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  1. #1
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    Predefinito Competizione, non è questione di costo del lavoro

    Un interessante articolo di Repubblica su impresa italiana e competitività. Sulla base della mia esperienza direi che centra alla perfezione la malattia dell'impresa italiana e l'incapacità di diagnosticarne le cause. A scanso di equivoci, non ne sto facendo una questione ideologica: la scarsissima competitività dell'impresa italiana viene da lontano, è figlia di errori macroscopici compiuti negli anni, e fino ad oggi è un fatto che imprenditori e partiti politici siano stati incapaci di affrontarla e risolverla.
    Spero che questo articolo possa stimolare un pò di scambi di opinione.

    Cordialmente,
    Etrusco

    **************************************************

    Competizione, non è questione di costo del lavoro

    MARCO PANARA

    Una multinazionale europea (non italiana) nel settore meccanico, che ha stabilimenti in 23 paesi, ha messo a confronto il salario orario che paga ai suoi dipendenti. Le differenze sono impressionanti: si va da 28,69 euro l’ora in Svezia fino a 0,49 euro l’ora in India. Quella multinazionale ha stabilimenti anche in Italia dove, per un’ora di lavoro, spende 18,03 euro. Per rendere più chiaro il confronto abbiamo preso la remunerazione in Italia (18,03 euro = 100) e misurato su questa base la remunerazione di un’ora di lavoro negli altri paesi. Anche tenendo conto che non è un dato generale ma una esperienza specifica e concreta, quello che ne emerge dovrebbe farci riflettere molto.
    Per un’ora di lavoro in Germania quella multinazionale spende una volta e mezzo rispetto a quanto spende in Italia, il trenta per cento in più lo spende negli Stati Uniti, il 15 per cento in più in Francia. Solo l’8 per cento in meno lo spende in Spagna e il 10 per cento in meno in Corea. Se si passa agli altri il confronto è assolutamente impari: rispetto all’Italia un’ora di lavoro in Portogallo costa un terzo, un po’ meno costa in Turchia, un quarto nella Repubblica Ceca e in Ungheria, per scendere fino a un decimo in Cina e Romania e un quarantesimo in India.
    Non tutti gli stabilimenti producono le stesse cose e richiedono lo stesso livello di formazione, ma non sempre e non necessariamente il livello di sofisticazione delle produzioni corrisponde al livello dei salari.
    Non ci interessa qui comprendere cosa aspetta la multinazionale in questione a spostare tutte le sue attività in India, avrà per fortuna le sue ragioni. Quello che ci interessa è capire cosa ci dice questo confronto sull’Italia e sui suoi destini.
    La prima cosa che ci dice è che il costo del lavoro in Italia è tra i più bassi nel gruppo dei paesi industrializzati. Tra quelli censiti in questa occasione solo la Spagna e la Corea sono sotto di noi e neppure di molto, mentre la maggioranza ha un costo del lavoro più alto, e questo non sembra essere un vincolo determinante per esempio alla capacità di mantenere o accrescere la propria quota del commercio mondiale.
    Il fatto che l’Italia perda posizioni nel commercio mondiale mentre la Germania o il Giappone, che hanno un costo del lavoro sostanzialmente più alto, invece no, ci fa capire con chiarezza che non è il costo del lavoro la chiave della nostra perdita di competitività né per un suo eventuale recupero. Abbiamo impegnato anni a discutere e scontrarci su questo punto, ma basta guardare i dati della tabella che pubblichiamo per capire che tutto quel tempo e quell’impegno sono stati spesi male: l’abisso che ci separa non solo dall’India e dalla Cina, ma anche dalla Repubblica Ceca e dall’Ungheria è tale che a meno di un impoverimento generalizzato e rivoluzionario del nostro paese è impensabile e non auspicabile colmare.
    Il problema però esiste, perché la perdita di competitività dell’Italia non dipende dal fatto che lavoriamo poco, poiché anzi lavoriamo più ore della media dell’Europa a 15, dipende piuttosto dal fatto che ciascuna ora di lavoro non sempre produce tutto il valore che sarebbe necessario per consentirci di essere sicuri del nostro presente e ottimisti sul nostro futuro.
    Ci sono molti modi per capire meglio la natura di questo problema. Andrew Warner, senior economist alla Millennium Challenge Corporation, ha fatto uno studio accurato sulla produttività del lavoro nei vari paesi, e uno dei parametri che adotta è la crescita del pil per ora lavorata. Ebbene, tra il 1995 e il 2000 la crescita del pil per ora lavorata è stata del 9,20 per cento in Irlanda, paese leader di questa classifica, tra il 2,2 e il 2,6 per cento nel Regno Unito, in Germania, in Francia e negli Stati Uniti, solo dell’1,73 per cento in Italia, fanalino di coda tra i 18 paesi presi in considerazione. In quello stesso studio Warner individua quattro barriere alla crescita della produttività oraria e mette a confronto su di esse i vari paesi. Le barriere sono: la formazione, l’organizzazione del lavoro, le normative e la qualità delle infrastrutture. In tutti e quattro la posizione dell’Italia è peggiore di quella degli altri grandi paesi industrializzati e, nel caso delle infrastrutture, è tra le peggiori in assoluto.
    Le conclusioni alle quali questa analisi ci porta è che puntare sulla compressione del costo del lavoro per rilanciare la competitività dell’Italia non solo non è realistico ma rischia di essere un grave errore strategico. Il che non vuol dire che il costo del lavoro è una variabile indipendente, ma che in questo momento della storia e dell’economia mondiale, quello su cui si deve incidere assai più che il costo è invece il contenuto del lavoro. Bisogna aumentare da una parte la produttività e dall’altra il valore delle cose prodotte, in maniera tale da remunerare adeguatamente il lavoro e il capitale e consentire di porre le premesse per un aumento costante ed economicamente sostenibile dei redditi e del benessere futuro.
    E’ una questione che riguarda tutti, la politica e le istituzioni, la pubblica amministrazione, le imprese e i sindacati. La scelta è tra puntare sulla crescita della produttività e del valore delle produzioni, oppure come è accaduto negli ultimi anni limitarsi a mantenere il modello produttivo e competitivo esistente cercando finché possibile di tenerlo in piedi comprimendo i costi.
    Ovviamente non ci possiamo permettere di buttare via nulla, né sarebbe giusto farlo, quindi lo sforzo che le imprese stanno facendo per restare a galla è legittimo e anche lodevole. Se però dopo la resistenza non si passa alla crescita, per molti rischia di essere solo un prolungamento dell’agonia.
    Ma cosa vuol dire scegliere di puntare sulla crescita della produttività e del valore delle produzioni? Vuol dire cambiare mentalità. Vuol dire concentrarsi sui problemi veri e impegnarsi per rimuovere le barriere all’aumento della produttività, investire in tecnologia, in formazione, in qualità manageriale. Vuol dire aumentare la flessibilità del lavoro, che serve come il pane, ma che è utile al sistema se rende più efficiente l’organizzazione del lavoro, e diventa invece negativa se rende il lavoro precario al solo scopo di abbassarne il costo. Vuol dire esaminare ogni legge, già in vigore o nuova, valutandone la comprensibilità, la semplicità di applicazione, l’effetto sulla modernizzazione del sistema. Vuol dire rischiare uscendo dai settori tradizionali non aspettandosi di raccogliere già domani.
    Vuol dire capire che i problemi dell’Italia di oggi non sono quelli di vent’anni fa e che gli strumenti di vent’anni fa non sono più quelli giusti per risolverli.

  2. #2
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    Predefinito

    la forza lavoro attualmente viene vista come una semplice variabile del profitto aziendale.da qua tutto ciò che ne deriva in tutti i paesi capitalistici(anche alla cina):meno paghi l'operaio\dipendente ecc. più profitti accumuli

  3. #3
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    Predefinito Re: Competizione, non è questione di costo del lavoro

    In Origine postato da Etrusco
    Un interessante articolo di Repubblica su impresa italiana e competitività. Sulla base della mia esperienza direi che centra alla perfezione la malattia dell'impresa italiana e l'incapacità di diagnosticarne le cause. A scanso di equivoci, non ne sto facendo una questione ideologica: la scarsissima competitività dell'impresa italiana viene da lontano, è figlia di errori macroscopici compiuti negli anni, e fino ad oggi è un fatto che imprenditori e partiti politici siano stati incapaci di affrontarla e risolverla.
    Spero che questo articolo possa stimolare un pò di scambi di opinione.

    Cordialmente,
    Etrusco

    **************************************************

    Competizione, non è questione di costo del lavoro

    MARCO PANARA

    Una multinazionale europea (non italiana) nel settore meccanico, che ha stabilimenti in 23 paesi, ha messo a confronto il salario orario che paga ai suoi dipendenti. Le differenze sono impressionanti: si va da 28,69 euro l’ora in Svezia fino a 0,49 euro l’ora in India. Quella multinazionale ha stabilimenti anche in Italia dove, per un’ora di lavoro, spende 18,03 euro. Per rendere più chiaro il confronto abbiamo preso la remunerazione in Italia (18,03 euro = 100) e misurato su questa base la remunerazione di un’ora di lavoro negli altri paesi. Anche tenendo conto che non è un dato generale ma una esperienza specifica e concreta, quello che ne emerge dovrebbe farci riflettere molto.
    Per un’ora di lavoro in Germania quella multinazionale spende una volta e mezzo rispetto a quanto spende in Italia, il trenta per cento in più lo spende negli Stati Uniti, il 15 per cento in più in Francia. Solo l’8 per cento in meno lo spende in Spagna e il 10 per cento in meno in Corea. Se si passa agli altri il confronto è assolutamente impari: rispetto all’Italia un’ora di lavoro in Portogallo costa un terzo, un po’ meno costa in Turchia, un quarto nella Repubblica Ceca e in Ungheria, per scendere fino a un decimo in Cina e Romania e un quarantesimo in India.
    Non tutti gli stabilimenti producono le stesse cose e richiedono lo stesso livello di formazione, ma non sempre e non necessariamente il livello di sofisticazione delle produzioni corrisponde al livello dei salari.
    Non ci interessa qui comprendere cosa aspetta la multinazionale in questione a spostare tutte le sue attività in India, avrà per fortuna le sue ragioni. Quello che ci interessa è capire cosa ci dice questo confronto sull’Italia e sui suoi destini.
    La prima cosa che ci dice è che il costo del lavoro in Italia è tra i più bassi nel gruppo dei paesi industrializzati. Tra quelli censiti in questa occasione solo la Spagna e la Corea sono sotto di noi e neppure di molto, mentre la maggioranza ha un costo del lavoro più alto, e questo non sembra essere un vincolo determinante per esempio alla capacità di mantenere o accrescere la propria quota del commercio mondiale.
    Il fatto che l’Italia perda posizioni nel commercio mondiale mentre la Germania o il Giappone, che hanno un costo del lavoro sostanzialmente più alto, invece no, ci fa capire con chiarezza che non è il costo del lavoro la chiave della nostra perdita di competitività né per un suo eventuale recupero. Abbiamo impegnato anni a discutere e scontrarci su questo punto, ma basta guardare i dati della tabella che pubblichiamo per capire che tutto quel tempo e quell’impegno sono stati spesi male: l’abisso che ci separa non solo dall’India e dalla Cina, ma anche dalla Repubblica Ceca e dall’Ungheria è tale che a meno di un impoverimento generalizzato e rivoluzionario del nostro paese è impensabile e non auspicabile colmare.
    Il problema però esiste, perché la perdita di competitività dell’Italia non dipende dal fatto che lavoriamo poco, poiché anzi lavoriamo più ore della media dell’Europa a 15, dipende piuttosto dal fatto che ciascuna ora di lavoro non sempre produce tutto il valore che sarebbe necessario per consentirci di essere sicuri del nostro presente e ottimisti sul nostro futuro.
    Ci sono molti modi per capire meglio la natura di questo problema. Andrew Warner, senior economist alla Millennium Challenge Corporation, ha fatto uno studio accurato sulla produttività del lavoro nei vari paesi, e uno dei parametri che adotta è la crescita del pil per ora lavorata. Ebbene, tra il 1995 e il 2000 la crescita del pil per ora lavorata è stata del 9,20 per cento in Irlanda, paese leader di questa classifica, tra il 2,2 e il 2,6 per cento nel Regno Unito, in Germania, in Francia e negli Stati Uniti, solo dell’1,73 per cento in Italia, fanalino di coda tra i 18 paesi presi in considerazione. In quello stesso studio Warner individua quattro barriere alla crescita della produttività oraria e mette a confronto su di esse i vari paesi. Le barriere sono: la formazione, l’organizzazione del lavoro, le normative e la qualità delle infrastrutture. In tutti e quattro la posizione dell’Italia è peggiore di quella degli altri grandi paesi industrializzati e, nel caso delle infrastrutture, è tra le peggiori in assoluto.
    Le conclusioni alle quali questa analisi ci porta è che puntare sulla compressione del costo del lavoro per rilanciare la competitività dell’Italia non solo non è realistico ma rischia di essere un grave errore strategico. Il che non vuol dire che il costo del lavoro è una variabile indipendente, ma che in questo momento della storia e dell’economia mondiale, quello su cui si deve incidere assai più che il costo è invece il contenuto del lavoro. Bisogna aumentare da una parte la produttività e dall’altra il valore delle cose prodotte, in maniera tale da remunerare adeguatamente il lavoro e il capitale e consentire di porre le premesse per un aumento costante ed economicamente sostenibile dei redditi e del benessere futuro.
    E’ una questione che riguarda tutti, la politica e le istituzioni, la pubblica amministrazione, le imprese e i sindacati. La scelta è tra puntare sulla crescita della produttività e del valore delle produzioni, oppure come è accaduto negli ultimi anni limitarsi a mantenere il modello produttivo e competitivo esistente cercando finché possibile di tenerlo in piedi comprimendo i costi.
    Ovviamente non ci possiamo permettere di buttare via nulla, né sarebbe giusto farlo, quindi lo sforzo che le imprese stanno facendo per restare a galla è legittimo e anche lodevole. Se però dopo la resistenza non si passa alla crescita, per molti rischia di essere solo un prolungamento dell’agonia.
    Ma cosa vuol dire scegliere di puntare sulla crescita della produttività e del valore delle produzioni? Vuol dire cambiare mentalità. Vuol dire concentrarsi sui problemi veri e impegnarsi per rimuovere le barriere all’aumento della produttività, investire in tecnologia, in formazione, in qualità manageriale. Vuol dire aumentare la flessibilità del lavoro, che serve come il pane, ma che è utile al sistema se rende più efficiente l’organizzazione del lavoro, e diventa invece negativa se rende il lavoro precario al solo scopo di abbassarne il costo. Vuol dire esaminare ogni legge, già in vigore o nuova, valutandone la comprensibilità, la semplicità di applicazione, l’effetto sulla modernizzazione del sistema. Vuol dire rischiare uscendo dai settori tradizionali non aspettandosi di raccogliere già domani.
    Vuol dire capire che i problemi dell’Italia di oggi non sono quelli di vent’anni fa e che gli strumenti di vent’anni fa non sono più quelli giusti per risolverli.

    Sono sostanzialmente d'accordo con l'analisi. Ma ricordo che il costo del lavoro va sempre appunto considerato insieme alla produttività. Va inoltre considerato che il costo del lavoro in Italia sarebbe ancor più basso se la pressione fiscale fosse meno pressante e se i soldi versati al fisco producessero.... a propria volta, servizi più efficienti alla collettività e alle imprese, rendendo da un lato la vita più vivibile ai lavoratori, dall'altro contribuendo ad aumentare la produttività complessiva del sistema.
    Del resto, in questa fase, sono anche importanti i consumi, senza voler per questo diventare neo-keynesiani (Dio ce ne scampi e liberi), per ovvie ragioni....attinenti alla congiuntura da cui l'economia mondiale si sta faticosamente tirando fuori negli ultimi 18 mesi (con ritardo dell'Europa, di Eurolandia, e soprattutto di paesi deboli come l'Italia).
    Quanto alla flessibilità del lavoro e alla modernizzazione strutturale (e infrastrutturale), bhe....c'è poco da dire, sono bisogni urgenti, che comunque hanno iniziato ad essere affrontati, ma che abbisognano di interventi ulteriori, anche di riequilibrio degli effetti sociali.

    Saluti liberali

 

 

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