Il caso Indymedia: è vera censura?
di Pietro De Leo - 15 ottobre 2004
Indymedia è stato da qualche giorno depotenziato. Il mega sito globale dei no-global, in cui sono raccolte tutte le cronache di manifestazioni, recensioni, articoli con apoteosi del pensiero pacifista e terzomondista, è oggetto di un provvedimento giudiziario che ne sta causando un funzionamento ridotto. L'FBI ha sospeso il funzionamento dei server londinesi. Come si poteva ben immaginare, qui in Italia, la querelle è subito germogliata in Parlamento. I ragazzini coccolati dalla gran parte del centro-sinistra, alla ricerca con mille perdoni di un feeling mai pienamente trovato, non potevano non avere mano tesa nel momento in cui vengono privati del loro principale organo di comunicazione. Verdi e Comunisti Italiani sono in prima fila nella protesta sostenuti, chiaramente, dalla solita stampa allineata.
La tesi è come al solito, quella del complotto, il fatto reale distorto e piegato per alimentare le solite ipotesi fantasiose: l'FBI che ispiegabilmente sequestra i server londinesi pur non avendone i titoli e fa chiudere una parte del sito, tra cui italy.indymedia.org, la sezione italiana. E' vero complotto? Si può parlare di bavaglio internazionale a quella forza di pensiero che da diversi anni si ostina a credere di aver messo all'angolo con la cultura della pace a gettone le forze malefiche d'Occidente?
Andiamo piano con le fantasie, piuttosto studiamo un po' di diritto internazionale. Una spiegazione ce la dà Paolo Attivissimo, un blogger di casa nostra che da diverso tempo sul suo sito smaschera le bufale che dilagano in rete. L'accordo in base al quale è stato eseguito il sequestro è il Mutual Legal Assistance Treaty. Un trattato stipulato tra Stati Uniti ed Inghilterra del quale, come spiega Attivissimo, scattano gli effetti solo in casi di terrorismo internazionale, rapimento e riciclaggio di denaro. Attualmente, in verità, ancora non si sa con certezza cosa sia accusata Indymedia. Forse il provvedimento riguarda l'inserzione nel sito una serie di foto con dati personali di alcuni poliziotti svizzeri.
Per chi ama la libertà di espressione, è sempre spiacevole assistere alla chiusura di un organo di opinione. Però, non dimentichiamo di individuare cosa, davvero, questo significhi. Un organo di opinione è un mezzo da cui il lettore può arricchirsi, cogliere nuove interpretazioni e spunti di riflessione. Indymedia, purtroppo, è stato un sito non di dibattito e critica, ma di linciaggio verbale, dove si versa - e si continuerà a versare - odio e veleno addosso a chi, nell'arena delle idee, sta dall'altra parte. Non è mai giunta una seria analisi politica, mai una proposta, ma soprattutto assurdi teoremi da fantapolitica che hanno la pretesa di passare per veri, e - qui in Italia - abbiamo assistito ad un sistematico sfogo di insulti all'indirizzo dei rappresentanti di centro-destra. Per questo comprendiamo la soddisfazione di chi, da tempo, ne chiedeva l'oscuramento.
Un serio confronto basato sul rispetto reciproco è il trionfo della democrazia. Ma non si può accettare l'odio verbale facendo finta di niente. Abbiamo fissi davanti agli occhi i messaggi che comparvero su Indymedia il pomeriggio della strage di Nassirya. I molti improvvisati "opinionisti" erano contenti, mostruosamente contenti, per l'eccidio dei nostri diciannove eroi. Stessa cosa quando giunse la notizia dell'assassinio di Fabrizio Quattrocchi, indicato come "mercenario", "servo degli americani", addirittura deriso nella sua morte.
Queste cose non le possiamo dimenticare. E per questo non crediamo che l'oscuramento, (o meglio il depotenziamento visto che il sito continua parzialmente a funzionare in una "piattaforma" di emergenza) di Indymedia, per quanto temporaneo possa essere, ci possa rendere più poveri. Anzi, forse a perderci sarà proprio quella distruttiva cultura dell'odio che così ha una valvola di sfogo un po' più piccola.


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