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Discussione: Agazio & Mimmo

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    Nel giro di soli tre anni il mondo della politologia è stato illuminato da due perle di cultura elargite da due giganti del pensiero occidentale. Nel marzo del 2002 Agazio Loiero ha pubblicato il fondamentale Se il Nord (sottotitolo: Bossi, Berlusconi e le sirene del Federalismo fiscale): un uppercut che ha fatto vacillare secoli di speranze autonomiste. Nel gennaio del 2004 il colpo mortale è stato inflitto da Domenico Fisichella con il solare Contro il Federalismo, per il quale ogni sottotitolazione sarebbe stata superflua. Loiero, calabrese, è laureato in Filosofia ed era ministro della Repubblica quando ha partorito il suo capolavoro. Domenico Fisichella, siciliano, è professore di Dottrina dello Stato e di Scienza della politica, è stato ministro del primo Governo Berlusconi ed è attualmente vice presidente del Senato. Si tratta di due pezzi da novanta, di due poeti dell’italianità, delle due colonne d’Ercole della cultura patriottica, dei grandi scogli di Scilla (il calabro Agazio) e Cariddi (il messinese Mimmo) su cui va a naufragare ogni velleità federalista e riformista. Entrambi svillaneggiano l’autonomismo (e il padanismo che ne è il più demoniaco corollario) dall’alto di una montagna di titoli accademici, di auto blu e di poltrone che potrebbero fare rabbrividire. E che infatti fanno rabbrividire. Lo fanno partendo da due opposti lati dello schieramento politico, rappresentando la quasi totalità del (loro) patrio parlamentarismo: uno era un giovane democristiano, eletto con il Polo e poi è passato a fare l’alleato di Bertinotti, l’altro un vecchio monarchico, sdoganato in An e ora sodale di La Malfa. Rappresentano le due chele della tenaglia che stritolerà l’autonomismo padano salvando i destini tricolori. Sono i Dioscuri, il Duo Fasano, le due Simone del centralismo tricolore.
    Nei loro tomi ponderosi sbertucciano impavidi le riforme e lo fanno con accordi così lirici da sembrare sospetti. E lo sono. Cosa vogliono questi leghisti sciagurati? Perché si affannano tanto a disfare un blocco monolitico come è la identità italiana. Scrive Loiero: «Non esiste (e credo non sia mai esistita) una sola ragione di frattura etnica, religiosa, linguistica da giustificare la secessione in Italia». Replica pronto al richiamo della Patria e con il petto in fuori Fisichella: «L’Italia non presenta linee di frattura religiosa, etnica, linguistica, né di altro genere, tali da legittimare un progetto di passaggio a un impianto costituzionale di tipo federale».
    Ciumbia! Dicono le stesse cose impiegando anche gli stessi termini (la freudiana parola chiave è “frattura”); cambia solo l’ordine dell’esposizione della patriottica mercanzia: per Agazio l’ethnos viene per primo, per il pio Domenico non poteva essere che la religione. Il primo è più esplicito e ruspante, il secondo appena più articolato e disinvolto con la sintassi, ma hanno copiato dallo stesso bigino tricolore. Poco più avanti (molto poco, perché le due opere sono fortunatamente piuttosto stringate), Loiero spiega senza neanche arrossire le motivazioni più profonde dell’italico amor di Patria. Inizia svillaneggiando Bossi, che «pretende che le risorse prodotte dal Nord restino tutte o in larghissima parte al Nord». Figuriamoci! Un vero tagliaborse! Poi, parlando di un perverso disegno elaborato dal presidente della Giunta veneta (che in realtà ricalca molti altri progetti di autonomismo più o meno spinto) che prevede che «l’ammontare delle risorse spettanti alla Regione venga stabilito in base alla capacità contributiva della stessa nell’ultimo triennio», rivela che il perverso «obiettivo è quello di arrivare alla fine a trattenere in Veneto il 66% delle entrate fiscali, lasciando il resto allo Stato». Ignobile! E perciò Agazio si affretta a proclamare con maschio sdegno che tale aberrazione «sia come cittadino, sia come ministro di questa Repubblica, mi spaventa!». Beata la franchezza di quest’uomo cui con un vero Federalismo toccherebbe andare a lavorare, e con lui tanti milioni di neghittosi patrioti che legittimano con il loro voto una classe dirigente di patrioti veraci e voraci. Almeno all’inizio del suo intervento, Fisichella professa ideali ben più alti e per lui la Patria non può essere questione di volgare pecunia e ricama eleganti ghirigori attorno ai vecchi merletti di Gioacchino Volpe: «Culturalmente l’Italia è nazione da secoli e secoli. Lo Stato nazionale unitario è la proiezione, è il sigillo istituzionale di tale mirabile condizione unitaria». Nobilissime parole che potrebbero anche indurre al pensiero che la sinistra sia unitarista per interesse e la destra per nobili ideali. Ma appena più avanti anche il Fisichella topicca nella vera essenza del patriottismo italiano: il “tengo famiglia rilassata”. Descrivendo le sciagure della tanto odiata devoluzione, si impalta infatti nella fondamentale questione degli insegnanti e dei dipendenti statali (che stanno tanto a cuore ad An e Rc) che non potrebbero più godere della franchigia (anche economica) delle «norme generali e astratte vigenti per l’intero territorio nazionale» e finirebbero addirittura per essere privati della «libertà di trasferirsi da una Regione all’altra della Nazione», e si dovrebbero confrontare con «lo sviluppo di programmi specifici per varie Regioni». Questo - si indigna brandendo la gruccia di Toti - sarebbe «di fatto il ritorno a una forma di servitù della gleba: servitù psicologica, culturale, sociale, civile, politica». Bum! Questo è il Paese dei “diritti acquisiti”, che si trasformano miracolosamente in “privilegi eterni” per milioni di pubblici impiegati e assimilati. Miglio avrebbe usato la nota metafora dei pidocchi ma - si sa - a Fisichella Miglio non è mai stato molto simpatico.
    Ne viene fuori che il loro patriottismo è - gratta gratta - sempre solo una questione di vantaggi, di interessi, di conservazione di privilegi piuttosto loschi ai danni di chi lavora davvero, di chi paga le tasse e che magari vorrebbe trattenerne un po’ per vivere meglio. Se appena uno pretende di farsi derubare “solo” di due terzi dei suoi averi diventa un pericoloso leghista, un trucido eversore, un attentatore del sacro e sgangherato dogma dell’unità. Sotto la bandiera dell’interesse nazionale riesce difficile distinguere uno scippatore da un finanziere, figuriamoci Scilla e Cariddi dallo sceriffo di Sherwood. Il motto dell’italico patriottismo è: “Quel che è mio è mio, quel che è tuo è nostro”.
    Agazio enumera tutta una serie di motivi per evitare il Federalismo. Fisichella, più lapidario, sentenzia: «Non vi sono ragioni e giustificazioni per abbandonare lo Stato unitario». Anche qui si sbaglia. Ce ne hanno fornite altre due.



    Gilberto Oneto
    Il Federalismo



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  2. #2
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    DA QUESTO ARTICOLO SI RICAVA ANCORA UNA VOLTA LA CONVINZIONE CHE I POLITICI DEL NORD, SPECIE I LEGHISTI, VIOGLIANO MANGIARE ANCORA DI PIù.......COME TUTTI I POLITICI..
    ANCHE QUESTO è UN MOTIVO PER CAPIRE CHE LA DEVOLUTION è UNA TRUFFA PER TUTTI I CITTADINI..
    su questo forum è meglio non rispondere ai fessi!
    PURTROPPO GLI ITALIANI SI BEVONO QUALSIASI MINCHIATA, DA SEMPRE (CETTO LA QUALUNQUE)

  3. #3
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    peccato che qui si parli di federalismo..


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