Spararle grosse è sempre stato il suo forte. Nel pallottoliere in soli dieci anni di vita politica sono entrati un po' tutti i grandi temi a presa rapida d'elettore: dal "siamo dalla parte dei magistrati" e contro i vecchi partiti al "nonno partigiano in Svizzera", dal milione di nuovi posti di lavoro alle città più sicure, da meno tasse a più grandi opere, fino alla favoletta del conflitto d'interessi risolto nei primi cento giorni. Ma stavolta si è superato.
Silvio Berlusconi offrirebbe la propria disponibilità ad un incontro televisivo con Romano Prodi, ma utilizzando le regole americane. A domanda diretta sull'eventualità di un duello tv sullo stile Bush-Kerry, il premier ha risposto: "Con quelle regole sì, assolutamente sì". Che un presidente del Consiglio, il quale da otto anni rifiuta sistematicamente qualsiasi faccia a faccia o straccio di dibattito con un qualsiasi oppositore sulle sei reti di cui dispone, si dica oggi favorevole ad un confronto all'americana col suo incubo peggiore, Romano Prodi, è comicità allo stato puro.
Ma tratteniamo le risate e andiamo per gradi. L'anomalia nell'anomalia del monopolio televisivo, ovvero questa assenza di duelli tra candidati, che priva i cittadini di conoscere più a fondo programmi e caratteristiche del futuro premier, viene da lontano. Si ricorda il primo successo di Silvio Berlusconi nel faccia a faccia con Achille Occhetto negli studi di Mentana, datato 1994, e il confronto con Romano Prodi di due anni dopo. Poi, se si escludono interventi notturni a Porta a Porta con esponenti di secondo piano dell'opposizione (come quando mandò a dire al comunista Cossutta che avrebbe presentato personalmente le sue scuse ai fratelli Cervi) più nulla, black-out totale.
E infatti, per tutta la campagna elettorale del 2001 Berlusconi evitò qualsiasi ipotesi di confronto col candidato del centrosinistra Rutelli, così come alla vigilia delle europee di quest'anno non si è presentato al già programmato (e voluto da Bruno Vespa) duello col mite Enrico Boselli dello Sdi, che sarebbe intervenuto solo in collegamento via satellite. A nulla sono valse le rassicurazioni, i consigli degli esperti di marketing elettorale e gli incoraggiamenti dei discepoli: l'inventore-padrone della tv privata nel Belpaese dava sistematicamente forfait, adducendo motivazioni del calibro di "quel candidato non rappresenta il vero leader dell'opposizione (che a suo insindacabile parere è espressione della sinistra, o meglio dei comunisti) "ci sono troppe interruzioni, non posso terminare il mio pensiero", e "non mi presento in trasmissioni dove il conduttore parteggia per la sinistra".
Rari, se si escludono quelli autopromozionali nelle trasmissioni calcistiche, gli interventi telefonici in diretta, praticamente dismessi da quel famoso "si contenga Santoro" alla puntata Sciuscià che trattava il caso-Satyricon. Interessante notare anche i contenuti, che in quel caso videro Berlusconi in grave difficoltà. Alle domande sulla provenienza, tuttora ignota, di 114 miliardi confluiti in parte in contanti nelle società Fininvest alla fine degli anni '70, sul perchè del ricorso a prestanome e dell'utilizzo di società off-shore (quesiti ripresi dall'eurodeputato Elio Veltri e dal giornalista Marco Travaglio nel libro "L'odore dei soldi", che nel merito attingeva da una perizia ufficiale del consulente di Bankitalia Francesco Giuffrida) il Cavaliere non diede alcuna spiegazione: farfugliò di avere già chiarito in varie occasioni la provenienza dei suoi primi miliardi e di non aver fatto ricorso a società estere, salvo poi smentirsi di lì a pochi mesi ammettendo di averne fatto uso "in un certo periodo per pagare tasse più convenienti".
Ecco: più che dagli avversari, o dai motivi caratteriali, sondaggistici, paranoidi, estetici e quant'altro potrebbe sviscerare un Klaus Davi, Berlusconi forse fugge da se stesso. Dal suo passato, remoto e prossimo, dai guai giudiziari, dalle amicizie partitocratiche (e i finanziamenti illeciti, i 21 miliardi a Craxi del conto All Iberian), dal monopolio televisivo, dalle leggi ad personam e dalle mancate promesse agli italiani. Tutte cose che persino il più "riformista", bendisposto e dialogante ulivista potrebbe tirar fuori dal cilindro, soprattutto in campagna elettorale.
Ma oggi il Cavaliere ci smentisce. Tutte fandonie. Colui che non partecipa più nemmeno a pseudo dibattiti preparati ad hoc da conduttori fidati, senza alcun esponente politico e alla presenza di giornalisti fintoterzisti, esige un duro faccia a faccia con Prodi. Un confronto all'americana, in diretta non-stop, magari in inglese. Stars and "strips".
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