Regolarizzazione beffa. E il governo si frega i soldi
di Sara Farolfi
su il manifesto del 05/11/2009
Un mese di contributi in meno nella bozza dei ministri
Dopo la beffa di una «regolarizzazione» che, alla fine, ha riguardato appena 296 mila 633 persone - meno della metà di quanto preventivato dal governo - arriva il danno della ripartizione delle risorse. Parliamo della regolarizzazione di colf e badanti e della destinazione di quelle risorse che i ministri del Lavoro, dell'Interno e dell'Economia, insieme all'Inps, per legge stanno predisponendo.
Cinquecento euro, è il contributo forfettario che ha dovuto versare (entro il trenta settembre) chi ha voluto mettere in regola la propria colf o badante. Dovevano servire a regolarizzare forfettariamente la posizione previdenziale di tre mesi (aprile, maggio e giugno) e invece ora si scopre che il governo, nel tentativo di rastrellare risorse ovunque possibile, vorrebbe dirottare parte di quei soldi su altre voci: sul servizio sanitario nazionale (a cui però, eccezione fatta per il pronto soccorso, non aveva diritto chi in quei tre mesi lavorava in nero), e sulla copertura di non meglio precisate spese di organizzazione (nonostante nessun investimento tecnico, nè sul personale al lavoro, risulta essere stato fatto). Sottraendo in questo modo, a colf e badanti «regolarizzate», una mensilità di contributi.
La denuncia arriva da uno degli esponenti della commissione entrate dell'Inps, che ieri mattina ne è stata informata. «È una truffa bella e buona ai danni dei più deboli - attacca Gianpaolo Patta - I ministri si sono accordati su questa linea, ma la legge è molto precisa nello stabilire che quei soldi servono per la copertura previdenziale».
Il primo articolo della legge 102 del 3 agosto 2009, dopo avere stabilito le modalità di regolarizzazione per colf e badanti, stabilisce che spetta al ministero del lavoro, dell'interno e dell'economia, stabilire per decreto la modalità di ripartizione del contributo forfettario, sia per fare fronte all'organizzazione e allo svolgimento delle procedure di emersione, sia per la copertura previdenziale e assistenziale dei tre mesi.
«Erano soldi destinati a colf e badanti mentre nel decreto che sta per arrivare, colf e badanti si ritroveranno con un mese di contributi in meno», continua Patta. Dal ministero del lavoro dicono di non saperne nulla e girano la palla all'economia: «I presupposti di bilancio spettano a loro». Secondo la ripartizione presentata ieri alla commissione entrate dell'Inps, dei 500 euro versati per ciascuna lavoratrice, solo 220 euro andrebbero a finire all'Inps (sufficienti a coprire solo due mensilità di contributi), mentre 160 euro sarebbero destinati al servizio sanitario nazionale, e 120 euro alle spese dei ministeri.
«Il governo ha incassato meno del previsto, perchè le richieste di regolarizzazione sono state meno della metà di quelle preventivate, e ora vorrebbe attingere ai contributi dei lavoratori», commenta a caldo Pietro Soldini, responsabile immigrazione Cgil, «faremo tutte le verifiche del caso ma se il decreto dovesse confermare tutto ciò, non escludiamo di presentare un esposto». Secondo Soldini, se si può comprendere che una parte dei contributi vada al finanziamento del servizio sanitario nazionale - «anche se 160 euro su 500 sono molti più soldi di quel 7% circa che viene trattenuto ogni mese dalle buste paga dei lavoratori dipendenti» - curiosi sono invece quei 120 euro destinati alle spese di organizzazione: «La parte istruttoria della pratica era infatti tutta informatizzata, mentre per quanto riguarda gli uffici delle prefetture che hanno esaminato le domande, non è stato fatto nessun investimento».
Una beffa insomma, se confermata. Ciliegina sulla torta di una regolarizzazione dal costo elevato (e spesso scaricato direttamente sulle lavoratrici stesse) e che ha escluso tutti gli altri lavoratori immigrati. Ma il quadro non sarebbe completo senza considerare l'altra faccia della medaglia: il fatto cioè che, anche regolarizzati, per gli extra-comunitari è praticamente impossibile riscattare i contributi versati. Non è una questione di poco conto, considerando la quantità di persone che, molto prima dell'età della pensione, sceglie di tornare nel paese d'origine. Ma senza un accordo tra il paese d'origine e il nostro - accordo che pochissimi paesi hanno stipulato - l'unica cosa che si può fare è aspettare i 65 anni e fare domanda dall'Inps per avere la pensione a cui si ha diritto. «Cosa complicata - conclude Soldini - per chi viene per esempio dai paesi dell'Africa subsahariana e ha un'aspettativa di vita molto inferiore alla nostra».
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