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    Red face Amarcord: Convegno di Agropoli del Fdg 1985

    “Grande politica” e battaglie sociali: due concetti da coniugare

    Il Convegno che abbiamo tenuto, con lusinghiero successo, a Rimini nei primi giorni di Settembre aveva lo scopo di analizzare le novità che contraddistinguono il rapporto giovani-politica e di delineare una nostra strategia a lungo termine capace di polarizzare attorno al FdG sempre maggiori simpatie giovanili.
    La conclusione dei nostri lavori consistette nella individuazione, come necessità primaria per il nostro mondo politico, di pensare e praticare una diversa politica rispetto alla "politica politicante" cui il sistema ha abituato i giovani. A Rimini scegliemmo, per noi, la "grande politica", non a caso incentrata su temi di ampio respiro e di evidenti implicazioni culturali quali la Comunità nazionale, la tradizione, il mito e l'avventura come referenti delle aspirazioni giovanili.
    In questo convegno salernitano siamo chiamati a meglio definire ad a calare nella realtà, in specie sociale, della Nazione e soprattutto del Meridione, quella impostazione di ordine generale.
    Cosa significa infatti pensare e fare la "Grande Politica" quando la Comunità nazionale soffre ogni giorno di più delle conseguenze di problemi estremamente pratici e concreti quali la disoccupazione, la sempre più deteriorata qualità della vita, la droga o la violenza diffusa? E che senso può avere il nostro richiamo alla tradizione nazionale per un giovane di sedici anni di certe squallide periferie metropolitane e di mortalmente noiosi paesi delle più lontane province, per un giovane cioè alle prese con il problema del lavoro che non c'è, della scuola che non serve, di una vita senza sogni se non quello di divertirsi ad ogni costo ed in ogni modo?
    La risposta è assai meno ardua e problematica di quello che può apparire a prima vista. A nostro avviso infatti non può esistere una seria, duratura e, soprattutto, politicamente produttiva presa di coscienza della gravita dei problemi di tutti i giorni, e quindi il conseguente convincimento della necessità di lottare per cambiare la realtà, se prima non si comprende che sono le regole del gioco ad essere ingiuste e quindi meritevoli di essere cambiate. Disoccupazione, violenza, droga, scuola come area di parcheggio consumi meno elevati a scopo di vita, non sono fenomeni a se stanti, scopo in un quadro di corretto e onesto vivere civile, bensì le conseguenze inevitabili e logiche di un certo modo di concepire la vita e la società, cioè di un certo sistema. Ergo, non si cambia la triste realtà sociale in cui ci si trova se non si affronta il nodo del problema, la radice del male, cioè se non si pone con forza la questione della alternativa al sistema, della "grande politica" contrapposta alla politica politicante dei raccomandati di ferro, dei portaborse, dei "furbi" che hanno sempre una scappatoia, dei monsignori bianchi o rossi che gestiscono per conto dei partiti tutto ciò che costituisce, dalla sanità alla scuola, ai servizi sociali alla stessa qualità della vita, il bene primario di ogni cittadino.
    Che questa equazione tra consapevolezza della necessità di cambiare il sistema ed effettiva, utile, producente azione sul terreno sociale sia giusta, lo dimostrano anche i molti episodi di ribellione, di antagonismo, di protesta che via via hanno visto protagonisti alcune categorie di cittadini o intere comunità cittadine. Laddove alla causa scatenante della protesta - un aumento iniquo delle tasse, la mancanza cronica di un essenziale servizio sociale, una condizione di vita invivibile -non ha fatto seguito la immediata presa di coscienza della necessità di cambiare le regole del gioco, anziché limitarsi ad una parziale e temporanea soluzione del problema, non è accaduto sostanzialmente nulla di duraturo o di significativo sul piano politico.
    In questi casi, più che di una vera protesta si è trattato di sterile ribellismo, sorta di fuoco di paglia che, al momento, divampa furioso ma che non lascia traccia e si spegne pressoché subito. La considerazione l'essenziale soprattutto noi che abbiamo lucidamente individuato la via della protesta come strada maestra per costruire l'alternativa: ma ne discende che la protesta non può essere cavalcata a posteriori, come troppo spesso capita, ma semmai ispirata, alimentata, e resa consapevole, elevata da sterile ribellismo a razionale forma di antagonismo sociale e politico. Altrimenti i vantaggi che se ne traggono, ammesso che ci siano, sono effimeri e, spesso, paradossalmente dannosi non appena lasciano il posto alla delusione.
    "La grande politica" deve quindi essere sottesa a qualsiasi iniziativa, anche clamorosa, che non voglia essere episodica e fine a se stessa. È di questi giorni ad esempio il clamore suscitato dalle imponenti manifestazioni di protesta indette, dopo anni di silenzio, dagli studenti medi. Nostro compito primario non può essere solo quello di "stare" nel movimento dei cosiddetti ragazzi del 85 - cosa abbastanza ovvia, che finora è accaduta pressoché ovunque e che certamente accadrà il prossimo 16 novembre per la manifestazione nazionale in programma a Roma -.
    Il nostro compito è quello di sostanziare la protesta per le aule o i laboratori di contenuti di fondo. Perché o il Movimento del 85 acquista certezza che è la scuola del sistema ad essere sul banco degli imputati e non certo la mancanza di strutture, oppure tutto è destinato a durare lo spazio di un mattino.
    Il 1968 fu quello che fu, dopo un inizio assai simile a questo scorcio di 1985, perché assai presto si cominciò a "volare alto", a sperare nella rivoluzione, a pensare e a fare una politica che voleva, appunto, essere grande e diversa.
    Sappiamo bene come fini, e dobbiamo certamente dire che non poteva finire in modo diverso essendo la sinistra ad orientare e guidare quella contestazione, ma il concetto per cui o la protesta si proietta oltre il contingente oppure è nulla, rimane un concetto valido. Sta a noi evitare che ancora una volta sia la sinistra a cogliere l'occasione e a tradire tante legittime aspettative.
    Un altro punto essenziale su cui dovrà incentrarsi il nostro Convegno, per altro strettamente connesso al primo, è quello relativo alla democrazia. Sostenere infatti che sono le regole del gioco a dover essere cambiate e che il sistema tutto intero necessita di una alternativa e non di una riforma, significa perlomeno interrogarsi sulla validità del cardine primario del sistema: il principio democratico. Prima che siano altri a farlo (cioè gli stessi che devono pur trovare una via d'uscita al fallimento da loro stessi provocato) dobbiamo cioè affermare che la democrazia non è un tabù indiscutibile. E certo è tutt'altro che intangibile questa democrazia, come del resto si va dicendo, e sempre più apertamente, non solo in ristretti circoli "reazionari", ma nelle redazioni dei giornali, nelle segreterie dei partiti, nelle stesse aule parlamentari.
    E perché non dire anzi, a tale proposito, che oggi in Italia non vi è nessuno più "reazionario" e conservatore di chi, PCI in testa, non vuole cambiare le regole del giuoco per non perdere un quarantennale privilegio?
    Terzo, ed ultimo, argomento base del Convegno sarà la cosiddetta "questione meridionale" cioè il rapporto che intercorre, non solo storicamente, tra l'unità e l'identità nazionale e il Sud. A tale riguardo mi permetto solo un accenno, per quanto esso abbia un carattere essenziale e costituisca a mio avviso una di quelle "colonne d'Ercole" che non è lecito oltrepassare: il meridionalismo estremista di chi sogna un nostalgico e irrealizzabile "regno del sud", fa unicamente il gioco delle centrali politiche ed economiche di Roma e del nord che hanno sfruttato il meridione d'Italia. Lo stesso Mussolini comprese appieno, e il Fascismo diede corpo a quella intuizione, che non esiste una questione meridionale, ma un'unica, grande questione - che è quella nazionale - in cui si sommano tutte le vertenze aperte e dalla cui soluzione dipende il progresso sociale dell'intera comunità nazionale, del Nord come del Sud. Quella è la strada maestra ancor oggi.
    A conclusione di questa forse fin troppo lunga relazione introduttiva, un ultima considerazione di carattere "interno": il FdG ha dimostrato negli ultimi mesi di poter fare molto sia per propagandare le tesi del MSI-DN tra i giovani sia per dare al MSI-DN una impostazione, su alcuni problemi, maggiormente in sintonia con la pubblica opinione giovanile. Non è cosa di poco conto: ad essa siamo giunti anche grazie a quella unità interna che, raggiunta più per accordo di vertice qualche anno fa che per reale volontà di base, si è poi via via concretizza nelle federazioni dando vita a iniziative, manifestazioni, convegni. Il FdG non può più permettersi il lusso di interne divisioni: sono troppo le cose da fare, gli argomenti da approfondire, le altrui impostazioni da correggere. Ed è anche troppo importante l'appuntamento cui tra breve saremo chiamati come classe dirigente giovanile: garantire il rinnovamento del MSI-DN. A Rimini qualche settimana fa abbiamo dimostrato di essere all'altezza del non facile compito; sono certo che anche questo importante convegno salernitano confermerà che sul FdG si può far conto.

    Gianfranco Fini

  2. #2
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    Per riconquistare la sovranità nazionale al di là dei “blocchi”.

    Le vicende del Mediterraneo hanno riportato in primo piano la questione della sovranità nazionale. Si tratta, al di là delle contingenze, di un fatto positivo di fronte al quale non possiamo restare inerti spettatori, ne, tanto peggio, lasciare ad altri, che le agitano strumentalmente, bandiere che tocca a noi innalzare.
    Come vive le proprie alleanze l'Italia? Alla pari o in stato di sudditanza? Siamo una Nazione o una provincia dell'Impero? Se dei marines, mi riferisco a quanto accade in occasione del "dirottamento" aereo che segui la vicenda della nave Achille Lauro attaccata da palestinesi, pensano di poter circondare sul nostro suolo dei militari italiani, se un aereo americano può pensare di chiedere di allontanarsi a quattro aerei militari italiani la risposta non può essere che la seconda.
    Non si tratta di pensare che le alleanze si possano spezzare; la realpolitick ha le sue esigenze, l'Europa forte, unita, armata, capace di respingere il ricatto dei blocchi è ancora lontana; può addirittura apparire a qualcuno un utopia, a noi una speranza.
    Non dobbiamo dimenticare che noi, noi come italiani e come movimento fascista, siamo scesi in campo aperto dalla parte del "sangue contro l'oro". E non era retorica. Era uno scontro epocale, inevitabile, tra una cultura, una concezione del mondo e il capitale senza volto, mondialista e nemico dell'idea di Nazione.
    Allora si usava il termine "demoplutocrazia", oggi potremmo parlare di "pascoli delle multinazionali", che con il denaro comprano i governi e le coscienze.
    Quella guerra noi l'abbiamo persa e sentiamo ancora il peso di quella sconfitta. Chi si illudesse di averla vinta solo perché ha fatto un salto sul carro dei vincitori all'ultimo momento si illuderebbe. Confonderebbe la conquista di un posto in prima fila nella schiera dei proconsoli con un ruolo da paese libero, autonomo e padrone del proprio destino quale noi non siamo stati in questi quarant'anni.
    Yalta, il grande patto sulla nostra pelle, sulla nostra terra.
    Ad Est Yalta si chiama Praga, Budapest, Varsavia, cento storie di libertà negata. Ma la nostra Yalta si può chiamare Sigonella. Siamo solo territorio da gestire o Nazione? non è ammissibile che nel nostro paese esistano realtà extraterritoriali. Non dovremmo pretendere alleanze fra eguali, doppie chiavi e altre garanzie? I rapporti di forza sono quelli che sono, è vero. Ma dovremmo accettare di pagare eternamente quello che è-non lo dimentichiamo -il prezzo di una sconfitta?
    La Francia ha dimostrato nell'arco di quarant'anni come si possano vivere diversamente le alleanze. E non solo ora, con Mitterrand, ma sempre, con Giscard come con De Gualle. Un po’ più Nazione; sempre. Rischiando di apparire talvolta velleitari, pretenziosi, ostinati a vivere al di sopra delle proprie possibilità. E noi invece tante volte Bulgari dell'Occidente!
    Un altro punto da chiarire (cosa quanto mai opportuna in un convegno del Fronte in cui ci occupiamo anche della vocazione Mediterranea del nostro paese): cos'è l'Occidente? È questo il nostro punto di riferimento? La nostra stella polare? o non è piuttosto l'Europa? Quell'Europa che va dall'Atlantico agli Urali a che soprattutto guarda a Sud, al Mediterraneo.
    L'Atlantismo può essere una necessità, ma il nostro destino non è l'Atlantismo, perché si chiama Europa e si chiama Mediterraneo.
    Ed allora anche la nostra comunità politica, deve essere adeguata a questi obiettivi "storici".
    Possiamo restare estranei al dramma mediorientale? Ritenere risolvibile in un'aula di giustizia o peggio ancora con la politica delle cannoniere la questione palestinese? Dobbiamo essere fautori di una soluzione giusta basata sul ripudio della violenza e sul rispetto dei diritti di tutti i popoli.
    Chi disdegna l'attenzione al mondo arabo, nel quale pure allignano pericolose centrali di provocazione (Libia e Siria) si accontenti almeno dell'"ipse dixit", se almeno di questo ci si accontenta. La spada dell'Islam impugnata da Mussolini: solo una foto ricordo o un vincolo tra popoli schierati su posizioni per molti versi convergenti?
    "Valorizzazione, a beneficio dei popoli europei e di quelli autoctoni, delle risorse naturali dell'Africa nel rispetto assoluto di quei popoli, in specie mussulmani, che come l'Egitto, sono già civilmente e nazionalmente organizzati", comma C dell'8° punto di Verona della Repubblica Sociale Italiana.
    Oggi, lo sappiamo, la politica estera è condizionata dall'affarismo, dalle tangenti. Oggi certe amicizie, anche nel M.O., sono più frutto di interessi che di scelte politiche. Del resto questo è il paese che ha delegato la politica estera agli imprenditori, ai finanzieri o peggio ancora ai Pazienza, al quale non a caso erano aperte le stanze dei potenti, dei servizi segreti, ma anche di influenti ambienti americani. Che ruolo hanno avuto - è un 'altra riflessione per il dibattito - "i servizi" nell'assicurare la subordinazione dell'Italia e nella politica affaristica? Che mezzi hanno usato? Noi vogliamo che nella politica estera non prevalgano più gli "interessi" più o meno oscuri. Non è piacevole essere definiti, come italiani, "accattoni" dalla stampa americana, sarebbe facile dire che la qualifica è rivolta ai governanti, che se la meritano per mille motivi.
    Ma come italiani non ci piace lo stesso. Non è piacevole vedere le crisi di governo scandite dalle visite a Palazzo dell'ambasciatore americano. Non è piacevole assistere alla gara al servilismo guidata dal mai troppo deprecato , pericoloso, ambiguo e assetato di potere e autocelebrazioni Giovanni Spadolini.
    Contro queste logiche chi ci ha preceduto si è battuto quarant'anni fa. Noi vogliamo continuare quella lotta, rilanciare il ruolo dell'Italia nel Mediterraneo, riproporre l'opzione del dialogo Nord-Sud contro la protervia dei blocchi.
    In fondo quarant'anni fa non abbiamo sbagliato, abbiamo "soltanto" perso. Ma non vogliamo continuare a "perdere" anche oggi.

    Maurizio Gasparri

  3. #3
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    Stato senza partecipazione. Ma quanto vale questa democrazia?

    Dare un contributo che tenda all'organicità su temi quali: lo Stato, la partecipazione, la democrazia è compito difficile per tutti, probabilmente proibito per chi parla. Mosso comunque dal tutto sommato incoraggiante detto che: "non occorre sperare per intraprendere", tenterò un'analisi spero non scontata.
    Affrontare la problematica che riguarda il concetto di Stato è punto focale dei valori di questo convegno.
    Non si parla forse di identità e di unità nazionali? Si parla quindi della formazione dello Stato unitario Italiano, della formazione di una struttura che andava ad organizzare in una unica istituzione un popolo (ma era veramente uno?); Affrontiamo cioè la problematica riguardante un tipo "contingente" di Stato; uno Stato Moderno.
    Spostiamo allora momentaneamente l'ottica, cercando di centrare una definizione non contingente dello stato stesso. Possiamo in questo tentativo farci attivamente aiutare da Julius Evola; scrive il nostro in "RIVOLTA CONTRO IL MONDO MODERNO": "lo Stato tradizionalmente ha avuto un significato ed una finalità in un certo modo trascendente, esso era un apparizione del "Sovramondo" e una via verso il "Sovramondo". La stessa espressione Stato può rimandare al significato superiore, proprio appunto ad un ordine volto alla partecipazione gerarchica, alla stabilità spirituale, in opposto al carattere contingente, labile, mutevole, caotico e particolaristico proprio dell'esistenza naturalistica; ad un ordine che costituisca quasi un riflesso del mondo dell'essere in quello del divenire".
    Julien Freud in "LA FINE DELLO SPIRITO EUROPEO" ha invece definito lo stato come: "La configurazione storica dell'unità politica, nel contesto di una determinata civiltà".
    Se dalla prima definizione possiamo con facilità renderci conto che oggi, epoca della fluidità, del "non valore", della secolarizzazione compiuta, lo Stato non ha e non può avere valore tradizionale, e cioè valore dall'essere via verso il "Sovramondo", dalla seconda possiamo concludere con linearità che non essendo questa la nostra civiltà, questo non è il nostro Stato. È con estrema facilità e senza imbarazzo alcuno che arriviamo a questa conclusione, forse maggiormente per motivi anagrafici che dottrinari. O comunque per entrambi.
    Non avendo mai vissuto in uno Stato espressione del nostro "sistema di valori" non proviamo alcuna particolare esaltazione nei confronti di una struttura che sentiamo, "avvertiamo" come "metafisicamente nemica", che riconosciamo tale.
    Da queste considerazioni, ritengo semplici, derivano conseguenze che semplici non sono: è da esse che infatti si manifestano i diversi atteggiamenti (qualcuno le chiama ottimisticamente le "due anime") assunti all'interno del movimento sociale su problemi centrali come quelli riguardanti il nostro rapporto con le istituzioni, l'ordine pubblico, la politica internazionale. Lo Stato moderno, secolarizzato, è nient'altro che una pesante macchina burocratica dall'orizzonte della quale è esclusa ogni possibilità e volontà di "grande politica".
    L'unica progettualità che persegue è quella della crescita economica, l'unico scopo, l'intensificazione infinita del processo produttivo.
    Ma verso cosa e per cosa?
    Sembra di udire la ('loro') risposta corale: "per il benessere materiale del singolo".
    È implicita in questa risposta la mentalità moderna, utilitarista e riduzionista secondo la quale l'uomo che sta bene economicamente è tout court felice. La tragica alienazione, il tragico nulla che ci circonda, ci dimostrano ampiamente il contrario.
    Questo può essere un buon punto di partenza per la nostra riflessione. Dal titolo della mia comunicazione , traspare poi un quesito che ritengo fondamentale: è questa democrazia che è fallita o è la DEMOCRAZIA TOUT COURT? O meglio, è questa democrazia a non avere i caratteri di validità o piuttosto ha i caratteri di validità che vuole avere, che vuole darsi?
    Sono interrogativi importanti. Diceva Bertrand de Jouvenel: "le discussioni sulla democrazia sono nulla, perché non si sa di cosa si parli".
    Gli interrogativi di prima, nei riguardi del concetto di "democrazia" ritengo siano anch'essi centrali: perché se l'attuale Stato non è il nostro non è perché non vi è la partecipazione del singolo ma perché è informato da un intero sistema di valori antitetici alla nostra visione del mondo, dove il Dio Denaro, il dato economico, sacrifica e sostituisce il politico con l'amministrativo, deve l'attività statale è semplice attività di gestione d'affari e di normale amministrazione di interessi economici diffusi.
    L'uomo in esso ha apparentemente una grande libertà d'azione, di pensiero, di movimento, ha la possibilità di "partecipare" alla vita di questo tipo di stato che, essendo somma di interessi di gruppi più o meno grandi, di semplici tornaconti particolari, gli da la possibilità, cioè da la possibilità ad un uomo "allevato" secondo il suo sistema di valori, di vivere in maniera apparentemente libera, ma in realtà assolutamente funzionale agli interessi del meccanismo stesso. E allora l'uomo che si trastulla tra body building, discoteche, fast food, che pensa come Repubblica dispone, che guarda canale 5 commuovendosi per Dallas, è un uomo che partecipa: PARTECIPA ALLA FOLLIA GENERALE.
    Sulla partecipazione scriveva infatti Ortega Gasset: "La gente non vive insieme solo per essere insieme. Vive insieme per fare qualcosa insieme".
    Questo qualcosa può quindi essere ciò che è oggi: semplice somma di tornaconti, follie, alienazioni, nevrosi individuali e collettive.
    Ma può anche essere il compimento di una aspirazione profonda, la sola che dia senso superiore all'esistere: il concetto di un insieme che sia più della somma delle sue parti, per fortuna è questa una aspirazione riaffiorante.
    Introducendo con questo taglio gli argomenti inerenti la comunicazione, si evidenzia come sia chiara convinzione di chi parla il fatto che nessuna riforma istituzionale possa mutare lo status quo. Può apportargli un rafforzamento ed un miglioramento: può questa essere la nostra aspirazione? Chi propone l'alternativa al sistema non deve prima favorirne il crollo? È su questi interrogativi che si riaccendono solitamente gli animi di chi, per i motivi sopra accennati, ha ancora difficoltà ad effettuare una netta separazione, anche concettuale, tra noi e loro, tra la nostra comunità e il sistema.
    Per tornare alla sopraccennata ipotesi di "riforma istituzionale", non è certamente con l'elezione diretta del sindaco o di chi altro che si avvia alla strada del cambiamento. Gli individui continuano a votare nonostante tutto, certi schieramenti, (e lo stesso schema non si comprende perché dovrebbe valere per i singoli rappresentanti politici) perché è da essi che attendono le uniche risposte che sono stati educati, anzi programmati, a richiedere: la tranquillità, la sicurezza, il benessere materiale.
    Le esplosioni elettorali del Movimento sono quasi sempre scaturite da provvedimenti governativi, da situazioni che intaccavano questi obiettivi. Appena cessata l'emergenza (economica, sociale, dell'ordine pubblico) appena venivano fatte dimenticare certe situazioni contingenti, i consensi rientravano.
    Alle apparentemente spoliticizzate società occidentali (la scelta della neutralità infatti, essendo voluta, non è essa stessa neutra) allo smarrimento esistenziale delle grandi metropoli, alle mentalità standardizzate, non si può da parte nostra rispondere ne con una patetica "statolatria" (essa si è di fatto neutra poiché difende null'altro che un feticcio), ne con ideologie e pratiche riformiste.
    Solo uno sforzo rivoluzionario che parte dall'uomo, che tenda a trasformarlo, ha oggi un senso. Non occorre ne basta negare lo Stato, questo Stato, ne pretendere di attaccarlo ad un cuore che non può avere ( e di questo si è tragicamente reso conto chi ha creduto di scorgere inesistenti scorciatoie nella storia, senza poi poterne uscire).
    Occorre ritrovare, reindividuare, focalizzare, nuove forme di espressione del Politico, attraverso le quali ripensare e rendere possibile la nuova politica e, perché no, lo Stato nuovo.
    La riscoperta della Nazione intesa non come impossibile ed inutile ricerca di comuni etnie, ma come volontà di comune destino potrebbe essere il passo iniziale. La riaffermazione radicale della sua sovranità è quello essenziale.
    Ribadiamo, per non rendere possibili equicovo alcuno, alcuni concetti, tornando momentaneamente alla riflessione centrale: quella sulla partecipazione.
    Diamo per scontato che essa esista.
    Non è la sua esistenza che, nell'era della fluidità, nell'epoca oscura, è da mettere in discussione. È la sua natura. La partecipazione cessa cioè di essere un valore e diventa una parola, garanti del cui funzionamento sono i partiti, l'unico canale di espressione della dinamica collettiva, l'unico legittimo strumento di rappresentanza politica, decisionale e quindi di partecipazione stessa.
    Il compito di questo magico strumento è, nelle libere società occidentali, quello di favorire l'integrazione delle masse nello Stato e contemporaneamente di "incanalare", su un terreno "morbido", la "dissidenza".
    Il messaggio del profitto, dell'interesse atomizzato, dell'uguaglianza, della mediocrità, in apparenza neutro, diventa valore dominante (o meglio valutato, perché il valore non si crea ma si riconosce), attraverso l'uso dei mass-media, della scuola, della cultura ufficiale. Esso avvolge tutto come un gas (e su questo torneremo alla fine) invisibile ma mortale, come una massa gelatinosa, magari profumata e patinata.
    E l'individuo partecipa. Anche della "partecipazione" cerchiamo di darne una definizione.
    Essa è "il comportamento autonomo di chi, essendo e sentendosi parte di una qualche collettività, concorre in vario modo al processo di formazione delle decisioni che la riguardano".
    Ernesto Galli della Loggia ha scritto che da parte delle democrazie occidentali parlamentari vi è una rinuncia programmatica ad una scelta di VALORI.
    Li ammettono tutti, ma non ne fanno vivere alcuno.
    La complessità di questo quadro ha, per certi versi inaspettatamente, determinate al di fuori della nostra, la nascita di svariate forme di aggregazioni comunitarie, che cercano identità perdute, nuove solidarietà, appartenenze definite.
    Potranno, queste forme (strumenti) di veicolazione di modelli, di "mentalità" mutare le soglie di accesso alla decisione, i tradizionali modelli e strumenti di rivendicazione? Non vi è certezza in questo. Ma è questa, pur percorribile con entusiasmo "freddo", l'unica strada, e cioè quella di un progetto creativo di comunità plurali, differenziate e volontarie che rompano o almeno mettano in crisi l'edonismo individualistico e lo egalitarismo nemico delle specificità, per superare la "forma Stato" o meglio il feticcio Stato. E per rifondare Io Stato.
    Per anni la risposta di chi si è interrogato su questi argomenti si è basata sul dato ritenuto innegabile, ovviamente in un quadro di interpretazione "tradizionale", secondo il quale, essendo impossibile il superamento del "non valore" fino al compimento dell'età del ferro, del Kaly yuga, all'atto di rivolta autentico dell'uomo che ancora si "teneva sveglio" era quello della "formazione di sé", e, quindi conseguentemente, quello, attraverso l’esempio, della "testimonianza". Ma questa risposta spesso insisteva esclusivamente sul dato individuale di essa, dando per scontato che il Movimento doveva limitarsi a come si usava dire con una retorica e buffa frase, "calarsi nella realtà".
    La grande validità, allora, di una forma di "testimonianza" che potremmo definire "di comunità", non deriverebbe da un impossibile "vittoria" nell'immediato, ma dalla capacità, di offrire nel mondo del nichilismo compiuto , della "confusione", la "visione" di una sfera di valori che abbia la potenzialità di permettere in prospettiva il superamento dell'epoca "dell'ultimo uomo".
    La difficoltà nello scegliere questa forma di "testimonianza" come strumento di lotta e di manifestazione, consiste quindi nel conferire ad essa carattere estraneo alle seduzioni di sterili personalismi.
    II processo di spersonalizzazione e, conseguentemente, di rifondazione del “politico”, può avvenire in questo senso solo attraverso il recupero, da parte della "COMUNITÀ"'del MITO. Inteso come segue (specificazione resa necessaria da talune accezzioni del MITO, diffuse anche nel nostro ambiente assolutamente "fuorvianti").
    Scriveva M. ELIADE nel MITO DELL'ETERNO RITORNO: "il MITO ha come scopo quello di evocare, o in qualche modo restaurare, l'area della creazione.
    L'intenzione del MITO non è nostalgica, anche se contiene un elemento di rimpianto per l'età dell'oro; è intenzione pratica, perfino in un certo senso MAGICA, dato che ricostituendo quell'era si può anche risuscitare parte del suo eccezionale potere creativo".
    IL MITO dunque come momento aggregativo e propositivo.
    IL MITO come RISPOSTA /TESTIMONIANZA atemporale contro una società ed un tempo che l'ha bandito, in favore di un processo "meccanico/strabiliante" (non è forse la faccia oscura del Mito inficiato dal "gas"?)
    Nel periodo del "gas" il compito supremo dell'uomo è quello di edificare "mura-filtri" che non permettano la contaminazione totale: "Sette castelli circondati da mura ed al centro l'uomo libero" scriveva Myhamoto Mushashi nel libro dei Cinque-Anelli, nell'assolvimento di una testimonianza che ha come caratteristica "fenomica e necessaria" l'individualità, simultaneamente unita ad un momento comunitario che è il Mito sostanziale, se risolve forse il compito sia dell'uomo che vive in questa era, sia della e delle comunità operanti, cioè nella trasmissione fedele di "Valori testimonianti e puri", a beneficio di coloro che credono e che crederanno ancora possibile il ritorno all'età primaria.
    C'è chi di fronte a questo compito può sorridere, ritenendolo alieno dalla realtà (ma visto quali siano oggi le manifestazioni del reale, siamo contenti che lo sia), c'è chi può subdorarlo con sufficienza (anche tra i migliori il "gas" miete le sue vittime", c'è già stato chi questo compito con "magnifica umiltà" ha svolto; come fare allora a non rubare due parole al caro Robert Brasillach:
    "... Non ho nulla in me di stoico, ed è duro sottrarsi a ciò che si ama. Ma io ho tentato
    pure di non lasciare a quelli che mi vedono o pensano a me, una immagine indegna".

    Fabio Granata

 

 

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