Una voce. Anzi meglio, un sussurro. Questo scritto non vuole pretendere di porsi sullo stesso piano delle considerazioni sull’unità dell’ “Area” scritte dai vari professori e pubblicate nelle settimane precedenti. Vuole essere solo un sussurro. Una voce sarebbe troppo del resto per la mia generazione. I figli degli anni ’70, quelli che hanno scoperto la politica sul finire degli anni di piombo. La politica ma non la Fede; quella ce la portavamo dentro da bambini, anche non sapendo cosa fosse quel senso di “insoddisfazione” che cresceva di pari passo con l’età. Era la seconda metà degli anni ’80, gli anni in cui nelle scuole si era solo un puntino nero in un mare rosso e in cui si entrava, in punta di piedi, in un partito che pretendeva di essere l’erede di un passato scomodo per il resto della Nazione. L’ingenuità faceva sembrare legittima quella pretesa; certi giochi Atlantici non erano immaginabili per chi aveva ancora nelle orecchie i racconti del nonno reduce, della nonna che poteva lasciare la porta di casa aperta, del parente alla Sapienza e dell’amico più grande che quel giorno ad Acca Larentia c’era. La linea politica pensata per i giovani era una sola: colla, scopa e secchio; a volte si variava con la vernice, ma solo nelle grandi occasioni. Foibe, Socializzazione, Pavolini e Muti, chi erano? Cosa erano? Le risposte raramente venivano da chi ci passava i manifesti; il fai da te che oggi va tanto di moda, per noi divenne regola primaria. Ma non serviva per assemblare instabili mensole, piuttosto per comprare, con i risparmi di mesi e dopo un’intensa ricerca da caccia al tesoro, libri censurati di autori dimenticati e musicassette di gruppi dai nomi sconosciuti. Canzoni che crescendo rimanevano nella memoria, granitiche ed indelebili, e mentre i cd sostituivano le musicassette, la musica nelle nostre auto era sempre la stessa; quella vecchia canzone della Compagnia ci aspettava sempre, fedele, al ritorno dal lavoro o dall’università come da un appuntamento. Nel frattempo il partito del secchio e della colla si era dissolto, o meglio, si era allargato, accogliendo tanti “reduci” postdemocristiani che sulla carta d’identità, alla voce segni particolari riportavano la frase con la quale esordivano all’entrata nelle sezioni: ”io da sempre la penso come voi”. Qualcuno lasciò cadere immediatamente la scopa e lanciò il secchio, qualcun altro ingenuamente pensò che finalmente erano arrivate nuove leve per la legione “colla e affini”, salvo ricredersi dopo qualche tempo e fare la cosa che i più svegli avevano fatto prima: sbattere la porta.
Ci si ritrovava così politicamente soli; non che la cosa spaventasse, era del resto la nostra condizione naturale, quella nella quale eravamo cresciuti, nella quale avevamo sviluppato il nostro “sentimento”. Ritrovavamo così quella “Torre d’Avorio” che per decenni aveva accolto chi ci aveva preceduto nel sacerdozio dell’Idea. Nell’isolamento politico l’unica compagnia era costituita dai nostri autori e dai loro scritti eretici, dalle musiche di sempre e da qualche altro pazzo con il quale scambiare opinioni e confrontarsi. Fuori la Torre, qualcuno più fuori del creato degli altri, riusciva anche farsi una famiglia; addirittura trovava il coraggio di mettere al mondo qualche piccola creatura. Tra mille difficoltà, in una società che tutto tutela meno che i propri componenti e i loro figli, il coraggio era, e continua ad essere l’unica forza che spinge a tener viva quella linea che parte da Adamo ed Eva e non si sa dove finisce.
Continuavano intanto a passare i mesi, gli anni, e facendo sporadicamente capolino da una finestrella della Torre, si vedeva che dell’ex partito degli ex attacchini, non era rimasto nulla. Qualche viso risultava ancora famigliare, ma a ben vedere ne era cambiato lo sguardo: spento e al tempo stesso fisso verso lidi d’oltre oceano; nelle pupille dei loro occhi non ardeva più il sacro fuoco dell’Idea. Sullo sfondo qualcun altro, al quale però le pupille non avevano mai arso, stringeva mani insanguinate indossando un strano copricapo. Pessime visioni.
Dall’alto della torre, abbassando lo sguardo, si notava anche che qualcosa stava cambiando. Quella società, quel popolo, per anni vessato da una falsa moneta, da una falsa Unione, e da un falso benessere, stava cominciando a dar cenni d’insofferenza.
Oggi quello stato d’inquietudine monta sempre più. Una povertà strisciante e venefica si sta impadronendo di famiglie cui fino a poco tempo fa era stata data l’illusione del sogno americano in salsa europea. Quel sogno falso e meschino che per decenni ha avvelenato e continua ad avvelenare le menti dei giovani di questa nostra povera Patria.
La nostra Nazione, la nostra gente sta lanciando delle grida d’aiuto e l’attuale classe politica, indifferentemente se maggioranza od opposizione, è troppa sorda per poterle raccoglierle, concentrata com’è sui propri meschini interessi di bottega.
Sicuramente non avrebbe neanche proposte per arginare l’onda che monta; negli ultimi dieci anni, le soluzioni di polo ed ulivo, hanno solo prodotto ulteriore miseria e degrado sociale, favorendo al contrario gli interessi dei pescecani finanziari e arricchendo i forzieri dell’usura organizzata.
Nella “Torre” ci si guarda negli occhi e ci si interroga se sia tornato il tempo dell’Impegno, se quelle risposte che la Nazione chiede non le possa dare quell’Idea al quale i nostri cuori hanno giurato fedeltà. Noi, che quella risposta la conosciamo da tempo, e della quale siamo fermamente convinti, non possiamo che rimetterci in discussione ancora una volta; è giunto il tempo di ridiscendere dalla “Torre”.
Tornare nelle strade, nelle piazze, nei posti di lavoro a parlare con chi, come noi, lotta giorno per giorno solo per un’esistenza dignitosa.
Il quadro politico purtroppo non è cambiato più di tanto: la cosiddetta “Area”, in tutte le sue componenti, sembra più impegnata a trovare una formula con la quale calcolare la propria espansione e il peso specifico dei propri elementi. Nella convinzione che forse ciò sarebbe stato, vista l’infinitesimale consistenza dei componenti stessi, compito arduo anche per geni del calibro di Archimede ed Euclide, ci si domanda se forse non sia il giunto il momento di perseguire una politica di espansione verso l’esterno e non una d’implosione verso l’interno.
E’ finito il tempo degli Azzegarbugli a caccia di tacchini, ora è il momento dell’azione, dell’aggregazione e delle politiche unitarie. Chi predica il contrario si pone al di fuori del momento storico e del testamento lasciatoci come indirizzo 60 anni or sono.
C’è la consapevolezza che fra tanti nuovi “profeti” che verranno si nascondono gramigne dimenticate in cerca della pianta nascente, da sfruttare per tentare di raggiungere le tanto ambite poltrone; siamo ormai tanto forti dentro da poterle riconoscere ed estirpare dal campo che tanto pazientemente si è mantenuto fertile in tutti questi anni, con il sacrificio e a volte il sangue dei Migliori che ci hanno preceduto.
Il treno che il destino sta indirizzando verso l’Idea è quasi arrivato; sarebbe assurdo continuare a rimanere sulla banchina aspettando il prossimo.
Questo sembra essere l’ultimo; l’idea non può aspettare ancora i comodi impostici dai nostri limiti umani. Dobbiamo metterla su quel treno; non importa come e per mano di chi, l’importante è che parta, che segua il percorso che la storia gli ha riservato.
Noi semplici uomini dobbiamo solo espiare il nostro compito nel migliore dei modi; riprendendo la colla, i manifesti, riaprendo sezioni, parlando con i nostri fratelli Italiani, sorvolando e sorridendo alle provocazioni che inevitabilmente il demonio del sistema ci scaglierà contro.
E’ giunto il momento in cui i vessilli tornano a gonfiarsi al vento.
Alziamoli e cominciamo la nostra pacifica marcia verso l’avvenire, verso l’alba radiosa.
Un intero popolo ci aspetta.
Un intero popolo ci accompagnerà.