Lo studio Word Economic Forum che relega l'Italia al 47mo posto nella classifica della competitività, dietro il paese africano, è davvero la Bibbia? Ed è realmente autorevole? Così sembrano pensarla i maggiori quotidiani italiani, in primis quelli normalmente più autorevoli, che ci hanno fatto titoli e paginate. La solita tentazione all'autoflagellazione, o anche un pizzico di superficialità?
Italia peggio del Botswana? Ma per piacere...
di Renzo Rosati
14/10/2004
Esce l'annuale classifica delle competitività e, tanto per cambiare, si «scopre» che l'Italia sta dietro al Botswana.
Tanto per cambiare, appunto, perché la sorpresa - se di tale si tratta - non c'è: nel 2004 l'Italia è 47ma e il Botswana 45 mo, ma già l'anno scorso noi eravamo 41esimi e l'attrattivo stato africano 36 mo. Dunque, se questa graduatoria va presa sul serio, caso mai rispetto al Botswana siamo migliorati.
Ma il punto è: uno studio di questo tipo è davvero la Bibbia? Così sembrano pensarla i maggiori quotidiani italiani, in primis quelli normalmente più autorevoli, che ci hanno fatto titoli e paginate. La solita tentazione all'autoflagellazione, o anche un pizzico di superficialità?
Vediamo.
Le pagelle sul tasso di competitività dei paesi vengono elaborate dal Word Economic Forum, un organismo indipendente ma di fatto sponsorizzato dai maggiori gruppi industriali, che per esempio organizza l'annuale meeting di Davos. Fin qui, nessun problema, la fonte è quanto meno influente.
Ma è anche realmente autorevole? La graduatoria generale, che tiene conto della competitività in tutti i settori, dalla tecnologia al costo del lavoro, dalla capacità di attrarre affari al funzionamento della macchina burocratica, ci colloca appunto al 47 mo posto. Ci precedono non solo il Botswana, ma anche, per esempio, Cipro, Malta, Tunisia.
Qualcuno ha idea di che cosa significhi fare affari in Botswana?
Di quali infrastrutture goda quel paese, peraltro ambitissimo dai naturalisti e da chi cerca il brivido del safari o della notte tra i richiami delle jene?
E come è stata misurata l'efficienza della burocrazia maltese o tunisina? La pubblica amministrazione cipriota è uno specchio di trasparenza, oppure Nicosia è per caso la stessa città in cui si rifugiano i capitali ombra degli oligarchi russi, e dove la Parmalat aveva parcheggiato decine di società off shore?
I dubbi aumentano quando si scopre che immediatamente prima di noi, al 46mo posto, sta la Cina. Nel 2003 era 44ma. Qui qualcosa decisamente non quadra.
La Cina non è quel paese, anzi quella potenza, che sta facendo sfracelli mondiali proprio quanto a competitività? Quello che la Confindustria evoca continuamente quale spauracchio per il made in Italy?
Quello che, grazie alla sua crescita tumultuosa, è tra le cause del'impennata del petrolio? Quello infine per il quale era stato addirittura suggerito di imporre dazi, proprio per non subirne il vantaggio competitivo?
Bene, questo eldorado con gli occhi a mandorla starebbe, secondo gli specialisti del Word Economic Forum, nelle peste più o meno quanto noi. Anzi: i due sottoclassifiche, la «competitività tecnologica» e la «competitività degli affari», è dietro di noi. Nella prima non compare tra i primi 50. Nella seconda è 47a, mentre l'Italia è 34a.
Per non parlare del grave handicap cinese rispetto al Botswana.
Sorge spontanea una domanda: ma allora perché gli industriali grandi e piccoli, italiani e non, affollano gli aerei per Pechino e Shangai? Non dovrebbero invece precipitarsi a Gaborone, la capitale del Botswana?
Un consiglio: riflettiamo sui mali dell'Italia, e soprattutto cerchiamo di risolverli.
Ma non prendiamo per oro colato quella che, nella migliore delle ipotesi, come tutte le statistiche, è un po' stupida.
Nella peggiore serve a procurare un po' di pubblicità a chi la fa.


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