Anniversari/ Mostra al Vittoriano
Guardare in faccia l'orrore della Shoah
di FRANCESCA NUNBERG
HANNO esposto tutte le foto che sono riusciti a recuperare, del primo giorno di scuola, dei matrimoni, dei momenti felici, quelle conservate negli archivi ufficiali e quelle riposte nei cassetti delle case. Tutte, spiega Alessandra Minerbi, curatrice della mostra assieme a Valerla Calimi, perché «se il disegno del razzismo era quello di annullare le persone, di renderle prima numeri e poi cenere, noi abbiamo voluto ritrovare la loro identità». Alle foto s'accompagnano testi di legge, documenti ufficiali (alcuni mai esposti, come la Carta di Verona, il manifesto del Partito repubblicano fascista che al punto 7 recita: «Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri, durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica») e poi i diari, le lettere gettate dai treni dei deportati, i libri, i giornali. Un fiume di parole, che si interrompe nella sezione dedicata ad Auschwitz. «Lì solo foto - dice Minerbi -, le parole sono sospese». In coincidenza con il 16 ottobre, anniversario del rastrellamento degli ebrei romani (1.023 deportati, 17 sopravvissuti), al Vittoriano ha aperto la mostra "Dalle leggi antiebraiche alla Shoah. Sette anni di storia italiana 1938-1945". Organizzata dal Cdec, il Centro di documentazione ebraica contemporanea di Milano, la mostra chiuderà il 30 gennaio, tre giorni dopo la Giornata della Memoria. «Ma la memoria - afferma Amos Luzzatto, presidente dell'Unione delle comunità ebraiche italiane - è programma d'azione, responsabilità attuale. Il 16 ottobre del '43 non si archivia nel libro della storia, il mondo è ancora pieno di persecuzioni, il germe del razzismo e dell'odio non è estirpato». E non è casuale, aggiunge Luzzatto, la scelta del Vittoriano: «Chi stabilisce confini tra un uomo e l'altro, tra una donna e l'altra, tra un bambino e l'altro, colpisce se stesso e la propria unità nazionale».
Verranno le scuole a vedere questa mostra, «faremo qualsiasi cosa affinchè molta gente passi di qui», promette il vicesindaco di Roma, Maria Pia Garavaglia. La prima visitatrice l'ha incontrata Michele Sarfatti del Cdec: «Era la donna delle pulizie che lucidava il pavimento prima dell'inaugurazione - racconta -. Mi ha detto: certo che gli ebrei ne hanno passate proprio tante, ma chi è stato, e con quale diritto... Per semplificare le ho risposto: signora, è stato Mussolini. E lei: che possano ammazzarlo...». Il pubblico sorride, poi si immerge nell'orrore. Il percorso espositivo copre i sette anni cruciali della persecuzione anti-ebraica, dalle leggi razziali del '38 con la revoca di tutti i diritti civili alle deportazioni di Auschwitz-Birkenau, ma inquadra il fenomeno in un arco di tempo più lungo, dallo "Statuto di emancipazione degli ebrei" del 1848 alla difficile ripresa nel dopoguerra. Con le dolenti videointerviste ai sopravvissuti. «Non abbiamo fatto nuove scoperte storiche - spiega la curatrice - ma solo tentato di rendere intellegibile questo materiale, di inquadrarlo nel contesto, anche se poi ogni singola vicenda fa storia a sé: chi è stato costretto a partire, chi si è nascosto, chi ha aiutato, chi ha espresso sdegno, chi non ce l'ha fatta». In un biglietto gettato dal treno da Abramo Segre il 7 dicembre del '43 si legge: «Ho il presentimento purtroppo che questo viaggio sia per me e i miei senza ritorno».
fonte: Il MESSAGGERO
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