"Solo nella comunità diventa dunque possibile la libertà personale" Marx-Engels
Apologeta del dominio
Smascheramento politico di un filosofo radicalmente aristocratico: con i suoi due volumi su Nietzsche Domenico Losurdo ha fornito una ricerca che stabilisce nuovi parametri di giudizio
di Moshe Zuckermann, "Junge Welt"
(Sociologo, Zuckermann insegna al Cohn Institute for the History and Philosophy of Science and Ideas dell'Università di Tel Aviv ed è stato Direttore dell'Institut für Deutsche Geschichte di Tel Aviv. In primavera è uscito il suo Sechzig Jahre Israel. Die Genesis einer politischen Krise des Zionismus, Pahl-Rugenstein Nachfolger, Bonn 2009.)
traduzione italiana di Andrea Mihaiu
Ci sono libri che si possono recensire solo con difficoltà, il lavoro di ricerca da essi compiuto è così ampio e lo sforzo concettuale che li caratterizza è così impressionante che si può temere di far torto alla complessità dell’opera mediante una recensione che, per sua natura, comporta un procedimento drasticamente riduttivo. Un tale libro è l’opus in due volumi di Domenico Losurdo (Nietzsche, il ribelle aristocratico. Biografia intellettuale e bilancio critico), apparso in Italia per la prima volta nel 2002 e che ora è disponibile anche in traduzione tedesca. Si tratta di un’impresa magistrale, non a caso definita una pietra miliare nella ricezione di Nietzsche, un risultato scientifico che potrebbe rapidamente divenire un’opera di riferimento nell’ambito della storia spirituale europea. In effetti, in futuro nessuno che si occupi della dimensione politica del pensiero di Nietzsche potrà trascurare questo libro. Esso definisce nuovi parametri di giudizio e presenta coordinate analitiche troppo persuasive e troppo pregnanti perché sia lecito ignorarlo. Per questo l’opera non dev’essere qui recensita nel senso stretto del termine; mi limito ad alcune riflessioni su ciò che essa potrà significare d’ora in poi per la generale comprensione di Nietzsche e per il nostro rapporto con questo pensatore eminente e inquietante della Germania del Diciannovesimo secolo.
Due modelli fondamentali
Indubbiamente dopo una ricezione lunga, fitta e pertanto altamente controversa, avviatasi già nel Diciannovesimo secolo ma che ha attraversato in seguito l'intero Novecento, ci si vorrà chiedere scetticamente cosa ancora si possa riuscire a scoprire di effettivamente rilevante dell'edificio teorico del filosofo. Cosa si può dire ormai di nuovo di lui, che in un modo o nell'altro non sia già stato detto? Di ciò Domenico Losurdo è pienamente consapevole, riesce tuttavia a volgere a proprio favore persino questa evidente abbondanza di letture critiche riducendo la ricca esegesi nietzschiana a due modelli fondamentali centrali, per poi confrontarsi con essi nel corso delle mille pagine. Da una parte egli critica l'interpretazione decisamente affrettata di Georg Lukács, secondo la quale la “distruzione della ragione” si sarebbe compiuta nella forma di una “strada dell'irrazionalismo” che a partire da Schelling (soprattutto) passando per Nietzsche avrebbe poi condotto fino Hitler, una lettura che nel frattempo si è consolidata in una sorta di paradigma e che ha la fortuna di valere come la più netta critica su Nietzsche fino ad oggi. La convergenza diretta tra il filosofo ed il regime nazista è respinta da Losurdo come eccessivamente riduttiva ed insostenibile. Dall'altra parte tuttavia questi attacca il predominante svilimento di Nietzsche, quel binario (egemoniale) della ricezione che ogni volta prende il via da un'apologia del pensatore, e precisamente laddove il “filosofo con il martello” esprime mostruosità e paventa orrori. Particolarmente bello (e da tempo atteso) risulta a questo riguardo lo smascheramento della tesi secondo cui Elisabeth, sorella del pensatore, ne avrebbe redatto gli scritti deformandoli in direzione dei bisogni ideologici del nazismo, in realtà un mito intrinseco alla storia della filosofia stessa. Gli “ermeneuti dell'innocenza” non si sono vergognati di addossare alla sorella la colpa per la presunta distorsione della ricezione di Nietzsche (le sue dichiarazioni in parte malvagie andrebbero intese come metafore, allegorie e simboli) senza però in questo rendersi conto di quale importanza essi oggettivamente le assegnino sul piano della storia della filosofia e dell'ideologia.
Losurdo imbocca un'altra strada. Tenendosi ugualmente distante da dottrinali imputazioni di colpa e svilimenti ideologici, si cimenta – critico marxista dell'ideologia quale egli è – nella contestualizzazione storica del pensiero di Nietzsche e nella ricostruzione passo per passo della sua matrice politico-sociale. In questo non si accontenta di una precisa estrazione chirurgica dei motivi sincronici dall'universo filosofico nietzschiano, bensì ricalca anche l'odissea dello sviluppo ideologico diacronico del pensatore, le tappe e le svolte radicali lungo il percorso di maturazione del “tardo Nietzsche”. Anche questo indispensabile, dal momento che in nessun filosofo dell'età moderna si trovano turbolenze tanto clamorose, capovolgimenti spirituali e ricominciamenti paradigmatici come in lui, cosa che non da ultimo ha fatto sì che la sua opera omnia venisse ad assumere l'aspetto di un gigantesco compendio di visioni eterogenee, opinioni contrastanti e postulati fortemente contraddittori. Non a caso nel 1932 Tucholsky scrisse: “Chi non lo può rivendicare! Dimmi ciò di cui hai bisogno ed io ti troverò una citazione di Nietzsche […]. Per la Germania o contro la Germania; per la pace o contro la pace; per la letteratura o contro la letteratura”. Sarà, ma sul piano della critica dell'ideologia non ci si può accontentare di questo. E allora Losurdo elenca sì con puntualità tutte le stonature, le fesserie e le aporie nel pensiero di Nietzsche ma sempre tenendo conto appunto della matrice ideologica fondamentale che sta alla base di tutte queste intuizioni e folgorazioni spirituali, culturali e intellettuali e a cui esse in fondo possono essere decisamente ricondotte; e questa matrice fondamentale – in questo dovremmo vedere uno dei risultati più rilevanti dell'opera di Losurdo – è di natura profondamente politica, e precisamente non solo in un senso astratto (circa la posizione dell'uomo nel mondo, ad esempio) bensì animata dall'agenda politica, cosciente della contemporaneità e sostenuta da un fondamento empirico. Nondimeno, la dirompenza di tale enfasi politica risulta comprovata dal suo sapersi affratellata con un principio etico e morale da intendersi sul piano della storia dell'umanità. Il fatto d'attualità (il contesto storico concreto, dunque) si fonde con la più nobile filosofia, e roba da feuilleton con la suprema filosofia dell'esistenza. Quanto a questo Losurdo insiste analiticamente e metodicamente sul fatto che, a prescindere da tutta la genialità individuale di Nietzsche e l'idiosincrasia del suo pensiero “tedesco”, le sue premesse e sue capriole spirituali possono essere nel loro complesso contestualizzate e quindi collocate in tradizioni culturali e di pensiero che travalicano il mondo intellettuale di Nietzsche. Ciò che in tal modo – correttamente marxista – è conseguito è la determinazione sia storica sia sociale e sociopsicologica del pensiero individuale, senza però porre mai in discussione la qualità specifica del filosofo.
Lotta contro l'emancipazione
Cosa scopre dunque Domenico Losurdo? Come possiamo descrivere la suddetta matrice alla base del pensiero globale di Nietzsche? Muovendo dagli accadimenti della comune di Parigi, appresi con grande orrore, Nietzsche infligge all'intero ciclo rivoluzionario 1789 – 1830 – 1848 – 1871 il verdetto negativo di una catastrofica sollevazione delle masse popolari plebee che lentamente sta avendo il sopravvento sull'Europa intera. La diagnosi di questo movimento di rivolta la estende innanzitutto all'illuminismo europeo moderno, per poi prolungarla ancor più all'indietro alla riforma protestante e infine però all'intero mondo giudaico-cristiano, a cui aggiunge tuttavia anche la tradizione filosofica socratica (e dunque platonica) che interpreta in senso peggiorativo come una inappropriata tendenza, animata dalla sete di conoscenza, allo scuotimento della struttura culturale e sociale gerarchica. Ciò che in Nietzsche pertanto da odio empatico nei confronti della “democrazia” e del “socialismo” si condensa e solidifica concretamente in una vera e propria ossessione, viene collocato in un processo generale di civilizzazione che a sua volta matura in un paradigma della sua visione del mondo complessiva. Visione del mondo, questa, che ha come presupposto il carattere necessario di una gerarchia data per natura, la sublimità di chi sta sopra e l'abiezione di chi sta sotto, dunque la postulazione di una immutabilità della differenza qualitativa, e che però tende sempre a vedere nella tendenza costante alla sollevazione degli “malriusciti” e dei “falliti della vita” la minaccia a ciò che è necessario mantenere come gerarchico. E poiché trova che il consenso normativo alla sollevazione delle masse dei miserabili sia agganciato al processo illuministico globale che da Socrate, passando per la tradizione giudaico-cristiana, giunge fino alla Rivoluzione francese e alle pretese di emancipazione da essa derivate, Nietzsche ne combatte filosoficamente tutte le tappe e tutti gli sviluppi, le configurazioni culturali ed i postulati sociopolitici. L'originario discepolo di Schopenhauer perviene così al deciso rifiuto di qualsiasi forma di misericordia nei confronti dell'esperienza umana della sofferenza (purché si tratti della sofferenza degli “inferiori”) e alla presa di visione della necessità ad esso conseguente di ciò che ha qualificato come “rovesciamento di tutti i valori”, il quale dovrebbe affermarsi come codice fondamentale dell'esistenza collettiva umana “al di là del bene e del male”.
Lode della schiavitù
Per gli esperti di Nietzsche tutto ciò non è nuovo. È nuova invece la prova fornita da Losurdo nel suo imponente lavoro di ricostruzione che tutto questo, da una parte, costituisca una matrice che resta alla base di tutte le tappe (come sempre differenti) dello sviluppo del pensiero di Nietzsche, dall'altra però – e questo dovrebbe risultare più grave – che Nietzsche fosse assolutamente serio nella sua visione del mondo intimamente repressiva e normativamente legittimata. E' noto il suo postulato secondo cui le masse inferiori (in fin dei conti la porzione sociale di gran lunga più consistente) debbano sgobbare perché una selezionata élite aristocratica, libera dal lavoro e con agio di tempo possa produrre cultura e governare; meno noto è al contrario che oltre a questo si esprimesse con tenace verve intellettuale a favore della schiavitù; che incitasse all'eugenetica radicale fino ad un parziale genocidio; che in questo non argomentasse affatto solo in termini culturali ma si abbandonasse in parte ad un crudo biologismo, e molto altro ancora che, pure da lettori collaudati di Nietzsche, si viene ad apprendere con un certo sgomento. Comunque il contributo di Losurdo non risiede unicamente nell'elencazione ottimamente documentata di tutte le sue scioccanti affermazioni, bensì soprattutto nel fatto di insistere costantemente sul contesto politico-culturale del relativo ideologema nietzschiano. Così, ad esempio, il primo Nietzsche si dimostra un campanilista tedesco nazionalsciovinista che più tardi si purifica in europeista sopranazionale. Ma il suo europeismo si intende come un compito di dominio mondiale in ciò entusiasticamente concorde con il colonialismo – un'ideologia a cui al suo tempo non è il solo a tener parte. Egli certamente lascia alle spalle il proprio originario antisemitismo (a cui offrì la propria impronta Richard Wagner) per convertirsi in un rigoroso anti-antisemita – non però perché fosse giunto all'idea che ci si dovesse sbarazzare della discriminazione e della persecuzione delle razze, delle etnie e degli altri gruppi sacrificali della società, bensì perché perseguiva la visione eugenetica della fusione dell'ebraismo borghese finanziariamente potente della Germania con la casta degli Junker prussiani al potere, una rappresentazione che coincideva con un opportunismo pratico fortemente concreto e dominante dopo la fondazione dell'Impero. Per i poveri ebrei dell'Europa orientale (come del resto per qualsiasi “plebaglia” e per tutti i “falliti”) Nietzsche provava avversione. Questi ed altri reperti, che colorano l'immagine corrente di Nietzsche con toni più scuri del solito, sono esposti con inamovibile coerenza nel primo volume di Losurdo, di cui sorprende non solo la solida conoscenza delle fonti bensì soprattutto l'eccellenza della sua capacità dialetticamente analitica ed ermeneutica.
Ruolo dello psichico
Basterebbe questo primo volume per rendere a Losurdo massima lode per il suo imponente contributo scientifico. Ma questi non si accontenta, resta invece fedele al suo proposito di contestualizzare il pensiero di Nietzsche e di decodificarne la dimensione politica osservando dal punto di vista della critica dell'ideologia anche la storia della ricezione di questo straordinario universo filosofico, includendola nel proprio lavoro. In questo, il suo atteggiamento intellettualmente onesto (se vogliamo, “fair”) è messo in evidenza dalla capacità di esporre con grande accuratezza in cosa consista la particolarità del pensiero nietzschiano sul piano storico-filosofico, dunque il suo incrollabile valore gnoseologico, e a cosa in futuro ci si possa ancora attenere. Così mette in rilievo il concetto di individualismo postulato da Nietzsche, di gran lunga superiore quanto a penetrazione psicologica rispetto al concetto astratto di liberalismo in corso. Riconosce anche la validità della messa in crisi di fondamentali assunti epistemologici classici, dunque anche il servizio fondamentale di Nietzsche allo svelamento della dimensione psichica di ogni ideologia, con cui offrì un significativo contributo non soltanto al rivoluzionamento della teoria della conoscenza ma anche alla psicologizzazione della critica dell'ideologia. In generale si può postulare che: se Marx ha sviluppato una rilevante teoria sociale, senza per questo aver composto una psicologia, a Marx possiamo in tal senso affiancare Nietzsche, essendo che questi non ha certo inventato una sociologia coerente, per questo però fu tanto più antesignano nel campo delle visioni della psicologia del profondo. Ancor più sorprendente è che Losurdo, altrimenti così poliedrico e metodicamente interdisciplinare, nel suo monumentale lavoro non si riferisca quasi per nulla al ruolo pionieristico di Nietzsche in vista dell'avvento della psicanalisi, né all'influenza tanto diretta quanto indiretta del filosofo su Freud. Nell'opera di mille pagine Freud viene nominato soltanto una volta e di questi nella ricchissima bibliografia viene citata soltanto la monografia su Mosè ed il monoteismo. Un dato, questo, che può essere indicato come un deficit nell'opera dell'italiano, poiché quando si ha a che fare proprio con la dimensione politica del pensiero nietzschiano non è possibile non tenere in considerazione – al più tardi a partire dai risultati della teoria critica francofortese – con quale dirompenza il paradigma freudiano si sia ripercosso sulla costituzione della psicologia politica del Novecento; mentre gli stessi Adorno ed Horkheimer vengono richiamati da Losurdo soltanto come prova documentaria della frequentazione dell'opera di De Sade, sebbene questi avessero condotto il loro sguardo criticamente irritato, rivolto al progredire della civilizzazione in genere e della modernità occidentale in particolare, ad uno degli apici più significativi della riflessione filosofica.
Critica del postmodernismo
Tanto più decisamente Losurdo si cimenta invece con il postmodernismo, che notoriamente si fonda per molti aspetti sulla filosofia di Nietzsche quale testimonianza principale e punto d'avvio per la critica radicale di ciò che egli nomina come “modernità”. Losurdo fa notare che se i sostenitori del postmodernismo ritengono, nei loro esercizi interpretativi senza fine, di potersi sbarazzare di qualsiasi determinazione su un fondamento vincolante di verità, allora con Nietzsche si sono scelti un padre spirituale inappropriato. “L'affermazione di Foucault”, dice Losurdo, “secondo cui la follia finale di Nietzsche potrebbe essere letta come la metafora dello scacco insito nel compito infinito ed infinitamente complesso dell'interpretazione” sarebbe cattiva letteratura. Nietzsche avrebbe ritenuto auspicabile un solido criterio di validità, vale a dire l'”egoismo” dell'uomo “sano”, il quale sarebbe da distinguere nettamente da quello del “malato”. Insiste dunque su di un concetto patologico (fisiologico) che il postmodernismo vorrebbe addirittura togliere di mezzo, come pretenderebbe del resto di poter scomporre infinitamente il concetto di soggetto che Nietzsche, proprio a partire dalla logica della “volontà di potenza” da lui formulata, non vorrebbe (né saprebbe) affatto abolire. Similmente, stando a Losurdo, nemmeno al pensiero conservatore del Ventesimo secolo è concesso richiamarsi candidamente a Nietzsche. Nel suo edificio teorico son disseminate troppe mine, di cui il conservatorismo, per la propria coerenza, sarebbe meglio non disponesse, sempre che non voglia farsi esplodere dall'interno.
Molto si potrebbe ancora aggiungere, oltre a quanto finora esposto, riguardo alla contestualizzazione e decodificazione ideologico-critica del pensiero nietzschiano effettuata da Losurdo. È però già stato detto che in questa sede occorrerà rinunciarvi. Nondimeno ci si vuol domandare quale significato sia da ascrivere al bilancio dell'imponente impresa di ricerca, una volta dato per scontato che il semplice valore gnoseologico non richiede fondamenti: si fa scienza proprio per amore della scienza – cosa che lo stesso Nietzsche avrebbe indubbiamente messo in seria discussione.
Opera versus persona
Si potrebbe tentare – del tutto nello spirito dello psicologismo nietzschiano – di avvicinarsi alle mostruosità contenute nel pensiero del filosofo, dibattute da Losurdo in modo tanto convincente da Losurdo, passando per la sua stessa psiche ed esistenza individuale e ponendosi la domanda: con quanta serietà possono esser prese in considerazione le sue tirate contro ogni compassione se egli stesso, quasi al termine della sua vita cosciente, alla vista di un ronzino tormentato dal suo brutale cocchiere si gettò piangendo al collo della scorticata creatura e crollò? Non è così che si deve ragionare, si proverà a rispondere: la separazione tra opera e persona sarebbe da mantenere rigorosamente, tanto più che la reazione idiosincratica di Nietzsche poco prima del suo tragico tracollo deve essere concepita come patologica o altamente simbolica. Di una simile presa di difesa non sarebbe stato affatto contento lo stesso Nietzsche, se avesse voluto difendere la sua onestà intellettuale. Sarebbe stato costretto a guardare alla vissuta reazione di compassione ed al conseguente tracollo come al fallimento della sua stessa “volontà di potenza” e ad annoverare pertanto se stesso tra i deboli “falliti della vita”. Con ciò certamente il dilemma fondamentale non è ancora stato levato di torno: poiché se ci si vota all'impostazione di Losurdo, il quale respinge la chiacchiera apologetica attorno alla “metaforicità” dei postulati nietzschiani mostrandone con precisione la sostanza politica assolutamente seria, occorre chiedersi come avrebbe preso Nietzsche stesso il confronto reale con le pratiche di violenza da lui approvate – ad esempio, la vista concreta di schiavi maltrattati negli Stati Uniti e nelle colonie, le tecniche di sterminio dell'eugenetica moderna, la schiavizzazione dei lavoratori coatti dei campi di concentramento, l'annichilimento industriale di uomini nella forma messa in atto dai nazisti. Come persona reale avrebbe retto a tutto questo? Se no – perché quest'insistenza antiumanistica sulla pretesa di validità delle richieste filosofiche? La filosofia di Nietzsche non fu forse soltanto un gran chiasso a bocca larga? E se è così, non dovrebbe già per questo esser respinta? Basta del resto leggere le sue esternazioni “sulla donna” per aver chiaro quale patologica paura “della femmina” lo muovesse. Su questo però non si può costruire alcuna filosofia. Tuttavia se Nietzsche non solo avesse retto la vista di tutte le atrocità da lui invocate ma avesse filosoficamente preteso di portare all'estrema conseguenza la loro necessità civilizzatrice, allora non lo si può assolvere fino in fondo da quanto, certo non in conseguenza del suo pensiero ma assolutamente in sinistra affinità con esso, è accaduto nel Ventesimo secolo. È più che opinabile se Nietzsche avrebbe potuto riconoscere nel piccolo borghese imbarbarito Hitler l'incarnazione della volontà di potenza dei signori. Ma indipendentemente da come lo si giri e rigiri, Hitler rientra nella sfera nebulosa della conseguenza pratica del pensiero nietzschiano. La lettura dell'opera Losurdo impone questa visione.
Ambivalenze
In riferimento all'impostazione specifica di Domenico Losurdo è però possibile domandare anche come bisognerebbe trattare una filosofia che si sviluppa come epifenomeno di contesti, dunque di interdipendenze extrafilosofiche. La risposta a ciò non è univoca. Essa sfiora tra l'altro il serio problema della differenza tra la responsabilità soggettiva e l'integrazione del singolo in un oggettivo che travalica ogni individuale, oggettivo che risulta il determinante del suo essere soggettivo. Se nella sua realtà l'uomo è il complesso delle relazioni sociali nelle quali vive, allora lo sono anche le sue elaborazioni spirituali. Vista in quest'ottica la filosofia di Nietzsche sarebbe comparabile a ciò che Marx strutturalmente attribuisce alla religione: contemporaneamente l'espressione di una reale miseria e la protesta contro questa reale miseria – dove indubbiamente nel caso di Nietzsche la “miseria” non è ciò da cui la religione deve offrire consolazione, bensì il processo di civilizzazione in cui la religione (monoteistica) ha potuto di fatto promuoversi soltanto ad istanza morale. Se però le mostruosità filosofiche di Nietzsche sono solo l'espressione di una struttura che travalica il suo universo di pensiero, allora non bisogna guardare al superamento degli eccessi spaventosi della sua filosofia quanto piuttosto della condizione del mondo che le ha generate – e che da parte sua questa filosofia indubbiamente combatte criticamente. Nonostante tutta la rivelatrice opera di ricostruzione di Losurdo non può essere infatti messo in discussione – questo del resto lo dice lo stesso Losurdo – che proprio il pensiero di Nietzsche porti allo stesso tempo alla luce molto di ciò che nella sua affascinante abissalità e nella coerenza del suo sguardo incorruttibile mantiene una innegabile validità: la sua critica rigorosa della civiltà occidentale e della modernità come pure dei relativi processi di massificazione solo apparentemente emancipatori, delle loro strutture di estraniamento e meccanismi di reificazione, nonché dei loro apparati ideologici che postulano l'individualità a fronte di un'oggettiva deindividualizzazione dell'individuo; lo smascheramento dell'intrinseca inautenticità del politico, che infondo si vota alle pulsioni egoistiche smaniose di potere, sempre però con un abito esteriore di nobili parole; l'indicazione del terreno sdrucciolevole su cui si fondano gli assunti di un positivismo scientifico giunto ormai all'egemonia – questo e molto altro ancora eleva senza alcun dubbio Nietzsche alla sublime tradizione critica degli spiriti illustri dell'epoca moderna occidentale.
Nel susseguirsi del ragionamento qui condotto dovremmo essere così approdati a ciò che le contraddizioni e le aporie della modernità ci hanno “insegnato” quale supremo imperativo dialettico: non v'è altra via che dover sopportare l'ambivalenza – ambivalenza nei confronti delle storture strutturali della vita reale ma anche di quelle della sua penetrazione spirituale e riflessione culturale.




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