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Discussione: L'ironia è l'arma...

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    Predefinito L'ironia è l'arma...

    ….più forte

    La vera guerra culturale riguarda l’ironia.
    Chi la perde ha perso tutto, perché è l’arma più forte, soprattutto nella civiltà della parola prigioniera di se stessa, in un mondo in cui si è detto con successo che fuori del linguaggio c’è il nulla, che ha preso il posto della banale realtà.
    S’intenda per ironia un divertente titolo di ieri del Financial Times su Nicolas Sarkozy: “Sarkozy tende la mano all’Onnipotente… e agli elettori di tutte le fedi”.
    Così il pretendente al trono di Jacques Chirac, che ha pubblicato un libro-scandalo sul rapporto tra religione e politica, legittimando questo problema radicale del nostro tempo fino al punto di rimettere in discussione la vecchia legge francese del 1905 sulla laicità dello Stato, è o sarebbe sistemato.
    La cosa da notare in quel titolo è la parola “Onnipotente”, che è decisiva per stabilire la sproporzione ironica tra l’appello al divino e l’interesse elettorale multireligioso di un leader francese molto ambizioso.
    La parola “Onnipotente” ormai fa sorridere, è la dissimulazione ironica della miscredenza, è un modo di accostarsi a Dio allontanandone la dimensione denotativa, letterale, connotandolo con il suo attributo più fosco e ambiguo per un lettore laico.

    Ieri nel Manifesto e in un articolo di Francesco Merlo in Repubblica, noi del Foglio siamo stati definiti, rispettosamente e amabilmente, ma ironicamente, “crociati”.
    Era già successo con “clericali”.
    Succederà ancora e spesso.
    Chiunque sa che siamo a nostro modo, modesto modo, libertini, razionalisti, piuttosto moderni e anche sboccati, indisciplinati, rompicoglioni senza troppa considerazione di sé, gaudenti, irriverenti cercatori di tartufi e Tartufi.
    Lo siamo non necessariamente tutti e non necessariamente sul piano personale, ma lo è il giornale che state leggendo, per gli argomenti che sceglie e il modo di trattarli, per la sua intima sprezzatura.
    L’arma più forte che ci si può rivolgere contro è dunque l’ironia, destituirci dell’identità con un procedimento sornione e anche facile, che sottintende, che allude, un innuendo, come si dice in inglese, che alla fine non fa male, è tollerabile, è compatibile con lo spirito di amicizia e con l’idea che tutti hanno il diritto alle loro idee, anche se siano un po’ ridicole.
    Ci pensa l’ironia a dirlo, a svelare la cosa.

    Rocco Buttiglione sembrava fatto apposta per la bisogna, e su di lui l’ironia si è scatenata, si è trasfigurata in sarcasmo, si è esercitata con il vantaggio che nel suo caso è una costruzione antica e riguarda lui personalmente e quel che egli rappresenta, un cattolicesimo-liberale non uniformato (giusto o sbagliato che sia: la scelta di valore non c’entra, questo è un ragionamento di fatto).
    Bastano poche parole “dedicate” come “integralismo”, basta ironizzare sul suo appello a Immanuel Kant e alla distinzione tra morale e diritto (come ha fatto divertendosi e divertendo Vanni Sartori in tv), basta attribuirgli ironicamente tutta l’intolleranza vera o presunta del mondo che intende rappresentare, e il gioco è fatto, il risultato è sicuro.
    L’ironia brucia la strega cattolica e il suo credo in nome della liberazione dai roghi dell’Inquisizione, e l’ironista Dany Cohn-Bendit, dall’alto della sua simpatica famiglia allargata e multiculturale, dei suoi costumi divertenti e della sua ideologia moderna e progressista, vince tre a zero su quello strano cristiano di Gallipoli, sulle sue vere o presunte pedanterie devote, sulle sue sfide impossibili come l’uso pubblico della parola
    “peccato” e sulle sue ritrattazioni post-galileiane (“mi scuso per averlo fatto”).

    Il caso culattoni-froci
    Un caso formidabile per i lettori del Foglio è quello culattoni-froci. Noi crociati clericali abbiamo chiesto ormai tanto tempo fa a un eccellente columnist gay, Daniele Scalise, di trasferire sul nostro giornale una libera rubrica di vita omosessuale che compariva nell’Espresso, giornale laico-laico-laico-laico, con il titolo “gay watch”.
    Il titolo ci sembrò eufemistico e banale, roba da riserva indiana chic, e lo cambiammo in “froci”, con le proteste del maestro Paolo Isotta che preferiva “recchie”, ottenendo subito l’accordo dell’ironico Scalise, che ci conosce e sapeva il senso amichevole e révolté di quella forzatura antieufemistica.
    A noi dunque non ci hanno fregato, ma il povero ministro Mirko Tremaglia, quando ha detto “culattoni”, l’hanno impiccato, perdendo lui almeno quella volta, e disastrosamente, la battaglia dell’ironia.
    Perché l’ironia dei bigotti del laicismo non è esente, quando lo ritengano opportuno, dalla compunzione politicamente e ideologicamente corretta.
    Culattoni? Non si dice, esclamano perentori e con il ditino alzato i nostri vecchi ironisti liberal momentaneamente in disarmo, inseriositi.
    Ecco, nel nostro campo la nostra scommessa ironica è questa:
    si possono affermare criteri forti e solidi di giudizio, e pubblicare lenzuolate molto belle e significative con Ratzinger e Galli della Loggia, ma anche come facemmo in passato la Dominus Jesus e un discorso del Papa sulla morte o uno straordinario saggio di monsignor Carlo Caffarra sull’educazione e la realtà, senza perdere l’ironia, anzi vincendo ogni volta che sia possibile la battaglia decisiva per mantenere la guerra culturale contro la spocchia liberal sul terreno di un pensiero forte e di uno stile fragile, connaturato a un giornale, a un’associazione di liberi senza retoriche tardo-liberali, a uno spirito corsaro che non impedisce le serietà d’intenti e la tensione verso il significato delle cose.
    Noi non dobbiamo perderla, l’ironia, e non la perderemo perché ci è connaturata; la destra italiana dovrebbe fare corsi accelerati di ironia, se vuole non solo vincere, cosa complicata di questi tempi, ma almeno convincere.
    Il pezzo di Stefano Pistolini sulla Ann Coulter & C., qui sotto, è forse una prima sapida lezione.
    Leggeranno?

    Ferrara su Il Foglio del 29 ottobre

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Eccolo!

    Ann Coulter non prende prigionieri.
    Il dato nuovo è che lo fa col sorriso sulle labbra, coi tempi del discorso televisivo (un concetto deve stare tutto nello spazio concesso da un’intervistatore all’intervistato) e usando spudoratamente il fattore destabilizzante del suo personaggio, la bionda piacente che le canta chiare a gente con le bretelle e col pallino del sigaro dopo la bistecca da Wollensky.
    Coulter mette al passato Rush Limbaugh – così “anti”, così anni Novanta, così giaculatorio e salivare nei suoi radiosermoni da traffic jam.
    La stella di Ann, invece, risplende allorché l’aria cambia, Clinton è pensionato e i repubblicani hanno le mani sul potere, suffragati dall’impatto culturale dei think tank e ben disposti a sponsorizzare la variazione massmediologica impersonata da quest’ironica provocatrice, improbabile, caustica, aggressiva, massimalista, ma col wit della comunicazione – flash, accelerazioni e mortali provocazioni a tempo scaduto.
    Ann Coulter è la Oprah del conservatorismo Usa e al suo cospetto non c’è da fare gli schizzinosi: immaginate l’impatto che un personaggio così avrebbe sulla spompata scena politicotelevisiva italiana d’oggi!
    Una quarantenne smaltata, in bilico tra Prestigiacomo, Santanché, Boniver, Mussolini e Melandri: roba da prime time.
    Adesso la Coulter è una diva e le sue coltellate al costato suppliziano ogni sottogenere di liberal – politici di vecchio conio e intellettuali intoccabili in testa.
    Il segreto di Ann è il suo linguaggio, un incrocio tra Mae West, Madonna e Eleonore Roosevelt (colei che teorizzava “la franchezza di una donna non ha importanza, dal momento che finché verità e lealtà saranno stampate sul suo volto, tutti saranno irresistibilmente attratti da lei”), una vena polemica istantanea, un’invettiva fulminante che destabilizza l’avversario. Le si può obiettare la mancanza d’approfondimento, l’arrogante parzialità, il riuso ad hoc di episodi e citazioni.
    Ma Coulter fa il suo gioco, quello di una politica che si consuma nelle sale d’attesa degli aeroporti o sui treni per commuters, dove ciò che resta è il gioco di parole funambolico, la definizione ridicolizzante, l’intuizione sarcastica.
    Ne parla retrospettivamente in “How to talk a liberal (if you must)” dove, antologizzando le rubriche scritte nel corso degli ultimi anni, sintetizza, prova a rendere classico il suo stile, storicizza un trademark prima che le inevitabili imitazioni comincino a morderle le chiappe.
    Non a caso la sezione più godibile del libro è l’introduzione nella quale, nello stile seminariale, pragmatico e un po’ burino dell’“how to”, Ann detta le regole per vivere da vincenti nel quotidiano e misurarsi coi sofismi e le infami trappole tese dalle volpi liberal. Scorrendo i suoi 10 comandamenti, la reazione è duplice: da un lato ci si sente improrogabilmente presi per i fondelli, perché anche questo la Coulter fa, con ironia e paraculaggine.
    D’altro canto si finisce per ammettere l’arguzia dei suoi consigli, un effervescente prontuario per la sopravvivenza nell’insidioso mondo della comunicazione, intesa come arena televisiva, luogo dello scontro caotico e della sopraffazione generalista.
    Del resto gli esempi offerti dall’autrice a corredo del suo codice di comportamento sono lampanti, veraci, trasudano un’intelligenza che ha il polso della situazione e l’astuzia per dominarla, seppure con strumenti culturali limitati. Perché - e questa è la sua teoria di fondo - per sopravvivere nello scontro politico dell’America d’oggi più che disporre di grande scienza, serve conoscere l’avversario, i suoi vizi e trucchi e padroneggiare un sano killer instinct.
    Allora eccola sciorinare la regola:
    primo, non fare concessioni prima di cominciare.
    Secondo, non stare mai sulla difensiva.
    Terzo, attaccare spietatamente il nemico.
    Quarto, non scusarsi mai, almeno su quanto vorrebbero che ti scusassi.
    Quinto, Sesto e Settimo, non complimentarsi, non mostrarsi gentile, non lusingare un democratico.
    Ottavo, non soccombere alla corruzione.
    Nono, prepararsi a veder messi in piazza i propri segreti privati.
    Decimo, mostrarsi magnanimi verso i liberal pentiti.
    Principi semplici, intrattenimento, che però ha una sua platea e sposta il discorso sul piano d’una possibile politica popolare: dato interessante, questo, se oggi la destra americana può senz’altro essere tacciata di esoterismo culturale.
    Non a caso un discorso sintonico a quello impostato dalla Coulter oggi s’intercetta anche in area liberal, per quanto il piano dell’analisi sia diverso e non si sottragga mai all’imprinting accademico.
    Ma non è una coincidenza se due guru liberal come Michael Walzer e George Lakoff in queste settimane vadano in giro per il mondo a parlare proprio di questo: come decodificare il nuovo linguaggio utilizzato dai conservatori americani, come contrarlo e disinnescarlo.
    Un’iniziativa interessante, ma col problema di popolarizzarsi, questione nella quale, guarda caso, una alla Coulter serve come il pane.
    Il problema è che i comunicatori pop dell’area liberal – Franken, Conason, lo stesso Michael Moore – non abbandonano il vecchio solco satirico d’attaccare la destra per quello che in realtà non è più neppure in apparenza—un ammasso di reazionari avidi e razzisti, attaccati al conto in banca e privi di coscienza sociale. Sembra che la sinistra americana non voglia capire con chi ha a che fare, non si adegui e non tenga conto del prodotto intellettuale concretizzatosi in area conservatrice e divenuto base per la relativa rivisitazione della spirito americano in senso politico, storico e planetario.
    Moore e soci, i divulgatori, le forze da sbarco, continuano a deliziarci raccontandoci quanto Bush sia cretino.
    Ma un Walzer interrogato sul ruolo dei neoconservatori nella riqualificazione dello scenario politico Usa, non va oltre il disprezzo snob:
    “Sono la nuova Armata Rossa in marcia per cambiare il mondo”. In sostanza, nel tentativo di dissezionare e colpevolizzare il linguaggio dell’avversario – nello specifico del gabinetto Bush – anche un acuto analista liberal come il bramino di Princeton, si rivela pericolosamente in ritardo nei confronti dell’evoluzione intellettuale, perfino ideologica, americana.
    Quando analizza la guerra in Iraq ricorrendo alle distinzioni tra guerra preventiva e guerra “d’anticipo”, Walzer rimuove (o scarta senza appello) la visione che, volenti o nolenti, è alla base dell’attacco in medio oriente: un piano di restaurazione di condizioni democratiche allorché la minaccia terroristica si è reificata annunciando sciagure ben peggiori delle Torri.
    L’immaginario di Walzer, fatalmente, torna invece al Vietnam, al ragionamento sull’area grigia tra i termini come “aggressione” e “autodifesa”.
    Così facendo si pone al di fuori della Storia, esclude dal suo scenario dei fattori indispensabili a cominciare dal progetto di chi ha governato l’America negli ultimi quattro anni.
    E questo rifiuto di cittadinanza al pensiero conservatore – ridicolizzato come “scorciatoia per il potere” – quest’attacco alle basi culturali repubblicane cui non viene concesso d’esistere se non come mistificazioni e inganno, è il punto di partenza da cui muove anche l’illustre George Lakoff, docente di linguistica cognitiva a Berkeley, autore d’un libretto di cento pagine – “Don’t think of an Elephant: Know your Values and Frame the Debate”, sottotitolo “guida essenziale per progressisti” – nel quale prova a popolarizzare, a rendere consumabili e riutilizzabili le proprie intuizioni sulla lingua e le parole che transitano con maggiore effetto nelle bocche repubblicane.
    Lakoff mette sotto accusa il metodo di comunicazione degli ultimi democratici: secondo lui hanno voluto parlare troppo di programmi anziché d’indirizzi, senza valutare che i programmi producono distinzioni e divisioni.
    Kerry, ad esempio, avrebbe fatto meglio a limitarsi a parlare d’“assistenza sanitaria per tutti”, rimandando a Internet per i particolari sul programma.
    Sono i valori, i principi generali quelli che la gente ascolta e ricorda.
    Secondo Lakoff - che neppure per un istante mette in discussione la leadership intellettuale liberal nell’America del presente – l’astuzia dei conservatori è stata quella di restare sulle generali, di non avventurarsi in paludosi approfondimenti.
    Ma oggi, consiglia Lakoff, i conservatori vanno battuti sul loro terreno, quello dell’accorto utilizzo della comunicazione.
    Ad esempio confrontandosi con loro con rispetto, ma senza perdere di vista gli obbiettivi del proprio discorso e quindi procedendo al reinquadramento (framing) delle questioni in ballo ogniqualvolta sia necessario.
    “Rigenera il contesto del discorso e ricomincia a dire ciò in cui credi” è il comandamento dibattimentale di Lakoff.
    Evitando il confronto tra interpretazioni di fatti, che confonde le idee di chi ascolta. Ma reinquadrando e ribadendo i principi generali del discorso, prima e dopo che i fatti sono stati esposti. Lakoff è un teorico dell’empatia col pubblico, con cui va stabilita una connessione diretta, articolata ma non stressante.
    Riapprodando periodicamente ai principi generali, che devono avere lo stesso impatto emotivo di una dichiarazione di fede:
    “Kerry solo alla fine ha capito che doveva parlare di valori e unità, senza impantanarsi nelle culture wars. Che doveva spiegare perché i valori democratici siano profondamente americani”.
    Secondo Lakoff i democratici nel corso della rincorsa elettorale hanno sbagliato nel rifiuto d’utilizzare la parola “debole” per etichettare Bush e il suo operato da presidente. Hanno optato per attribuirsi un futuro atteggiamento “stronger”, in vista di un’America ancora più forte, quando, secondo lui, ciò che dovevano denunciare aggressivamente era l’indebolimento che Bush avrebbe generato nella nazione.
    Non a caso proprio sull’utilizzo emozionale di alcune sponde linguistiche e sull’abilità del framing, del riposizionamento del discorso utilizzato dai repubblicani per dare costrutto alla propria linea di politica,
    Lakoff si sofferma:
    “Noi oggi abbiamo un comandante in capo, come i repubblicani definiscono Bush, un ‘presidente di guerra’ con ‘poteri di guerra’ che implicano che le regole ordinarie possano essere scavalcate.
    Un presidente di guerra ha poteri straordinari. E la guerra al terrore non finisce mai. Non esiste la possibilità d’una trattativa di pace col terrore. L’unica ricetta è mantenere i conservatori al potere fino a data indefinita. Ricollocando abilmente le tre parole
    ‘War on Terror’ hanno realizzato un formidabile cambiamento politico”.
    Il dibattito diventa appassionante allorché, in coincidenza con la scadenza elettorale, appare evidente che ciò di cui si deve discutere non sia più il fine ma il mezzo determinante nel mettere a segno il successo della propria aspirazione al potere.

    Viene a galla, tra le dissolutezze chic di Ann Coulter, gli psicologismi semantici di Lakoff e le forzature filosofiche di Walzer, un nucleo rovente della questione, su cui ragionare seriamente, e non solo parlando d’America ma anche guardando casa nostra: se la politica sopravvive solo attraverso il plasma della comunicazione, il linguaggio non è più un semplice strumento, bensì la fattuale chiave di rappresentazione di un intero sistema d’idee.
    Renderlo aderente al proprio ritmo ambientale, organico alla cornice di propagazione e alla descrizione degli stili esistenziali ed etici che si vogliono conseguire, è la sfida su cui si vince o si perde nella politica contemporanea.

    Stefano Pistolini su Il Foglio del 29 ottobre
    saluti

 

 

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