POLITICA
Intervista al ministro della Difesa: nessuna fuga, prima la sicurezza
«Presto via dall’Iraq, lo chiede Allawi»
Martino: dopo il voto il nuovo governo vorrà fare da solo. Truppe meno visibili, poi il ritiro
Il ministro della Difesa Martino (Olympia)
ROMA - Allora, ministro, ci ritiriamo dall’Iraq?
«Chiariamo bene: non faremo né una ritirata né una fuga, come qualcuno insinua». Nel suo sconfinato ufficio di via XX Settembre, in mezzo a targhe, gagliardetti e statuine di militari, il titolare della Difesa, Antonio Martino, pesa le parole. «Ce ne andremo non per l’ansia di scappare via, ma perché avremo portato a compimento l’opera».
Che tempi prevede?
«Impossibile stabilire date. Devono verificarsi alcune condizioni. Non potremo lasciare prima che gli iracheni abbiano dimostrato di dominare il terrorismo».
Potrebbero passare anni.
«No. Teniamo conto dei fatti. A gennaio si terranno le elezioni. Nascerà un governo iracheno pienamente legittimato che vorrà svincolarsi in fretta dalle forze della coalizione. Già adesso gli iracheni manifestano l’intenzione di fare da soli. Si sono dotati di oltre 100 mila soldati e poliziotti ben addestrati ed equipaggiati. La loro aspirazione è quella di fronteggiare autonomamente i rischi del terrorismo interno. Per cui sono certo che ci verrà chiesto di procedere prima a una riduzione della visibilità dei militari alleati. E cioè allontanarli dalle vie delle città. E in un secondo tempo ritirarli del tutto».
Cioè, via dall’Iraq perché lo chiede il governo iracheno?
«Esatto. Le parole del segretario americano alla Difesa Donald Rumsfeld, che ha parlato di riduzione delle truppe, sono state accolte con sorpresa. In realtà, l’ho incontrato l’altro giorno in Romania e mi ha confermato quello che già sapevo. E cioè che il premier provvisorio Iyad Allawi vuole accelerare la partenza degli uomini della coalizione».
Per quale ragione?
«Prima di tutto perché Allawi, dipinto come un fantoccio degli americani, non è affatto succubo degli Stati Uniti. Egli ritiene che una minore visibilità delle forze della coalizione può agevolare il processo verso la democrazia. Rumsfeld me lo ha detto chiaramente: Allawi desidera essere messo in condizioni di fronteggiare da solo la minaccia del terrorismo. Gli americani non fanno obiezioni. Sono pronti a fornire un aiuto esterno e gli equipaggiamenti necessari. Lieti di andarsene quando la situazione sarà sotto il pieno controllo delle forze armate irachene».
Ma si era parlato di una permanenza di anni in Iraq.
«Io non credo che in Iraq si riprodurrà uno scenario simile a quello dei Balcani, dove non si sa quando i militari alleati potranno smobilitare».
Intanto, però, gli americani chiedono agli inglesi di andargli a dare man forte a Bagdad. Vogliono che anche l’Italia sposti le truppe verso la capitale?
«No, assolutamente. Noi rimaniamo a Nassiriya. Credo che a Bagdad e dintorni ci sia bisogno di alcune unità particolari. Questa è probabilmente l’esigenza all’origine della richiesta agli inglesi».
Quando gli alleati, compresi gli italiani, lasciarono il Libano e la Somalia fu il caos. Non si corre lo stesso rischio andando via dall’Iraq?
«Quelli purtroppo sono stati due fiaschi. L’Iraq invece ha le carte in regola per essere un successo. Arrivo a dire che nell’immediato la situazione in Iraq è molto preoccupante. Ma sul medio e lungo periodo vedo uno scenario molto più incoraggiante. Al contrario, in Afghanistan per ora tutto sembra andar bene ma alla lunga potremmo avere problemi. Se dovessi fare una previsione, considero i tempi della stabilizzazione dell’Afghanistan più lunghi di quelli dell’Iraq».
In base a quali elementi?
«C’è chi teme per l’Iraq lo spettro di una guerra di religione. In realtà, uno scontro per motivi religiosi è impensabile. Le divisioni non passano attraverso i gruppi religiosi, ma contrappongono le varie tribù. Per esempio, io ho incontrato il viceministro degli Esteri di Bagdad, lui appartiene alla più grande tribù irachena che comprende vari gruppi religiosi. E’ la tribù che prevale, non l’appartenenza religiosa. Voglio dire che la pace, la stabilizzazione comporta accordi fra tribù. Questo rende il compito più agevole. Se le tappe che il governo Allawi si è proposto verranno rispettate, l’Iraq potrebbe godere in futuro una notevole prosperità».
Però stiamo parlando di un Paese dove il terrorismo fa stragi e decapitazioni.
«Oggi sì. La prima linea del terrorismo globale adesso è lì. Ma la campagna per debellarlo è stata intensificata. Il governo provvisorio non vuole arrivare alle elezioni con il rischio degli attentati».
Allawi sembra determinato a usare la mano pesante. Qualcuno pensa che possa diventare un leader forte, una specie di nuovo Saddam.
«Io spero che diventi il nuovo Karzai. Straordinario quello che è riuscito a fare il presidente afghano. In un Paese frammentato ha conquistato una vasta popolarità. Quando lo incontrai mi disse una cosa che mi suonava strana. "Vede, mi disse, gli afghani vogliono uno Stato unitario con un forte potere centrale". Rimasi un po’ perplesso. Ma evidentemente lui ha capito bene l’umore del suo popolo».
Lei non crede che in Iraq un nuovo uomo forte come potrebbe diventare Allawi susciterebbe inquietudini in Iran?
«Io non vedo sorgere antagonismi. Se la democrazia riesce a prendere piede a Bagdad, potrebbe riverberarsi anche all’esterno. La prosperità e la democrazia sono malattie contagiose».
Al Sadr rimane un pericolo?
«Al Sadr voleva visibilità politica. Voleva essere inserito nel futuro del Paese. Ha accettato un accordo perché si rende conto che così potrà avere davvero un ruolo».
Mettiamo che negli Stati Uniti vinca Kerry. Che cosa cambia?
«Niente. Non cambia l’indirizzo politico generale. Kerry ha votato a favore dell’intervento. Forse cambierà la forma, il meccanismo per prendere le decisioni. Mi preoccupa solo il fatto che l’uomo sembra cambiare opinione con una certa disinvoltura».
Secondo lei, dopo il ritiro dei militari la Spagna è più sicura?
«Non credo. I sette islamici arrestati ieri perché preparavano un nuovo attentato provano che la Spagna è sempre nel mirino. Il caso spagnolo dimostra solo che i terroristi riescono a influenzare i risultati politici».
La Francia non riesce a ottenere il rilascio dei suoi due giornalisti.
«Quando erano prigioniere le due Simone, qualcuno ci chiedeva perché non seguissimo il modello francese. Ma la Francia ha incassato la solidarietà di Hamas qualche giorno prima che Hamas anmazzasse 16 civili su un autobus. La solidarietà dei terroristi preferisco non averla».
Marco Nese




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