donne e uomini.
    L’entusiasmo degli afghani si nota anche nella valanga di domande rivolte ai candidati: gli argomenti spaziano dalla presenza delle truppe straniere, alla corruzione dell’amministrazione pubblica fino allo strapotere dei signori della guerra locali.
    Ci si aspetta infatti che questi ultimi piazzino i loro picciotti, con i kalashnikov a tracolla, fuori dai seggi, per fare pressione psicologica sugli elettori.
    Volantini e manifesti sono dappertutto: domina la faccia affilata e bonaria di Karzai, fin nel più sperduto e lercio bazar.
    Gli afghani fanno a gara per accaparrarseli, soprattutto nelle zone remote dove carta e penna sono un lusso. Spesso si vedono pensosi elettori che scrutano il volantino all’incontrario, perché non sanno leggere, fino a quando non trovano la foto del candidato, e allora lo girano al verso giusto.
    Secondo le stime che circolano nelle ambasciate occidentali, Karzai dovrebbe vincere al primo turno con il 57 per cento dei voti, nella peggiore delle ipotesi. La migliore gli accredita il 70 per cento. Il suo rivale diretto, Qanooni, sarebbe assestato al 15 per cento, ma ieri ha annunciato che, prima di sabato, 14 candidati potrebbero indicare di votare per lui. Forse è soltanto una sparata propagandistica, ma impensierisce Karzai, che non può permettersi di andare al ballottaggio. In ogni caso lui e Qanooni stanno trattando sotto banco per un accordo che conceda la vittoria al primo turno al presidente in carica, senza far perdere la faccia allo sfidante: basta istruire le milizie più fedeli degli ex mujaheddin al voto, tenendo conto del rudimentale “manuale Cencelli” afghano. Qanooni chiede dieci ministeri nel futuro governo, ma Karzai, al momento, è disposto a concedergliene soltanto due.

    Due fratelli, due schieramenti
    La campagna elettorale afghana, come nelle migliori tradizioni del paese, riflette anche una sfida fra fratelli. Ahmed Zia, il fratello più giovane di Massoud, il leggendario comandante della resistenza contro i sovietici e i talebani, ucciso da al Qaida due giorni prima dell’11 settembre, è candidato vicepresidente con Karzai. Ahmed Walì, fratello maggiore di Massoud è, invece, numero due di Qanooni. Entrambi si contenderanno i voti tagiki e si prevedono scintille nel nord est, feudo degli eredi di Massoud. Un’altra curiosa pratica della nascente democrazia afghana è la promessa dei capiclan locali di pacchetti di voti, in cambio di un posto nel governo. In un paese con la televisione solo a Kabul, gli elettori voteranno per la gente che conoscono o seguiranno le indicazioni dei leader locali. Ma i signorotti delle province vanno nella capitale e promettono i voti ad ambedue i candidati, così sono sicuri di poter riscuotere comunque. Non ci si può quindi aspettare elezioni completamente libere, indipendenti e corrette, ma è meglio del sibilare delle pallottole. I dieci milioni di votanti sono stati raggiunti grazie a registrazioni multiple. Non a caso lo spauracchio maggiore, dopo le minacce dei talebani e di al Qaida, è la bassa affluenza alle urne.

    saluti

  5. #5
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    Predefinito Dal burka....

    ….all’urna

    Kabul. Ieri era “air power day” a Kabul, una prova di forza di Stati Uniti e alleati in vista delle elezioni di domenica. “Sicurezza per il grande giorno – dice Amanullah, intento a tenere lontane le mosche dai meloni in vendita – stanno facendo del loro meglio”. Amanullah è incredulo: finalmente si va a votare a Kabul e una flotta di Harriers britannici vola a bassa quota sopra Wazir Akhbar Khan, il cuore pulsante della capitale. Nel pomeriggio dovrebbe essere il turno degli elicotteri Apaches statunitensi – si dice in giro – e l’eccitazione sale.
    Mancano cinque giorni alle elezioni e Kabul è presa in un incubo logistico, contesa tra commedia e tragedia e con la terribile responsabilità di non fare andare storto un evento irripetibile, un regalo della globalizzazione e della guerra al terrorismo, un esercizio in nation-building per il pianeta intero, le presidenziali in Afghanistan ad appena tre anni dalla caduta del regime talebano. Non è stato facile arrivare fino a qui e innumerevoli compromessi sono serviti a mettere le cose a posto ogni volta che sembrava saltare tutto: gli accordi di Bonn, la Costituzione, il meccanismo elettorale, la questione etnica, i fondamentalisti islamici e la guerriglia neotalebana, una miriade di tasselli che pian piano sono andati al loro posto.
    La democrazia in Afghanistan è un regalo della stanchezza più che il frutto di un inarrestabile processo storico ma agli afghani per adesso va bene così.
    Amjed ha 40 anni, una moglie, cinque figli e la fortuna dalla sua parte: vende ricevitori satellitari e antenne paraboliche, “le armi della democrazia”, come non si stanca di ripetere con orgoglio. Ha resistito a Kabul durante il regime talebano, “avevo la barba lunga come bin Laden – dice – ma ho tenuto duro e quando i talebani hanno girato l’angolo, ho cominciato a fare ordini a Dubai e Digital Enterprises ha battuto tutti i concorrenti sul tempo”. Amjed aspetta le elezioni come un bambino, ansioso di scoprire se è tutto vero. Ci crede, tanto che è andato a registrarsi quattro volte, una nel suo villaggio natale, nella piana di Shamali. Mostra i certificati elettorali con orgoglio e quando intuisce che forse ha esagerato è troppo tardi per rimediare: “Cosa crede? A votare ci vado una volta sola, le altre schede sono souvenir, non ho fatto niente di male”.
    E’ andata così: i 9,5 milioni di afghani con diritto al voto sono diventati 10,5, grazie a quelli come Amjed che conservano i certificati in eccesso o li vendono (per circa 50 dollari a Kabul) e grazie all’opera di qualche potente locale che ha visto bene di far lievitare i votanti nel proprio territorio; nella valle del Panshjir sono state emesse schede elettorali per due volte e mezzo il numero degli elettori stimati.

    Anche le donne, “ma mia moglie non ci va”
    La libertà fa bene agli affari, ma l’Afghanistan rimane il paradiso dei conservatori. Libertà e democrazia sono un binomio difficile da gestire, dopo anni sotto il burqa.
    Anche le donne andranno a votare: registrarle è stata un’impresa, soprattutto nel sud e sudest, dove il problema è stato convincere Jirga, mariti e le donne stesse. Nella cintura pashtun, che va da Khowst fino a Kandahar via Gardez e Ghazni, non volevano sentir parlare di fotografare le elettrici e si è ovviato con le impronte digitali. Il problema dei seggi lo si è affrontato di petto: seggi separati per le signore e chissà che cosa succederà quando i mariti dovranno preoccuparsi di scortare le signore alle cabine. A registrazione conclusa si è scoperto che solo il 42 per cento delle donne era stato accreditato. “Tua moglie, Amjed, va da sola al seggio? - chiede il Foglio al commerciante –mia moglie non ci va, siamo in Afghanistan, registrarsi è una cosa, votare è diverso”.

    saluti

  6. #6
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    Predefinito La tattica dei...

    ....dei capiclan nel 1946-1948

    Roma. Non votano le province ancora sotto occupazione militare degli Alleati; non votano i prigionieri di guerra dell’esercito sconfitto; votano avventurosamente le province dove dilagano le bande ribelli.
    D’altro canto, le armi sono largamente diffuse tra la popolazione civile, e le milizie di partito hanno consegnato alle nuove autorità solo gli scarti dei propri arsenali, per tenersi il meglio in vista della guerra civile che si annuncia imminente.
    Per tener buoni questi miliziani non si è trovato di meglio che arruolarli in massa nella polizia, e sono dunque continui gli scontri con altri poliziotti che invece avevano in passato servito l’ancien régime.
    E c’è tensione anche tra i fuoriusciti che sono tornati e chi li accusa di stare al servizio dell’invasore.
    Efferati fatti di sangue dominano la cronaca, benché il governo abbia reintrodotto la pena di morte.
    Quanta gente ha diritto di votare?
    Nessuno lo sa veramente: a chi i certificati elettorali non arrivano, a chi piovono a raffica.
    I religiosi minacciano l’inferno a chi non vota i loro candidati, e l’interferenza è pesante in un paese disabituato alla democrazia da decenni di dittatura, e la cui popolazione è in maggioranza di una religiosità arcaica e superstiziosa.
    Ma col paese distrutto e l’economia a pezzi sono d’altronde le strutture assistenziali religiose quelle che permettono a molti di
    sopravvivere, assieme ai massicci aiuti degli americani, ancora accampati nel paese. E pure molti laici si sono convinti che rispetto ai ceffi armati, autori di spaventose stragi, il clericalismo
    è in fondo un male minore.
    Dulcis in fundo, il ministro dell’Interno prende a cazzotti i giornalisti, ed è sospettato delle peggiori manipolazioni
    elettorali.
    Si può costruire una democrazia in queste condizioni?
    Beh, si è fatto. Non stiamo infatti descrivendo l’Afghanistan che vota ora o l’Iraq che lo farà a gennaio, anche se assomigliano tanto al quadro fatto.
    Loro, però, non hanno il ministro scazzottatore: un personaggio che si chiamava Giuseppe Romita, e che ci rivela finalmente come lo scenario descritto sia semplicemente quello dell’Italia del 2 giugno 1946, referendum istituzionale ed elezioni per la Costituente.
    Ma anche del 18 aprile 1948, prime elezioni politiche della Repubblica.
    Il 2 giugno, infatti, non vota il Friuli-Venezia Giulia, ancora sotto amministrazione militare alleata per fare da barriera alle truppe di Tito.
    E neanche il grosso del milione e duecentomila prigionieri di guerra, il cui rientro è rallentato sia dalla scarsità di mezzi di trasporto, sia dall’ostruzionismo di Stalin, sia dal bisogno inglese della loro manodopera.
    In Sicilia la banda Giuliano condurrà una feroce guerriglia separatista fino al 1950, ma anche i ricordi degli eccidi del 25 aprile e delle “Volanti Rosse” sono freschi, e ci vorrà Umberto II in persona dopo il 2 giugno per trattenere i partigiani monarchici dal marciare su Torino.
    Giovanni Guareschi ci racconta di Peppone col mitra sotto braccio e un carro armato nel fienile, ma anche di don Camillo col moschetto sul muro e il mortaio in canonica.
    Chiedete ai vecchi, e vi racconteranno di cantine scavate a colpi di bombe a mano, di mine riciclate come fuochi artificiali per feste patronali, di portaombrelli ricavati da proiettili anticarro.

    La Benemerita assalta la questura
    Oltre quindicimila partigiani sono stati arruolati nella polizia, e alla vigilia del 2 giugno a Roma alcuni di loro arrestano carabinieri in borghese che hanno partecipato a un comizio monarchico. Risultato: l’assalto alla questura da parte di ufficiali della Benemerita armi in pugno, a liberare i colleghi prigionieri.
    Le scomuniche agli elettori di sinistra arriveranno invece nel 1948, insieme alle Madonne Pellegrine. Ma già dal 1946 la Chiesa cattolica ha modificato le regole della clausura, per permettere alle monache di votare.
    L’ultima fucilazione è eseguita il 4 marzo 1947 al poligono di tiro delle Basse di Stura, presso Torino: trentasei poliziotti uccidono tre siciliani autori di un’efferata strage, che al momento di morire inneggiano alla Sicilia indipendente.
    A riprova del caos con cui sono distribuiti i certificati elettorali, Mafalda di Savoia ne riceve tre e Umberto II due. Su tutto, la polemica ancor viva per la famosa frase del ministro Romita:
    “Ho la repubblica nel cassetto!”.
    Pochi storici di vaglia si arrischiano a sostenere la vecchia accusa monarchica sui due milioni di voti aggiunti o alterati.
    Ma nessuno contesta che Romita, scegliendo di fare le amministrative nel mese di marzo proprio nelle zone che si sapevano in anticipo più repubblicane, abbia prefabbricato ad arte un “effetto” psicologico probabilmente decisivo.
    Eppure, la democrazia nata così male sopravvive ancora.

    saluti

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    Predefinito

    Gardez. A dispetto del terribile freddo si è votato regolarmente a Gardez. Ci sono stati i soliti problemi: un paio di razzi vicino al municipio e la questione dell’inchiostro sulle dita degli elettori, che anche qui ha funzionato e non. Il Foglio ha notato un solo pollice marcato a distanza di 24 ore dall’applicazione, ma non bisogna voler vedere una cattiva volontà dietro a tutto questo.
    Ieri, al Counting Center regionale di Gardez, al quale fa capo tutto il sud-est, con circa tre milioni di schede elettorali, si è proceduto alle operazioni di “riconciliazione”; non si tratta di un termine rubato alla Conferenza di Bonn: riconciliazione delle urne con il contenuto dichiarato dal responsabile di sezione.
    Una squadra di scrutatori rompe un sigillo, svuota l’urna, conta i voti in mazzi da cento, confronta i numeri con quelli del registro elettorale e infine rimette le schede al suo posto, in attesa di istruzioni da Kabul.
    Sono estremamente fieri i paktiawal, gli abitanti della regione, “tra i migliori guerrieri del paese”, di confrontare i sigilli, apostrofando i portatori delle urne, che arrivano sempre più lentamente, scalzi, esausti, turbante fuori posto e kajal colato
    fino al mento.
    Lo staff internazionale è al momento in attesa d’istruzioni sulla questione del boicottaggio, ma la popolazione del sud-est ha
    fatto funzionare tutto: 206 sezioni elettorali in mezzo al nulla.
    Il centro nevralgico della città di Gardez è uno spartitraffico circolare con un accenno di spazio al suo interno. Doveva essere soltanto uno spartitraffico in origine, ma la guerra civile l’ha devastato e oggi, in tempi di elezioni, quella che era una rotonda ospita uno schermo televisivo protetto da due assi di legno e innalzato perché la gente possa vedere come finisce questa faccenda delle elezioni.
    La Paktia e il sud-est non sono Kabul. Qui i talebani sono stati una cosa seria, anche se non avevano un consenso unanime.
    Il sud-est del paese, la cintura pashtun, presentava le condizioni ideali perché i talebani potessero mettere radici e governare, e così è andata fino alla fine del 2001.
    La Paktia è una regione terribilmente arida: quando si lascia il deserto di Altamur, nella provincia di Logar, e s’incontra l’insegna che dà il benvenuto a chi entra a Gardez, Beautiful City, ci si domanda perché si siano dati da fare a delimitare il deserto da tutto il resto. Qui non si coltivano nemmeno le cipolle, che a Logar fanno furore. C’è un’unica catena montuosa interconnessa, da qui al confine pachistano e fino all’Hindu Kush. Ci sono villaggi così remoti tra la Paktia e il Nuristan che ancora non hanno realizzato che i sovietici se ne sono andati e quando vedono passare gli Apache pensano che i russi abbiano fatto enormi progressi e che non c’è speranza per i mujaheddin. Leggende a parte, queste sono le montagne dove i talebani si muovono ancora bene e dove le forze americane cercano Osama bin Laden e Ayman al Zawahiri. Vista la presenza d’insorgenti, il sud-est era il banco di prova delle elezioni: fino a ieri circolavano lettere con minacce di stare lontano dalle urne. Il problema non sono soltanto le forze neotalebane. Verso Khwost, la settimana scorsa, tra la tribù dei Terezay girava voce che chi non votava Hamid Karzai poteva dire addio a casa e animali. Anche la sicurezza a Kabul è stata eccezionale. La città si è svegliata per il grande giorno con un tempo terribile: vento, freddo e soprattutto polvere. Nonostante tutto, la popolazione ce l’ha fatta e, nonostante si discuta della questione dell’inchiostro a ogni angolo di strada, l’umore non cambia, perché gli afghani hanno voluto votare e i talebani questa volta sono stati sconfitti proprio sul campo di battaglia dove non si sarebbero mai avventurati, quello delle sezioni elettorali. Qualche svista però c’è stata: le persone inchiodate allo schermo televisivo a Gardez hanno dovuto aspettare il traduttore di dari, perché il briefing era in inglese. Nonostante il lavoro dello staff dell’Onu e del Joint Committee sia stato colossale ed encomiabile, queste sembravano anche elezioni di altri.

    Claudio Franco

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  8. #8
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    Predefinito Elezioni viste da....

    ....sinistra

    Roma. Ora che le schede elettorali afghane sono al sicuro sul dorso di più di cinquecento asinelli, o rinchiuse nei furgoni di panettieri, macellai e fruttivendoli; ora che sta per cominciare lo spoglio dei voti – commissione d’inchiesta permettendo – ora si può dire che l’“election day” in Afghanistan è andato bene, “un grande giorno”, come l’ha definito sulla Stampa Ahmed Rashid, uno dei maggiori conoscitori della realtà afghana, un giorno che “rimarrà nella storia al di là dei dettagli sull’inchiostro e della questione dei voti multipli”. Un evento storico che ha fatto la felicità di molti, non soltanto degli Stati Uniti che, come sottolineava Repubblica ieri, “hanno investito energie, soldi e prospettive” e “non possono perdere la partita”.
    Erano felici soprattutto le donne, come Alimà Alizada che al Giornale ha detto:
    “Possiamo andare a lavorare, usciamo di casa da sole camminando liberamente e le nostre figlie vanno a scuola. Per questo siamo venute così in tante a votare”.
    E come la studentessa Shafiqa Danushwar che, in una testimonianza sul Corriere, ha definito il voto come “il primo passo per il mio e il nostro futuro”, un futuro nel quale “potermi scegliere io il marito, il lavoro, la laurea”.
    Ma, poiché questa è soprattutto la “partita” degli americani e del loro pupillo, Hamid Karzai – “rimasto in sella per due anni” grazie agli americani, scriveva ieri l’Unità, “senza i quali verrebbe rapidamente inghiottito dal vortice furioso delle rivalità etniche e tribali sopravissute intatte all’esportazione di democrazia generosamente offerta dal presidente Bush” – alcuni quotidiani non sono proprio riusciti a manifestare entusiasmo.
    Repubblica ha fatto una scelta radicale: non ha parlato di Afghanistan. Venerdì scorso, giorno precedente il voto, c’era una pagina dedicata all’addio del re della Cambogia e una che raccontava la vicenda del Tatarstan che vuole abbandonare l’uso del cirillico nonostante la resistenza del Cremlino, ma dell’“evento storico” afghano neppure l’ombra.
    Sabato, giorno del voto, una foto-notizia e un trafiletto annunciavano le elezioni. Domenica, finalmente, due pagine a colori: una per dire “il voto nel caos tra rischio brogli e minacce” e l’altra per un’intervista al principale sfidante di Karzai, Yunus Qanooni, “leader dei candidati che denunciano i brogli”, che nel titolo dice: “Consultazioni illegittime, c’è già chi prepara le armi”, e nel testo:
    “Organizzare delle elezioni soltanto per dire che l’Afghanistan ha votato mi sembra riduttivo oltre che offensivo”.
    Ieri però Qanooni ha detto di rinunciare al boicottaggio del voto e di aspettare l’esito della commissione dell’Onu.
    Eugenio Scalfari, nel suo editoriale domenicale dedicato al terrorismo, nel riassunto degli ultimi eventi di cronaca, ha condensato in poche parole quel che Repubblica pensa delle elezioni in Afghanistan:
    “Contestate da quattordici candidati su diciotto che si dicono vittime di brogli e si appellano agli osservatori dell’Onu”.
    Ieri Repubblica ha ceduto all’evidenza e ha validato le elezioni in Afghanistan, come hanno fatto Onu e Osce, “malgrado le proteste dei rivali di Karzai”, e ha dedicato l’intervista alla “sfida” dell’unica candidata donna, Massouda Jalal, che però non ha sottoscritto il documento di cui parlava Scalfari:
    “Gli sbagli ci sono stati. Ma non me la sento di cassare queste elezioni straordinarie. Sarebbe un’offesa per il popolo afghano”. Neppure l’Unità si è profusa in troppi articoli sull’“evento storico”. Domenica ha denunciato “brogli e accuse” e nel testo ha detto che, “almeno nelle prime ore”, i seggi erano “discretamente affollati”: gli elettori si devono essere messi in fila tutti tardi se, data l’affluenza, i seggi hanno dovuto chiudere con due ore di ritardo.
    Dopo la conferma del voto di Onu e Osce, l ’Unità si è vista costretta a citare le parole dell’“altra America”, quella dei democratici e del loro paladino John Edwards, che aveva denunciato il caos del paese a causa della “produzione di oppio”. Il Manifesto, invece, sabato ha dedicato una pagina alle elezioni “volute da Bush” per “vantare qualche risultato sul piano internazionale”, elezioni che serviranno “meno” agli afghani “non perché la possibilità di scegliere una propria rappresentanza politica sia un esercizio da disdegnare”, ma per le “condizioni” in cui si svolgono. Se la democrazia si misura dai diritti delle donne, queste elezioni “democratiche non potranno esserlo”, così come “si vota ma senza crederci”, tanto “l’esito è stato deciso dagli stranieri”. E pensare che c’è chi si considera fortunato, come un ragazzo di 21 anni che al Giornale ha detto: “Potrò raccontare ai miei nipoti di aver partecipato al primo voto per il nuovo Afghanistan”.

    saluti

  9. #9
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    Predefinito Re: In Iraq sorge il sole....

    In origine postato da mustang
    ...della democrazia

    Fuga da Baghdad?
    Chi scrive che Donald Rumsfeld vuole scappare dall’Iraq o che George W. Bush sta tentando una manovra di disimpegno dopo la “sconfitta” nel dibattito con John Kerry, scrive una cosa inesatta. Da sempre l’obiettivo dell’Amministrazione statunitense è di addestrare l’esercito iracheno perché possa garantire la sicurezza del suo paese: solo quando le forze locali saranno in grado di sostituire le truppe americane, i marine torneranno a casa.
    Ieri il segretario della Difesa Rumsfeld, al Council of Foreign Relations, ha ricordato che durante la Guerra fredda si è a volte pensato che il nemico stesse prevalendo:
    “Andava di moda l’eurocomunismo, l’occidente considerava l’ipotesi di ritirarsi. Ma noi e i nostri alleati abbiamo mostrato perseveranza e determinazione”.
    Ha spiegato che “libertà, democrazia e il lavoro con i leader moderati” possono indebolire le basi ideologiche del terrorismo. Siria e Iran però “non sono d’aiuto” nella soluzione della questione irachena, il presidente pachistano Musharraf è invece un alleato nella guerra al terrore.
    Ammettendo le difficoltà in Iraq, Rumsfeld ha detto che per pacificare le aree in mano alla guerriglia si deve adottare il “metodo Samarra”:
    “Prima si tenta la via diplomatica, a volte funziona a volte no. Poi si minaccia l’uso della forza e, se non sortisce effetti, la si usa”.

    Ferrara su il Foglio

    saluti
    Significativo, a mio parere, l'accostamento Guerra Fredda - Guerra al Terrorismo. Per molti aspetti: intanto perché è chiaro che la minaccia di oggi non è affatto inferiore a quella di un tempo; poi perché è chiato anche che la DEMOCRAZIA, la CIVILTA' e la LIBERTA' stanno dalla parte dell'Occidente; e infine perché adesso come allora le Sinistra europee (e Italiane in primis) hanno un atteggiamento decisamente poco ortodosso. Sarà curioso tra qualche anno, con l'islamismo estremista sconfitto, vedere come le sinistre metabolizzeranno anche questo fatto storico... valuteranno in maniera così articolata e poco chiara anche l'Islam di Bin Laden, oltre al comunismo sovietico di Stalin?

 

 

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