Il Museo d'Arte Contemporanea del Castello di Rivoli ha compiuto vent'anni (è stato aperto al pubblico nel dicembre 1984) e come evento per festeggiare l'importante ricorrenza martedì 19 ottobre alle 19 inaugura una grande mostra antologica dedicata al pittore statunitense Franz Kline. Nato nel 1910 in Pennsylvania e vissuto sempre a New York, dove muore nel 1962 a soli 52 anni, Kline è uno dei maggiori esponenti dell'Espressionismo Astratto. La sua pittura, connotata da segni astratti, in prevalenza neri e bianchi, tracciati con veemenza su grandi tele, s'inserisce all'interno di quella neoavanguardia sorta negli Usa alla metà degli Anni 40 con la precisa volontà di coniugare l'intensità di colore e segno tipica dell'Espressionismo figurativo d'inizio '900, alla ricerca di radicale astrazione condotta in Europa tra il 1910 e '20 da avanguardie storiche come il Der Blaue Reiter tedesco e il Suprematismo russo.

A portare una ventata di rinnovamento nell'ambiente artistico statunitense era stato infatti l'arrivo a New York, tra gli Anni 30 e 40, di molti artisti europei insofferenti o ribelli alle dittature fascista, nazista e stalinista, o forzosamente costretti ad emigrare per sfuggire alle persecuzioni razziali e alle atrocità della Seconda Guerra Mondiale. Kline recepisce la forza dei nuovi linguaggi pittorici provenienti dall'Europa, in particolar modo dell'Informale, e ne dà una sua originalissima interpretazione.

In mostra a Rivoli nella Manica Lunga troviamo più di 100 opere, tra dipinti, pastelli, acquerelli e disegni, che ci consentono di ripercorrere tutta l'evoluzione della ricerca pittorica di Kline. In apertura ecco i quadri giovanili ancora figurativi, nei quali si può cogliere l'influenza esercitata su di lui dalla Ash Can School (il gruppo degli Otto, capeggiato da Robert Henri) e dal Realismo sociale in auge negli Stati Uniti tra fine '800 e il 1940. In questa fase, dipinge paesaggi urbani, cogliendo la dura bellezza dei ponti in ferro e delle ferrovie che attraversano Manhattan. Negli Anni 50 avviene la svolta decisiva. Kline abbandona per sempre la figurazione e inizia a dipingere con larghi segni neri e bianchi. Alcuni critici d'arte hanno visto in queste composizioni un riferimento agli ideogrammi cinesi e alla calligrafia orientale. Ma è lo stesso Kline a smentire questa lettura in una illuminante intervista rilasciata a Katharine Kuh nel 1962, poco prima di morire. «Non ho mai considerato il mio lavoro in rapporto alla calligrafia» dice Kline ed aggiunge «alcuni pensano che io prenda una tela bianca e ci dipinga sopra un segno nero, ma non è così. Oltre al nero io dipingo anche il bianco, che è altrettanto importante». (Il testo è riportato per intero nel bel catalogo della mostra edito da Skira). Da notare infine che alla metà degli Anni 50 Kline reintroduce il colore nella sua tavolozza bianca e nera, e lo stende in campiture musicalmente armoniose e ben calibrate . Per questa ragione Kline va inserito all'interno della Color Field Painting e non nell'Action Painting.
L'Espressionismo Astratto statunitense viene, infatti, schematicamente suddiviso in due correnti. Da una parte c'è la pittura d'azione, propria di chi usa il colore con violenza in una sorta di automatismo psichico, di matrice surrealista; un esempio per tutti è Pollock, con i suoi dripping realizzati sgocciolando e scagliando il colore sulla tela stesa per terra. Sull'altro fronte si colloca la Color Field Painting, la pittura dei Campi di Colore, praticata con lento virtuosismo, in una sorta di trance meditativa d'ispirazione Zen, da artisti come Marc Rothko. Nonostante l'apparente istintualità della stesura pittorica, Kline è più vicino a Rothko che a Pollock.

La raffinata abilità compositiva di Kline in verità la si era già potuta ammirare a Torino nel 1963, in occasione di un'ampia retrospettiva dedicata all'artista statunitense dalla Galleria civica d'Arte Moderna (mostra proveniente dal Moma New York che l'aveva organizzata dopo la morte dell'artista). Ora le malelingue si chiedono perché riproporre Kline a Torino e per di più al Castello di Rivoli, museo istituzionalmente vocato all'arte contemporanea, mentre Kline va annoverato ormai tra i moderni.

La risposta non ci compete, ma la tentiamo.

Nel ventennale dalla sua fondazione, il Castello di Rivoli vuole ribadire non solo il fatto d'essere stato il primo museo d'arte contemporanea istituito in Italia, ma vuole anche dimostrare il prestigio ormai raggiunto a livello internazionale, ben superiore a quello di tutti gli altri musei nati successivamente: dal Pecci di Prato al Mart di Rovereto. Prova ne sia la capacità di ottenere prestiti di un artista come Franz Kline dai più importanti musei del mondo. Basta leggere le didascalie delle opere, per scoprire che esse provengono dal Metropolitan di New York, dall'Art Institute di Chicago, dalla Tate Modern di Londra e dai musei d'arte contemporanea di Los Angeles, Dallas, Cleveland, Baltimora, Kansas City e Pittsburgh. Per raggiungere questo obiettivo il direttore del Museo di Rivoli, Ida Gianelli, e la sua Chief Curator, Carolyn Christov-Bakargiev (che è anche l'ottima curatrice della mostra di Kline) hanno messo in gioco tutte le loro carte migliori, e hanno fatto poker. E poi ammettiamolo, certo non sono molti i torinesi che possono vantarsi di avere già visto Kline quarant'anni fa alla GAM di Torino. L'occasione è quindi da non perdere.

Castello di Rivoli Museo d'Arte Contemporanea
piazza Mafalda di Savoia,
or.: da martedì a giovedì 10/17, venerdì sabato e domenica 10/21.
Fino al 30 gennaio 2005.
Info 011/9565220.
Da "Torinosette"