di Michele Giorgio
giovedì, 20 maggio 2004
I sionisti cristiani in soccorso del Grande Israele.
Cosa c'è dietro l'alleanza fra la destra evangelico-fondamentalista americana e le pulsioni coloniali israeliane. Voci dal Texas. In un congresso di repubblicani della Harris County, discusso per ore il diritto di Israele di fare ciò che vuole «per combattere il terrorismo»
I sionisti cristiani in soccorso del Grande Israele
MICHELE GIORGIO
Herbert Zweibon, esponente ebreo statunitense di primo piano e presidente di «Americans for Safe Israel», è preoccupato. La sconfitta subita da Ariel Sharon nel referendum nel Likud non è servita a
rallegrarlo. L'evacuazione, anche solo di una minima parte, delle colonie ebraiche di Gaza rimane una possibilità e quindi rischia di avere un impatto negativo sulla posizione dei cristiani evangelici,
ovvero gli alleati più stretti (e più potenti) dello Stato ebraico negli Stati Uniti. «L'alleanza tra questi cristiani e gli ebrei - ha spiegato Zweibon - si fonda sul patto che Dio ha stabilito con il popolo di
Israele, in particolare il loro ritorno nella terra promessa. Se gli ebrei ora rinunciano a quel patto, perchè mai gli evangelici dovrebbero rispettarlo e, di conseguenza, perchè dovrebbero continuare a sostenere Israele?». Zweibon ha perciò azzardato una previsione: «I cristiani americani potrebbero sentirsi traditi e quindi decidere di divorziare da
Israele e, si sa, il divorzio spesso segna il passaggio dall'amore all'odio». Quello di Zweibon è un grido di allarme probabilmente esagerato. Ma i suoi timori indicano che le associazioni degli ebrei americani temono gli effetti di una marcia indietro degli evangelici che grande influenza hanno sulla amministrazione Bush. Proprio Zweibon,
grazie al sostegno di importanti gruppi di cristiani ferventi sionisti, lo scorso anno riuscì a mobilitare migliaia di cittadini americani contro la «road map», il piano di pace sponsorizzato dal Quartetto (Usa,
Russia, Ue e Onu). Che dovevano telefonare alla Casa bianca e di ripetere a Bush le seguenti parole: «E il Signore disse a Giacobbe... Io donerò a te, ed alla tua progenie dopo di te, il paese che Io diedi ad
Abramo ed Isacco (Genesi 35: 11-12, dr)... Presidente onori il patto con Dio».
Un affievolimento di questa «sacra alleanza» è temuto anche da Michael Oren, un professore universitario di origine americana che insegna a
Gerusalemme. «Gli evangelici negli Stati uniti sono sbigottiti - ha detto - non riescono proprio a capire. Lo Stato palestinese che gli israeliani fino a qualche tempo fa consideravano una minaccia mortale
per lo Stato ebraico ora viene descritto come l'unica soluzione possibile». Zweibon, in visita in questi giorni a Gerusalemme, sta preparando un tour per i leader delle colonie ebraiche negli Usa.
Individualmente o a gruppi si recheranno nelle località che, si prevede, saranno importanti per l'esito delle elezioni presidenziali americane.
Hanno provveduto inoltre a prendere contatto con Karl Rove, lo stratega politico del presidente americano. Rove ha ribadito l'importanza del voto dei cristiani evangelici che credono senza esitazioni in ogni parola della Bibbia. Nel 2000 Bush sperava di raccogliere i voti di 19 milioni di questi fondamentalisti, 4 dei quali tuttavia non si recarono
alle urne. Rove spera che lo facciano in novembre.
Il destino di Israele e della «terra promessa», potrebbe essere la molla - così almeno spera Zweibon - che spingerà i cristiani più militanti a non disertare i seggi elettorali. Resta tuttavia l'incognita
dell'evacuazione di Gaza. La «rinuncia» di Sharon e degli ebrei di Israele a porzioni della «terra promessa», rischia di vanificare le pressioni che Zweibon e altri come lui, stanno esercitando in tutte le direzioni. La tensione tra le due parti è sorprendente se si tiene conto che soltanto lo scorso ottobre il premier israeliano aveva accolto con
lo slogan «Vi vogliamo bene» i circa 3.000 evangelici giunti in Israele per la Festa dei tabernacoli da ben 80 paesi (tra di essi, per la prima volta, anche gruppi di fondamentalisti cattolici italiani). Ora invece Sharon è sotto la lente di ingrandimento.
L'ingresso in politica del linguaggio biblico dal tono apertamente filo-israeliano, coincide con gli anni dell'ascesa di Ronald Reagan alla Casa bianca. Ma già molto prima il governatore della California aveva
partecipato ad incontri con esponenti cristiani fondamentalisti divenuti ferventi sionisti dopo la «conquista» da parte di Israele delle parti
rimanenti della «terra promessa» (Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme est).
In particolare divenne amico del predicatore evangelico Jerry Falwell.
«Oggi - dichiarò in quel periodo Falwell - lo Stato d'Israele è la sede della profezia. Nel Vecchio testamento il ruolo degli ebrei era quello
di testimoniare, ora è quello di preparare la seconda venuta di Cristo».
Negli ultimi anni è aumentato il numero dei predicatori, mentre i sentimenti anti-arabi e anti-islamici sono cresciuti nei cristiani evangelici americani di pari passo con il sostegno incondizionato a Israele. Nella amministrazione Bush il fondamentalismo cristiano è dominante.«Per capire cosa accade in Medio Oriente è necessario guardare
a ciò che succede in Texas», ha scritto il 29 aprile sul Guardian George Monbiot riferendo del recente congresso dei repubblicani nella Harris County (Houston). I delegati - ha raccontato Monbiot - dopo aver approvato rapidamente risoluzioni sulla abolizione di tasse e la punizione degli omosessuali, hanno discusso per ore del diritto di Israele di fare ciò che vuole «per combattere il terrorismo», delle
pressioni da esercitare sugli Stati arabi affinchè accolgano nei loro paesi i profughi palestinesi del 1948 e della proclamazione non solo di Gerusalemme ma anche dei Territori occupati come parte dello Stato di Israele. E con un presidente che si sente «vicario di Dio» più del papa, non sorprende che le risoluzioni Onu sul conflitto israelo-palestinese
siano costantemente annullate dagli Usa.
fonte: il manifesto, 19 maggio 2004
Ultimo aggiornamento ( giovedì, 20 maggio 2004 )




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