Nato e Usa per gli arabi sono uguali
di Massimo Fini
Un gruppo di "anime belle" (italiane naturalmente è noto che noi siamo "brava gente"), ha proposto che a garantire le prossime elezioni "libere" in Iraq non siano le attuali forze di occupazione,
ma truppe della Nato. Fra i proponenti vi sono nomi prestigiosi, si va da Adriano Sofri (si sa che da noi i pregiudicati hanno particolare voce in capitolo su qualsiasi argomento) a Giuliano
Ferrara a Piero Ostellino a Marta Dassu a Maria Rita Parsi, dei veri campioni dell'intellighentia nazionale. La proposta, secondo il fluviale resoconto che ne ha fatto Sofri su "La Repubblica", "ha
raccolto una sequela impressionante di adesioni da molti membri del governo e della maggioranza, a intellettuali di idee varie, a esponenti non secondari dei Ds e del centro sinistra".
Ma da quale luna scendono costoro? Come possono pensare che nella situazione attuale gli iracheni facciano distinzione fra un soldato americano che spara agli ordini di Washington e uno che spara invece per conto della Nato, quando qualsiasi straniero che opera in quel Paese, si tratti di un occidentale o di un nepalese, armato o civile che sia, è considerato un nemico da eliminare?
E come si può credere che anche gli iracheni più sprovveduti e ignoranti, ignorino che la Nato è una alleanza sotto il totale dominio americano, dove gli altri Stati membri hanno la parte dei paggetti se non quella dei servi?
In Iraq abbiamo provocato una tragedia immane. Cerchiamo almeno di mantenere un minimo di serietà e di non colorare questa tragedia con le tinte della farsa che la renderebbero ancora più infame.
Le opzioni sono solo due: o le truppe angloamericane restano fino a quando non avranno completamente distrutto la resistenza irachena, e con essa il Paese, edificando poi su questo deserto la parodia di quella democrazia che sembra stargli tanto a cuore, o se ne vanno lasciando che gli iracheni decidano da sé il proprio destino e il proprio futuro, con le armi, se non possono e non riescono a fare diversamente, o con metodi pacifici se sunniti e sciiti riusciranno a mantenere quel legame che li unisce oggi nella lotta contro l'invasore.
In quanto alle truppe italiane, su cui tanto chiassosamente si discute nel nostro Paese fra maggioranza e opposizione, la loro presenza, dal punto di vista concreto, è completamente indifferente.
Perché non fanno assolutamente nulla. Lo ammette lo stesso Sofri quando scrive: "I compiti della missione sono stati inevitabilmente stravolti. Essa si è arroccata in una presenza periferica poco meno
che simbolica... impiegando il meglio delle proprie risorse nella propria assediata difesa".
In realtà gli italiani, dopo l'attacco a Nassiriya, hanno fatto né più né meno quello che fece il molto commendevole generale Angioni in Libano: si sono accordati segretamente con coloro che avrebbero
dovuto combattere (ed è la stessa cosa che stiamo facendo a Kabul e dintorni). E questo spiega perché, dopo Nassiriya, non abbiamo dovuto lamentare alcuna perdita, ma solo qualche sporadico attacco, di pura parata, tanto perché la patacca non risultasse troppo evidente ai nostri alleati che abbiamo già messo in difficoltà col pagamento dei riscatti.
È nostra collaudata abitudine, in guerra (e non solo), di tenere i piedi in molte scarpe. Non siamo seri né affidabili. Al contrario, per esempio, degli inglesi. E questa differenza la si può leggere,
anche antropologicamente, nelle figure di Tony Blair e di Silvio Berlusconi. Blair ha preso la decisione di appoggiare gli americani nell'operazione irachena e la sta portando fino in fondo. Ma si
vede "ictu oculi" che non l'ha fatto alla leggera e la sta pagando fisicamente e politicamente. Silvio Berlusconi, nel pieno della tragedia, furoreggiava nella sua villa di Sardegna, fra anfiteatri
abusivi, giochi d'acqua, giochi d'artificio, giochi di prestigio e cantastorie napoletani, con una bandana da pirata.
Per questo gli inglesi, per quanti errori e anche scelleratezze possano aver compiuto e compieranno, restano un gran popolo. E gli italiani solo una ciurma di cialtroni degnamente rappresentati dal
loro presidente del Consiglio.
Massimo Fini
Fonte:www.ilgazzettino.it
6.10.04




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