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  1. #1
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    Predefinito Montezemolo: Dalla fine della guerra mai un andamento così negativo

    Corriere

    «Dalla fine della guerra mai un andamento così negativo»

    Confindustria: rischi di cedimento per l'economia

    La crescita sarà lenta: Pil +1,4% il prossimo anno, contro il 2% del governo. Bene inflazione, meno il mercato del lavoro

    ROMA - Dalla fine della seconda guerra mondiale l'Italia non ha mai registrato un andamento così negativo rispetto alla concorrenza, secondo il presidente degli industriali Luca Cordero di Montezemolo. «Senza essere troppo pessimisti, dal dopoguerra a oggi, un insieme di parametri così negativo a 360 gradi rispetto ai nostri concorrenti, io non lo ricordo» ha detto il capo degli industriali che è anche presidente del gruppo Fiat ‹FIA.MI›. Montezemolo ha parlato concludendo la presentazione del rapporto macroeconomico di Confindustria che ha ridotto le stime di crescita per il prossimo anno all'1,4% dal 2% previsto in giugno.

    STAGNAZIONE - «Siamo fuori dalla stagnazione ma crescono incertezze e rischi di cedimento»: questo lo scenario macroenomico, non particolarmente confortante, delineato da Confindustria nel suo ultimo Rapporto previsionale del Centro studi. «La ripresa dell'anno in corso - si legge nel documento - ha fatto riguadagnare fiato all'economia italiana dopo la pesante stagnazione dei due anni precedenti. Ma un solo dato è certo in prospettiva: aumenta l'incertezza e crescono i rischi di cedimento». Dopo un buon terzo trimestre, spiegano gli industriali, «la decelerazione dell'attività produttiva dovrebbe farsi evidente già a partire dal quarto trimestre». E per il futuro, la crescita italiana non dovrebbe andare «oltre i livelli modesti e precari del presente, avendo già urtato contro il soffitto basso e stretto che ne condiziona lo sviluppo»: tradotto in numeri Confindustria prevede che il Pil crescerà dell'1,4% nel 2005 e dell'1,5% nel 2006.


    Il presidente di Confindustria Luca di Montezemolo, al recento congresso dell'Abi (Lapresse)

    I NUMERI - Facendo riferimento a questi dati sulla crescita, più bassi di quelli del governo (1,4% contro 2%), «nelle nostre valutazioni è più probabile che il disavanzo pubblico si collochi intorno al 3% sia quest'anno che l'anno prossimo», contro una previsione del Governo del 2,9% nel 2004 e del 2,7% nel 2005. Anche sul fronte del lavoro, i numeri non sono confortanti: rallenta il processo di creazione di nuovi, e nella media annuale la crescita dell'input di lavoro dovrebbe collocarsi intorno allo 0,9%.

    FRENA IL MERCATO DEL LAVORO - Il mercato del lavoro italiano ha mostrato nel 2004 segnali postitivi, ma ha subito una decelerazione tra il primo e il secondo trimestre. Sul fronte dell'andamento dei prezzi Confindustria rivela come il differenziale di inflazione rispetto alla media dell'area euro negli ultimi tre mesi si è invertito a favore dell'Italia (-0,3% ad ottobre). Nel complesso Confindustria parla di «un quadro di medio termine positivo: in media d'anno l'inflazione 2004 si fermerebbe al 2,2%. Superata qualche tensione nel breve termine per lo scaricarsi dei rialzi petroliferi rallenterebbe di nuovo nel corso del prossimo anno (al 2,1% in media) per mantenersi stabile nel 2006 intorno all' 1,9%». Per quanto riguarda la riforma fiscale, secondo il Centro studi di Confindustria, «la distribuzione dell'aumento del reddito disponibile familiare equivalente risulta abbastanza uniforme su valori attorno al 2%». Per Confindustria, in ogni caso, la distribuzione dei redditi non risulta particolarmente modificata dal complesso della riforma che introdurrà l'Ire al posto dell'Irpef.

    PATTO STABILITA' DA RIFORMARE - Il rapporto ha parlato anche di Europa: «In questi anni il Patto Ue ha funzionato», ma «nell'attuale situazione economica europea, per rimanere uno strumento credibile dovrebbe essere riformato nel senso di un migliore equilibrio tra stabilità e crescita». Confindustria sottolinea come «dovrebbe aumentare, non diminuire, il controllo comunitario nel merito delle scelte di politiche di bilancio dei singoli Governi».

    14 dicembre 2004

  2. #2
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    «Senza essere troppo pessimisti, dal dopoguerra a oggi, un insieme di parametri così negativo a 360 gradi rispetto ai nostri concorrenti, io non lo ricordo»

  3. #3
    Hanno assassinato Calipari
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    In origine postato da Malik
    Mandiamo a casa stò goverrno di bananas che non da più un euro alla FIAT
    Parliamo di cose serie, va a farti un giro...

  4. #4
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    In origine postato da Malik
    Mandiamo a casa stò goverrno di bananas che non da più un euro alla FIAT
    Io ricordo che su questo forum, non molto tempo addietro, alcuni di voi avevano addirittura proposto Montezemolo come capo del Polo... Cos'e'? Ora non va piu' bene?

  5. #5
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    Montezemolo probabilmente sta cercando di fare le scarpe al Cavaliere...
    Peccato che non tutti gli Italiani siano disposti a andargli dietro

    Una domanda: ma avete letto bene l'articolo vero? No perché si parla di PREVISIONI di Confindustria, non di dati.
    Previsioni per l'anno prossimo, in particolare, mentre i dati di quest'anno, a denti stretti, sono commentati come "boccata d'ossigeno", segnali positivi" nel campo del lavoro, "quadro di medio termine positivo" per quanto riguarda l'inflazione...

    Insoma, sti qui stanno dicendo che l'anno prossimo andrà tutto a rotoli, ma quest'anno no. Perché? MA NATURALE: l'anno prossimo il Governo taglierà le tasse ai cittadini e solo una parte dei fondi andrà alle imprese. Imprese che, invece, avrebbero voluto per loro una fetta di gran lunga MAGGIORE.

    Ve li ricordate i piagnistei dello stesso Lucacorderodimontezemmmmolo a riguardo dell'IRAP e di come si dovesse PRIMA tagliare quella?
    Ecco, questo è il proemio di quelli dell'anno prossimo.

    Quanto scommettiamo che le stime del Governo saranno assai più precise?

  6. #6
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    Aggiungo da Repubblica:

    "...E il "cahier des doléances" di Montezemolo continua a tinte sempre più fosche: "Quando un paese non cresce da almeno 15 anni, ha una produttività più bassa rispetto ai partner europei, ha degli investimenti che languono, ha una quota di export che scende, ha una produzione stagnante, ha un costo del lavoro più alto degli altri paesi, ha una dimensione aziendale nonostante gli slogan che si mantiene piccola, non è tra i primi 5 investitori europei in Cina ed India, come dobbiamo definire questa situazione?"..."

    Quindi è vero che siamo sempre più nella cacca (susatemi il termine), ma è anche vero che una soluzione reale ai problemi del Sistema Italia va ben al di là di un colore politico diverso dal governo attuale.
    Io sono in Toscana, e quando mi ritrovo a discutere delle misure a favore delle imprese (e volutamente parlo di misure, non di aiuti), le logiche contro cui mi scontro fanno rabbrividire, e gli interlocutori sono coloro che ho votato...

    A me danno personalmente fastidio gli slogan: molto semplice sparare sulla Croce Rossa (non entro nel merito della politica economica di questo governo, ma tant'è...), molto più complicato individuare, proporre e perseguire delle soluzioni reali. E mi dà anche molto fastidio quando si cerca di dimostrare l'efficacia delle proprie azioni con la logica del 'ma io ho fatto meglio di lui' o 'lui ha fatto peggio di me', anche questo un male molto comune e senza colore della politica nostrana.

    Per quanto riguarda il costo del lavoro, annosa questione, riporto un articolo molto interessante (a mio parere ovviamente) di qualche tempo fa e che postai già a suo tempo su altro Forum.
    Purtroppo chi fra noi imprenditori affronta in questo modo l'argomento sia all'interno della propria impresa che all'esterno, come minimo si prende una botta di bischero...

    Cordialmente,
    Etrusco

    ********************************************

    Competizione, non è questione di costo del lavoro

    MARCO PANARA

    Una multinazionale europea (non italiana) nel settore meccanico, che ha stabilimenti in 23 paesi, ha messo a confronto il salario orario che paga ai suoi dipendenti. Le differenze sono impressionanti: si va da 28,69 euro l’ora in Svezia fino a 0,49 euro l’ora in India. Quella multinazionale ha stabilimenti anche in Italia dove, per un’ora di lavoro, spende 18,03 euro. Per rendere più chiaro il confronto abbiamo preso la remunerazione in Italia (18,03 euro = 100) e misurato su questa base la remunerazione di un’ora di lavoro negli altri paesi. Anche tenendo conto che non è un dato generale ma una esperienza specifica e concreta, quello che ne emerge dovrebbe farci riflettere molto.
    Per un’ora di lavoro in Germania quella multinazionale spende una volta e mezzo rispetto a quanto spende in Italia, il trenta per cento in più lo spende negli Stati Uniti, il 15 per cento in più in Francia. Solo l’8 per cento in meno lo spende in Spagna e il 10 per cento in meno in Corea. Se si passa agli altri il confronto è assolutamente impari: rispetto all’Italia un’ora di lavoro in Portogallo costa un terzo, un po’ meno costa in Turchia, un quarto nella Repubblica Ceca e in Ungheria, per scendere fino a un decimo in Cina e Romania e un quarantesimo in India.
    Non tutti gli stabilimenti producono le stesse cose e richiedono lo stesso livello di formazione, ma non sempre e non necessariamente il livello di sofisticazione delle produzioni corrisponde al livello dei salari.
    Non ci interessa qui comprendere cosa aspetta la multinazionale in questione a spostare tutte le sue attività in India, avrà per fortuna le sue ragioni. Quello che ci interessa è capire cosa ci dice questo confronto sull’Italia e sui suoi destini.
    La prima cosa che ci dice è che il costo del lavoro in Italia è tra i più bassi nel gruppo dei paesi industrializzati. Tra quelli censiti in questa occasione solo la Spagna e la Corea sono sotto di noi e neppure di molto, mentre la maggioranza ha un costo del lavoro più alto, e questo non sembra essere un vincolo determinante per esempio alla capacità di mantenere o accrescere la propria quota del commercio mondiale.
    Il fatto che l’Italia perda posizioni nel commercio mondiale mentre la Germania o il Giappone, che hanno un costo del lavoro sostanzialmente più alto, invece no, ci fa capire con chiarezza che non è il costo del lavoro la chiave della nostra perdita di competitività né per un suo eventuale recupero. Abbiamo impegnato anni a discutere e scontrarci su questo punto, ma basta guardare i dati della tabella che pubblichiamo per capire che tutto quel tempo e quell’impegno sono stati spesi male: l’abisso che ci separa non solo dall’India e dalla Cina, ma anche dalla Repubblica Ceca e dall’Ungheria è tale che a meno di un impoverimento generalizzato e rivoluzionario del nostro paese è impensabile e non auspicabile colmare.
    Il problema però esiste, perché la perdita di competitività dell’Italia non dipende dal fatto che lavoriamo poco, poiché anzi lavoriamo più ore della media dell’Europa a 15, dipende piuttosto dal fatto che ciascuna ora di lavoro non sempre produce tutto il valore che sarebbe necessario per consentirci di essere sicuri del nostro presente e ottimisti sul nostro futuro.
    Ci sono molti modi per capire meglio la natura di questo problema. Andrew Warner, senior economist alla Millennium Challenge Corporation, ha fatto uno studio accurato sulla produttività del lavoro nei vari paesi, e uno dei parametri che adotta è la crescita del pil per ora lavorata. Ebbene, tra il 1995 e il 2000 la crescita del pil per ora lavorata è stata del 9,20 per cento in Irlanda, paese leader di questa classifica, tra il 2,2 e il 2,6 per cento nel Regno Unito, in Germania, in Francia e negli Stati Uniti, solo dell’1,73 per cento in Italia, fanalino di coda tra i 18 paesi presi in considerazione. In quello stesso studio Warner individua quattro barriere alla crescita della produttività oraria e mette a confronto su di esse i vari paesi. Le barriere sono: la formazione, l’organizzazione del lavoro, le normative e la qualità delle infrastrutture. In tutti e quattro la posizione dell’Italia è peggiore di quella degli altri grandi paesi industrializzati e, nel caso delle infrastrutture, è tra le peggiori in assoluto.
    Le conclusioni alle quali questa analisi ci porta è che puntare sulla compressione del costo del lavoro per rilanciare la competitività dell’Italia non solo non è realistico ma rischia di essere un grave errore strategico. Il che non vuol dire che il costo del lavoro è una variabile indipendente, ma che in questo momento della storia e dell’economia mondiale, quello su cui si deve incidere assai più che il costo è invece il contenuto del lavoro. Bisogna aumentare da una parte la produttività e dall’altra il valore delle cose prodotte, in maniera tale da remunerare adeguatamente il lavoro e il capitale e consentire di porre le premesse per un aumento costante ed economicamente sostenibile dei redditi e del benessere futuro.
    E’ una questione che riguarda tutti, la politica e le istituzioni, la pubblica amministrazione, le imprese e i sindacati. La scelta è tra puntare sulla crescita della produttività e del valore delle produzioni, oppure come è accaduto negli ultimi anni limitarsi a mantenere il modello produttivo e competitivo esistente cercando finché possibile di tenerlo in piedi comprimendo i costi.
    Ovviamente non ci possiamo permettere di buttare via nulla, né sarebbe giusto farlo, quindi lo sforzo che le imprese stanno facendo per restare a galla è legittimo e anche lodevole. Se però dopo la resistenza non si passa alla crescita, per molti rischia di essere solo un prolungamento dell’agonia.
    Ma cosa vuol dire scegliere di puntare sulla crescita della produttività e del valore delle produzioni? Vuol dire cambiare mentalità. Vuol dire concentrarsi sui problemi veri e impegnarsi per rimuovere le barriere all’aumento della produttività, investire in tecnologia, in formazione, in qualità manageriale. Vuol dire aumentare la flessibilità del lavoro, che serve come il pane, ma che è utile al sistema se rende più efficiente l’organizzazione del lavoro, e diventa invece negativa se rende il lavoro precario al solo scopo di abbassarne il costo. Vuol dire esaminare ogni legge, già in vigore o nuova, valutandone la comprensibilità, la semplicità di applicazione, l’effetto sulla modernizzazione del sistema. Vuol dire rischiare uscendo dai settori tradizionali non aspettandosi di raccogliere già domani.
    Vuol dire capire che i problemi dell’Italia di oggi non sono quelli di vent’anni fa e che gli strumenti di vent’anni fa non sono più quelli giusti per risolverli.

  7. #7
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    In origine postato da UgoDePayens

    Quanto scommettiamo che le stime del Governo saranno assai più precise?
    Spero tanto che tu vinca la scommessa (lo dico sinceramente), perchè se le previsioni di Confindustria fossero azzeccate sarebbe ancora più drammatico di quanto già non sia. Ed è per questo che sarebbe bene non farne una guerra di religione e di slogan ma ascoltare un pò di più il lamento di tanti.
    Pensare che il lamento sia sempre e solo strumentale (della seria 'dagli a stò governo') è un errore grave che rischiamo di pagare tutti carissimo.
    Poi per carità, ognuno è libero di vederla come vuole: l'importante sarebbe però assumere un atteggiamento dubbioso di tanto in tanto. Chissà che qualche volta dietro i lamenti non ci sia pure del vero.

    Cordialmente,
    Etrusco

  8. #8
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    In origine postato da Etrusco
    Aggiungo da Repubblica:

    "...E il "cahier des doléances" di Montezemolo continua a tinte sempre più fosche: "Quando un paese non cresce da almeno 15 anni, ha una produttività più bassa rispetto ai partner europei, ha degli investimenti che languono, ha una quota di export che scende, ha una produzione stagnante, ha un costo del lavoro più alto degli altri paesi, ha una dimensione aziendale nonostante gli slogan che si mantiene piccola, non è tra i primi 5 investitori europei in Cina ed India, come dobbiamo definire questa situazione?"..."
    Berlusconi non è il danno, è la beffa.

  9. #9
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    Caro Etrusco, nessuno può negare che l'industria manifatturiera in Italia sia in crisi (non certo da ieri né da quando Berlusconi è Presidente).
    Quello che dà fastidio è vedere come CERTI industriali si lamentino per una situazione che in realtà soltanto LORO in prima persona possono risolvere.
    La FIAT di Montezemolo per anni ha prosperato grazie al fatto di essere praticamente monopolista del mercato dell'auto (ma non solo, guardiamo a fiat avio e a quale sia la situazione dei locomotori di Trenitalia).

    Ora, fatemi capire: Geox dal nulla sorge, si ingrandisce e viene quotata in borsa nel giro di pochi anni in un mercato, quello calzaturiero, dove la concorrenza non può che essere spietata.
    E questo non in India, ma qui, in Nord Italia.

    Forse qualche pensierino sul COME certi manager facciano impresa ci vorrebbe, invece di scaricare le colpe sul Governo. Non credi?

  10. #10
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    In origine postato da UgoDePayens
    Caro Etrusco, nessuno può negare che l'industria manifatturiera in Italia sia in crisi (non certo da ieri né da quando Berlusconi è Presidente).
    Quello che dà fastidio è vedere come CERTI industriali si lamentino per una situazione che in realtà soltanto LORO in prima persona possono risolvere.
    La FIAT di Montezemolo per anni ha prosperato grazie al fatto di essere praticamente monopolista del mercato dell'auto (ma non solo, guardiamo a fiat avio e a quale sia la situazione dei locomotori di Trenitalia).

    Ora, fatemi capire: Geox dal nulla sorge, si ingrandisce e viene quotata in borsa nel giro di pochi anni in un mercato, quello calzaturiero, dove la concorrenza non può che essere spietata.
    E questo non in India, ma qui, in Nord Italia.

    Forse qualche pensierino sul COME certi manager facciano impresa ci vorrebbe, invece di scaricare le colpe sul Governo. Non credi?
    Assolutamente d'accordo che anche l'aspetto da te giustamente sottolineato vada messo nel conto. Ed è per questo che ho postato l'articolo di Repubblica sulla questione del costo del lavoro: è chiaro che in quel caso non è certo il governo a doversi fare un profondo esame di coscienza.
    Ed è anche vero che non è certo una pioggia di aiuti ai soliti amici degli amici che risolve il problema dell'impresa italiana.
    Ma penso che un atteggiamento a farsi un esame di coscienza piuttosto che una difesa a spada tratta delle proprie posizioni sarebbe auspicabile, a prescindere dalle ragioni che si hanno e che comunque trovo giusto sottolineare. Ma ci sono anche i torti, e che torti.
    Perchè poi alla fine comunque va sempre a finire che gli amici degli amici una via la trovano, ma i poveri bischeri che lo prendevano di dietro prima e lo prendono di dietro ora di vie mica ne trovano.
    Noi vendiamo tecnologia ai giapponesi, ma ci stiamo rompendo di fare gli eroi e potrebbe anche venirci voglia di tirare i remi in barca. E come noi tanti, ma tanti altri...

    Ciao e grazie della risposta,
    Etrusco

 

 
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