Ma che cos’è il razzismo? Domanda scontata, si potrebbe pensare. Tanto da non meritare nemmeno una riposta. Quante volte sentiamo questa parola ogni giorno? Quasi onomatopeico richiamo di violenze, soprusi, sopraffazioni di un gruppo egemone, che per mantenere o riaffermare la sua presunta superiorità, vessa una minoranza. Ben inteso, a volte capita sia proprio così. A volte, però. In molte altre circostanze, purtroppo, di questo sostantivo si abusa. In parecchi lo pensano; parecchi se ne avvedono; pochi, per non dire nessuno, lo denuncia. Perché? Colpire il politicamente corretto è sempre sconveniente. Meglio evitare. Meglio non mettersi contro nessuno. Di Robin Hood dei diritti umani è pieno il mondo, quasi impossibile non trovarne uno sul proprio percorso. E allora via al buonismo. Poco importa, se peloso e ipocrita.
Facciamo un esempio. In tv domina l’anti-razzismo ideologico militante, che a ogni piè sospinto ci propina l’idea di una società assai diversa da quella reale. Ma, come sostiene Umberto Bossi, «è l’immagine che crea la realtà». E forse qualche alfiere della globalizzazione, un calcolo al riguardo l’ha fatto.
Avete mai dato un’occhiata, anche distratta, a Mtv, l’emittente “giovane” per eccellenza? Music television (ma l’acronimo si sposerebbe meglio con Mondial television) ha una programmazione in gran parte rappresentata da video-clip. Molto rap e hip-hop, seguito a ruota da rock. Musica del demonio? Non scherziamo. Ma le invettive di Eminen o l’auto-esaltazione delle gang dei quartieri ghetto di L.A., non rappresentano certo un compendio al metodo Montessori per l’educazione. Inevitabile, quasi fisiologica, la costante promozione della società multiculturale, sincretica, mescolata: un mix che ribalta e confonde qualsiasi cosa. Sono messaggi che andrebbero mediati, ma le rigide regole dei palinsesti non lo prevedono. Lo studente o la studentessa, torna a casa, mangia qualcosa di fretta e si piazza di fronte alla scatola “magica” e si beve tutto il frullatone senza discutere. Alternati ai video, filmetti (made in Usa, of course) e pseudo talk-show, fra i quali ne spicca uno condotto da una ex dj, che dispensa libertini consigli ai giovani teleutenti, sui problemi legati al sesso e discetta con altrettanta ottica liberal su omosessualità o devianze varie. Un tempo di certe cose in tv parlava il simpatico professor Maurizio Bossi, che di mestiere fa l’andrologo. Chi ha preso il suo posto ha un paio di gambe sicuramente più gradevoli, ma lo stesso non si può dire in quanto a preparazione. Per carità, molti programmi rimangono validi e seppur raramente in prima serata, qualche buon film si riesce sempre a trovare. Però a dominare sono gli ormai onnipresenti reality e altrettanto prezzemoline fiction (surrogato in diciottesima degli sceneggiati d’altri tempi). Anche in quelli “nostrani” si sta facendo sempre più largo il modello americano dei cast multietnici. Per la verità nel Paese dello zio Sam c’è una legge vera e propria che disciplina le “quote” da rispettare anche nella cinematografia: un tot di afro, un tot di ispanici, un tot di orientali. Da noi non siamo ancora arrivati ad avere una norma in materia. Ma, come si diceva prima: «È l’immagine che crea la realtà». E se mamma Tv ci propone una bella società integrata, dove il melting pot mostra il suo volto migliore (e mai, guarda caso, quello problematico), perché non credere a chi sostiene che in fondo è naturale, anzi giusto, spalancare le porte a chicchessia senza troppi vincoli o controlli?
Anche la pubblicità non è da meno. Il famoso doppio biscotto bianco e nero (già simbolo di integrazione fra due piccoli giocatori di calcio di gruppi etnici differenti) ha lasciato il posto ad una merendina progressista e patinata, le cui testimonial sono una nota ginnasta naturalizzata italiana con la figlioletta. Scelta, perché reduce da un successo olimpico nella terra dei miti e degli eroi? Affatto, in Grecia ha deluso, ma ha un palmares di tutto riguardo, un bel corpo, e soprattutto la pelle color ebano. Che sia proprio quest’ultima la caratteristica sulla quale hanno puntato i pubblicitari per raggiungere il fine commerciale? Il dubbio viene, visto che la reclame non è di quelle che saranno consegnate agli annali. Ma è meglio non dirlo, altrimenti è pronta l’accusa di razzismo.
Il razzismo è e rimane un crimine. Giusto approvare e aiutare chi combatte quello vero, per davvero. Ma non sarebbe meglio fare un uso più serio di questa parola? Evitare di usarla con l’eccessiva leggerezza con la quale di solito viene sparata? Forse, ad avvantaggiarsene sarebbe il dibattito, la pluralità delle idee e quindi la democrazia. Guarda caso, le più forti medicine per debellare il razzismo.
Karl Tür




Rispondi Citando
