“Grande politica” e battaglie sociali: due concetti da coniugare
Il Convegno che abbiamo tenuto, con lusinghiero successo, a Rimini nei primi giorni di Settembre aveva lo scopo di analizzare le novità che contraddistinguono il rapporto giovani-politica e di delineare una nostra strategia a lungo termine capace di polarizzare attorno al FdG sempre maggiori simpatie giovanili.
La conclusione dei nostri lavori consistette nella individuazione, come necessità primaria per il nostro mondo politico, di pensare e praticare una diversa politica rispetto alla "politica politicante" cui il sistema ha abituato i giovani. A Rimini scegliemmo, per noi, la "grande politica", non a caso incentrata su temi di ampio respiro e di evidenti implicazioni culturali quali la Comunità nazionale, la tradizione, il mito e l'avventura come referenti delle aspirazioni giovanili.
In questo convegno salernitano siamo chiamati a meglio definire ad a calare nella realtà, in specie sociale, della Nazione e soprattutto del Meridione, quella impostazione di ordine generale.
Cosa significa infatti pensare e fare la "Grande Politica" quando la Comunità nazionale soffre ogni giorno di più delle conseguenze di problemi estremamente pratici e concreti quali la disoccupazione, la sempre più deteriorata qualità della vita, la droga o la violenza diffusa? E che senso può avere il nostro richiamo alla tradizione nazionale per un giovane di sedici anni di certe squallide periferie metropolitane e di mortalmente noiosi paesi delle più lontane province, per un giovane cioè alle prese con il problema del lavoro che non c'è, della scuola che non serve, di una vita senza sogni se non quello di divertirsi ad ogni costo ed in ogni modo?
La risposta è assai meno ardua e problematica di quello che può apparire a prima vista. A nostro avviso infatti non può esistere una seria, duratura e, soprattutto, politicamente produttiva presa di coscienza della gravita dei problemi di tutti i giorni, e quindi il conseguente convincimento della necessità di lottare per cambiare la realtà, se prima non si comprende che sono le regole del gioco ad essere ingiuste e quindi meritevoli di essere cambiate. Disoccupazione, violenza, droga, scuola come area di parcheggio consumi meno elevati a scopo di vita, non sono fenomeni a se stanti, scopo in un quadro di corretto e onesto vivere civile, bensì le conseguenze inevitabili e logiche di un certo modo di concepire la vita e la società, cioè di un certo sistema. Ergo, non si cambia la triste realtà sociale in cui ci si trova se non si affronta il nodo del problema, la radice del male, cioè se non si pone con forza la questione della alternativa al sistema, della "grande politica" contrapposta alla politica politicante dei raccomandati di ferro, dei portaborse, dei "furbi" che hanno sempre una scappatoia, dei monsignori bianchi o rossi che gestiscono per conto dei partiti tutto ciò che costituisce, dalla sanità alla scuola, ai servizi sociali alla stessa qualità della vita, il bene primario di ogni cittadino.
Che questa equazione tra consapevolezza della necessità di cambiare il sistema ed effettiva, utile, producente azione sul terreno sociale sia giusta, lo dimostrano anche i molti episodi di ribellione, di antagonismo, di protesta che via via hanno visto protagonisti alcune categorie di cittadini o intere comunità cittadine. Laddove alla causa scatenante della protesta - un aumento iniquo delle tasse, la mancanza cronica di un essenziale servizio sociale, una condizione di vita invivibile -non ha fatto seguito la immediata presa di coscienza della necessità di cambiare le regole del gioco, anziché limitarsi ad una parziale e temporanea soluzione del problema, non è accaduto sostanzialmente nulla di duraturo o di significativo sul piano politico.
In questi casi, più che di una vera protesta si è trattato di sterile ribellismo, sorta di fuoco di paglia che, al momento, divampa furioso ma che non lascia traccia e si spegne pressoché subito. La considerazione l'essenziale soprattutto noi che abbiamo lucidamente individuato la via della protesta come strada maestra per costruire l'alternativa: ma ne discende che la protesta non può essere cavalcata a posteriori, come troppo spesso capita, ma semmai ispirata, alimentata, e resa consapevole, elevata da sterile ribellismo a razionale forma di antagonismo sociale e politico. Altrimenti i vantaggi che se ne traggono, ammesso che ci siano, sono effimeri e, spesso, paradossalmente dannosi non appena lasciano il posto alla delusione.
"La grande politica" deve quindi essere sottesa a qualsiasi iniziativa, anche clamorosa, che non voglia essere episodica e fine a se stessa. È di questi giorni ad esempio il clamore suscitato dalle imponenti manifestazioni di protesta indette, dopo anni di silenzio, dagli studenti medi. Nostro compito primario non può essere solo quello di "stare" nel movimento dei cosiddetti ragazzi del 85 - cosa abbastanza ovvia, che finora è accaduta pressoché ovunque e che certamente accadrà il prossimo 16 novembre per la manifestazione nazionale in programma a Roma -.
Il nostro compito è quello di sostanziare la protesta per le aule o i laboratori di contenuti di fondo. Perché o il Movimento del 85 acquista certezza che è la scuola del sistema ad essere sul banco degli imputati e non certo la mancanza di strutture, oppure tutto è destinato a durare lo spazio di un mattino.
Il 1968 fu quello che fu, dopo un inizio assai simile a questo scorcio di 1985, perché assai presto si cominciò a "volare alto", a sperare nella rivoluzione, a pensare e a fare una politica che voleva, appunto, essere grande e diversa.
Sappiamo bene come fini, e dobbiamo certamente dire che non poteva finire in modo diverso essendo la sinistra ad orientare e guidare quella contestazione, ma il concetto per cui o la protesta si proietta oltre il contingente oppure è nulla, rimane un concetto valido. Sta a noi evitare che ancora una volta sia la sinistra a cogliere l'occasione e a tradire tante legittime aspettative.
Un altro punto essenziale su cui dovrà incentrarsi il nostro Convegno, per altro strettamente connesso al primo, è quello relativo alla democrazia. Sostenere infatti che sono le regole del gioco a dover essere cambiate e che il sistema tutto intero necessita di una alternativa e non di una riforma, significa perlomeno interrogarsi sulla validità del cardine primario del sistema: il principio democratico. Prima che siano altri a farlo (cioè gli stessi che devono pur trovare una via d'uscita al fallimento da loro stessi provocato) dobbiamo cioè affermare che la democrazia non è un tabù indiscutibile. E certo è tutt'altro che intangibile questa democrazia, come del resto si va dicendo, e sempre più apertamente, non solo in ristretti circoli "reazionari", ma nelle redazioni dei giornali, nelle segreterie dei partiti, nelle stesse aule parlamentari.
E perché non dire anzi, a tale proposito, che oggi in Italia non vi è nessuno più "reazionario" e conservatore di chi, PCI in testa, non vuole cambiare le regole del giuoco per non perdere un quarantennale privilegio?
Terzo, ed ultimo, argomento base del Convegno sarà la cosiddetta "questione meridionale" cioè il rapporto che intercorre, non solo storicamente, tra l'unità e l'identità nazionale e il Sud. A tale riguardo mi permetto solo un accenno, per quanto esso abbia un carattere essenziale e costituisca a mio avviso una di quelle "colonne d'Ercole" che non è lecito oltrepassare: il meridionalismo estremista di chi sogna un nostalgico e irrealizzabile "regno del sud", fa unicamente il gioco delle centrali politiche ed economiche di Roma e del nord che hanno sfruttato il meridione d'Italia. Lo stesso Mussolini comprese appieno, e il Fascismo diede corpo a quella intuizione, che non esiste una questione meridionale, ma un'unica, grande questione - che è quella nazionale - in cui si sommano tutte le vertenze aperte e dalla cui soluzione dipende il progresso sociale dell'intera comunità nazionale, del Nord come del Sud. Quella è la strada maestra ancor oggi.
A conclusione di questa forse fin troppo lunga relazione introduttiva, un ultima considerazione di carattere "interno": il FdG ha dimostrato negli ultimi mesi di poter fare molto sia per propagandare le tesi del MSI-DN tra i giovani sia per dare al MSI-DN una impostazione, su alcuni problemi, maggiormente in sintonia con la pubblica opinione giovanile. Non è cosa di poco conto: ad essa siamo giunti anche grazie a quella unità interna che, raggiunta più per accordo di vertice qualche anno fa che per reale volontà di base, si è poi via via concretizza nelle federazioni dando vita a iniziative, manifestazioni, convegni. Il FdG non può più permettersi il lusso di interne divisioni: sono troppo le cose da fare, gli argomenti da approfondire, le altrui impostazioni da correggere. Ed è anche troppo importante l'appuntamento cui tra breve saremo chiamati come classe dirigente giovanile: garantire il rinnovamento del MSI-DN. A Rimini qualche settimana fa abbiamo dimostrato di essere all'altezza del non facile compito; sono certo che anche questo importante convegno salernitano confermerà che sul FdG si può far conto.
Gianfranco Fini




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