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  1. #1
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    Talking Liguri,vil razza bastarda...

    La pagina “Cultura e Spettacoli” de La Stampa colpisce ancora.
    Domanda: E’ possibile far coesistere in un unico articolo informazioni utili e interessanti, nozioni storiche lapalissiane da “scoperta dell’acqua calda”, malcelato razzismo e amenità varie? Possono Cultura&Ignoranza andare a braccetto come se fosse la cosa più normale del mondo?
    No?
    Invece sembra proprio di si, visto l’articolo che ci proponevano ieri… il fatto poi che nella versione web dello stesso giornale l’oggetto del discutere sia misteriosamente sparito lascia pensare che,alla fine, la vergogna abbia preso il sopravvento…



    NON POSSIAMO NON DIRCI LIGURI
    Maurizio Assalto

    Analfabeti e bugiardi (“inleterati mendacesque“) li definì Catone. “Duri atque agrestes”, Cicerone. “Intonsi et inculti”, Tito Livio. “Abituati al male”, Virgilio. “.. Eppur parenti siamo un po’ di quella gente che c’è lì”, come cantava Paolo Conte. Lì dalle parti di Genova. Tutti noi del Nord-Ovest, almeno, ma probabilmente anche più in là. Oggi la Liguria è un sottile arco di terra stretto tra le montagne e il mare, ma in origine non era così: dalla media età del bronzo (XVI secolo a.C., quando cominciarono a emergere come popolazione caratterizzata da una uniformità culturale) fino all’impero romano, i Liguri abitarono una vasta area costiera che andava dalla foce dell’Arno a quella del Rodano, estendendosi a Nord fino al Po. E in età preistorica i confini dovevano essere ancora più larghi, comprendendo anche la corsica, gran parte dell’attuale Francia, tutta la Lombardia e un pezzo del Trentino.
    Se avesse un senso ricavare la propria identità dalle radici più remote, magari per fondarvi qualche stramba pretesa, a molti abitanti della “Padania” non basterebbe tirare fuori dalla naftalina i Celti. E del resto, risalendo risalendo, chissà dove si andrebbe a finire; mentre ridiscendendo ridiscendendo, le cose si complicano un po’ (in un corrosivo pamphlet uscito pochi mesi fa da Sansoni, “Essere autoctoni”, il grande comparatista Marcel Detienne ridicolizza il mito-ideologia identitario).
    I Liguri, appunto: in tutta la loro parabola più che millenaria sono stati contaminati, hanno contaminato (nella Siracusa di Dionigi il Vecchio, ad esempio, correva la teoria che gli stessi Siculi derivassero da loro), si sono spostati e hanno messo in comunicazione il Nord con il Sud, l’Oriente con l’Occidente. E’ quanto si vede nella grande mostra “I Liguri” che sarà inaugurata oggi nella Commenda di San Giovanni di Prè, la prima rassegna tematica di questa ampiezza e esaustività, che vede eccezionalmente riuniti un migliaio di reperti sparsi in mezza Europa. Peccato doverli di nuovo disperdere dopo la chiusura, il 23 gennaio.Per intanto l’occasione è da non perdere, non soltanto per un (supposto) discendente di quella antica popolazione.
    La mostra, curata dalla soprintendente pei i Beni archeologici della Liguria con un comitato scientifico di altissimo livello (il loro lavoro sarà consegnato in un grosso catalogo in uscita da Skira), è “duramente” archeologica, quasi priva di oggetti che si potrebbero qualificare come “belli”. Ma il percorso studiato dall’architetto Franco Ceschi è tale da consentire a chiunque il corretto inquadramento, con didascalie concise e ampio ricorso a plastici e ricostruzioni per visualizzare e ricontestualizzare i singoli pezzi.
    All’inizio c’è il mito di Cicno, il primo re dei Liguri, l’amico di Fetonte che tanto ne pianse la sorte, quando Zeus lo incenerì, finchè venne trasformato in cigno (in greco kyknos), dotato da Apollo di una voce melodiosa come il canto attribuito a quegli uccelli in punto di morte. E’ un mito tardo, che conosciamo da Ovidio, da Pausania, da Igino. Ma fin dai nomi rivela l’incontro, mediato probabilmente dagli Etruschi, con gli elementi greci che si erano spinti nel delta del Po, i quali così diedero sviluppo narrativo al dettaglio del cigno sul copricapo dei re-guerrieri liguri (visibile nei bronzetti votivi del IV-III sec. a.C.).
    Greci e Etruschi, dunque a contaminare l’originaria “purezza”. Ma non solo. Già per la fase neolitica, i frequenti ritrovamenti di ossidiana parlano di rapporti con le Eolie, e quindi di navigazione. Ma è a partire dall’VIII-VII sec. che il baricentro si sposta decisamente verso il mare. Per la prima volta l’intero areale viene coinvolto nei traffici marittimi che attraversano il mediterraneo dall’Egeo alle colonie greche più occidentali, fino a Marsiglia. Ne consegue uno spettacolare arricchimento e una maggiore complessità sociale, riflessi nelle testimonianze archeologiche. Nella necropoli di Chiavari si trovano gioielli e vasellame riconducibili all’Etruria, alla cultura di Golasecca, perfino a Corinto; l’ambra viene dal Baltico, le spade “ad antenna” sono tipiche dei Celti, che con i Liguri a più riprese si fusero e si confusero. Mentre a Genova, sorta intorno al VII sec. la mappa disegnata dai ritrovamenti documenta una rete di scambi che arriva fino alla Grecia orientale, a Cartagine, all’Egitto. La lingua che si parlava all’epoca non è sopravvissuta, ma un idioma comunemente usato in città era l’etrusco, come è attestato da numerosi “ciottoli parlanti” (“Mi Nemeties”, io sono di Nemetie, recita quello in mostra). Insomma la Genova delle origini era già una società multietnica. Meglio, nasce multietnica.
    La conquista romana, tra il III e il II sec. a.C., non avvenne senza difficoltà, nonostante la sproporzione delle forze in campo, a causa della frammentazione tribale dei Liguri, che rendeva impossibile concludere accordi accettati da tutti, nonché per le caratteristiche geomorfologiche del territorio, favorevoli a una sorta di guerriglia di resitenza. Una situazione di tipo iracheno: Tito Livio documenta fasi di pace seguite dalla ripresa delle ostilità, stragi orribili (15 mila guerrieri sterminati dal console Lucio Emilio Paolo nel 181 a.C., quando la popolazione locale non doveva superare le 100 mila unità), deportazioni di massa (40 mila Liguri apuani trasferiti in Campania). Poi però la romanizzazione andò a buon fine, anche perché l’imperialismo dell’Urbe, almeno, comportava effettivi vantaggi per tutti: rete viaria, sfruttamento intensivo delle cave di marmo, introduzione delle colture dell’ulivo e della vite.
    Ma la cultura degli antichi Liguri in quei pochi decenni venne dimenticata. Uno dei pezzi più emblematici della mostra, in questo senso, è la tomba a cassetta del I sec. a.C. rinvenuta appena l’anno scorso a Filattiera, nella Lunigiana: la lastra che la chiudeva è una delle celebri statue-stele di arenaria che per più di un millennio erano state tipiche delle zona (e di cui si sono esposti diversi esemplari). Evidentemente chi la reimpiegò ne aveva perso il valore rituale, forse non sapeva neppure cosa fosse. Una cultura finita,cancellata. E un’altra che prendeva il suo posta,avviando nuove combinazioni.
    Quando si parla di recupero delle radici, a che cosa esattamente ci si riferisce?




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  2. #2
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    Per non lottare ci saranno sempre moltissimi pretesti in ogni circostanza, ma mai in ogni circostanza e in ogni epoca si potrà avere la libertà senza la lotta!
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    Sembra che l'esimio autore abbia letto distrattamente un bigino di storia, abbia mischiato quello che si ricordava con il depliant della mostra e abbia passato poi il pezzo al capo redattore che gli ha dato le fresate finali buonist-multietniche

    Il trionfo del giornalismo competente.

  3. #3
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    Sono decenni che la storia viene fatta ad uso e consumo di taluni, il cui massimo ragionamento è: la Liguria è originariamente multietnica = non può covare aspirazioni "nazionali" = deve sottostare a qualche Stato giacobino espressione di una indefinita nazione civica = deve accogliere chiunque senza batter ciglio, essere anzi l'avamposto del nuovo ordine multietnico-progressista. Volutamente si dimentica:
    1) Il processo di elaborazione di dialetti ascrivibili a un'area ligure ricompresa in un più ampio substrato gallo-italico.
    2) Il processo che fece della Liguria uno stato indipendente, fondato su patti fra le comunità e sul rispetto delle loro prerogative.
    3) La necessità per la Liguria di essere indipendente, di governare in libertà i propri scambi e di sottrarsi alla pressione fiscale e politica di altri Stati.

  4. #4
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    Stesso " trattamento " subisce il Veneto,
    con l'unica differenza che qui questo tipo
    di mostre ottiene l'avallo dell'assessore
    regionale alla cultura...

  5. #5
    Erwann
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    Già dal fatto che mette il termine Padania tra virgolette si capiscono i limiti mentali del soggetto...

  6. #6
    PADANIA NEL CUORE
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    Obbedienti e prostrati al pensiero dominante ( nelle menti deboli)
    svolgono con diligenza da alunno di terza elementare il loro servizio.
    Il problema èche chi deve fare vera informazione ericostruzione storica ha abdicato alla sua funzione.
    TIOCH FAID AR LA'

  7. #7
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    Hai fatto bene a pubblicare quell'articolo, Gatto rognoso.
    E se ben ricordo articoli del genere sono usciti pure
    ai tempi della mostra sui Longobardi e di quella sui Celti.
    Per i poteri forti noi non possiamo sentirci quel che siamo.
    E lo sanno che siamo, per questo vogliono diluirci
    con una abbondante dose di extracomunitari.
    Tornando all'inizio, avete notato che quel genere di
    articoli non spuntano fuori quando si tratta di romani, di etruschi
    e di veneti?
    Sarebbe interessante raccogliere tutti gli articoli scritti
    in occasione delle mostre dei singoli popoli,
    oppure commentare le didascalie di presentazione dei reperti indicatori di culture o di etnie ai romani non gradite presenti nei musei
    o nelle mostre, vi accorgereste come vengano predatati o postdatati a seconda della convenienza.

  8. #8
    Veneto indipendente
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    Serenissima Euganea
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    Si vede che i liguri erano cattivi e non gli andava di farsi invadere dai buoni e civili romani.

    "Una situazione di tipo iracheno: Tito Livio documenta fasi di pace seguite dalla ripresa delle ostilità, stragi orribili (15 mila guerrieri sterminati dal console Lucio Emilio Paolo nel 181 a.C., quando la popolazione locale non doveva superare le 100 mila unità), deportazioni di massa (40 mila Liguri apuani trasferiti in Campania)."

    Azz... Hitler e Stalin erano due angeli al confronto.

  9. #9
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    Tra l'altro la Liguria è oggetto di diversi luoghi comuni, ben propagandati dai soliti noti, incentrati sul fatto che l'apertura sul mediterraneo ne avrebbe fatto una realtà completamente aperta. In realtà, il carattere ligustico non è affatto legato al mare: questi non fu vissuto come mezzo di "import" culturale, bensì come luogo di possibile minaccia: le invasioni saracene, alle quali son legate gran parti dei racconti popolari, sono a questo proposito emblematiche. Sempre nel contesto della "novella" orale, è da notare l'assoluta scarsità, se non assenza, di storie che hanno per protagonisti "lupi" di mare. A livello culturale, anche in Liguria, ha inciso molto di più il rapporto con la terra, con le valli che si aprono dietro le riviere, con le tipiche "fasce". Perfino nell'ambito della cultura materiale è difficile rintracciare un rapporto così geloso con il "luogo". Esempio ne è la tradizione agro-alimentare: nonostante l'importazione di diverse specie alimentari esotiche, la cucina ligure si basa su erbe selvatiche, basilico, pinoli, olive, castagne. Insomma: il marinaio che si lanciava alla conquista dei mari era tutto fuorchè un esterofilo o un cosmopolita.

  10. #10
    Padania libera dai padioti
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    Non si può negare osservando lo spettacolo indecente di alcune città liguri (mai stati a Imperia o Ventimiglia ?) che la cultura originaria sia stata dimenticata

 

 

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