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Discussione: Il nuovo...

  1. #1
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    Predefinito Il nuovo...

    ....Iraq

    Per coniugare consenso elettorale e il peso di sangue di una guerra, una democrazia deve sapere inventare traguardi, per questo tutto il gran parlare di “exit strategy” sull’Iraq è legato essenzialmente allo specifico momento della vigilia del
    2 novembre negli Stati Uniti.
    Parlano così di prossimo ritiro delle truppe Donald Rumsfeld, come Antonio Martino, il premier polacco Merek Belka, come il ministro degli Esteri Franco Frattini.
    Grandi titoli sui giornali, sensazione crescente che alla fine gli oppositori alla guerra l’abbiano avuta vinta e che gli Stati Uniti si preoccupino ormai soltanto di mollare al più presto l’Iraq, e scarsa attenzione alle frasi effettivamente pronunciate.
    Basta invece riprendere parola per parola i loro discorsi e ci si accorge che – nonostante i titoloni dei giornali – non c’è nessuna
    “exit strategy” militare in atto, ma c’è un’“exit strategy” politica dall’Iraq; che quanto dicono tutti è esattamente la stessa cosa da più di un anno a questa parte: non è altro se non l’applicazione letterale di quanto previsto dalla risoluzione 1511 dell’autunno 2003, i cui passaggi e tempi di attuazione sono stati scrupolosamente rispettati e poi attualizzati dalla più recente risoluzione 1546 del giugno 2004.
    La sostanza è dunque che la coalizione militare resta in Iraq fino a quando il governo iracheno non sarà in grado di garantire autonomamente la sicurezza e soprattutto che c’è un solo titolare della decisione sulla permanenza o no delle truppe sul suolo iracheno che è, naturalmente, lo stesso governo di Baghdad. Punto e a capo.
    Tutti i tentativi della Francia e delle anime belle del mondo per decidere il ritiro delle truppe al di fuori della volontà del governo iracheno (ad esempio in sede Onu o, ancor peggio, nei Parlamenti nazionali) sono e continuano a essere velleitari e anche un po’ venati da una mentalità neoimperiale.
    Soprattutto se chi li invoca, come Parigi, poi si rifiuta di fornire truppe a Kofi Annan per proteggere la missione Onu, e allora Annan decide di affrontare la scadenza elettorale di gennaio inviando soltanto cinque – proprio cinque – funzionari a Baghdad. Naturalmente, quando si parla di governo iracheno, s’intende prima quello di Iyyad Allawi, la cui legittimazione risiede solo e unicamente nell’approvazione da parte dell’Onu, e poi ancora di più – con piena e totale legittimità sostanziale – l’esecutivo (probabilmente sempre a guida Allawi) che uscirà dalle elezioni del gennaio 2005.
    Sarà un governo – ci si può scommettere – di “grande coalizione”, in cui saranno rappresentate tutte le forze politiche che già fanno parte dell’attuale esecutivo.
    Avrà vita fino a quando non cesserà il collante obbligatorio dell’emergenza terroristica e sarà diverso da quello di oggi nella figura di ben pochi ministri, ma sicuramente avrà un nuovo equilibrio dei rapporti di forza interni.
    L’attuale governo, infatti, è stato formato nel giugno scorso dall’inviato di Kofi Annan, Lakhdar Brahimi, con una composizione paritetica che ha favorito anche formazioni quasi inesistenti sul territorio come il Partito comunista.
    Il governo che uscirà dalle urne nel gennaio 2005 avrà invece sciolto il nodo cruciale della rappresentanza degli sciiti: sarà allora chiaro se le preferenze maggioritarie della maggioranza sciita del paese vanno ai partiti d’ispirazione religiosa, lo Sciri di al Hakim e il Dawa, o quelli laici, sopra tutti l’Iraqi National Accord di Allawi e l’Iraqi National Congress di Ahmad Chalabi.

    Buone prove con Sadr e il triangolo sunnita
    L’“exit strategy” che gli americani e gli alleati stanno dunque seguendo non è militare, ma è, è stata e sarà tutta politica, perché consiste nel dare sempre più potere agli iracheni e riparare così all’unico, vero, grande errore che l’Amministrazione Bush ha compiuto in Iraq, quando ha deciso d’istituire il
    “governatorato” della Coalizione e di affidarlo a un funzionario americano, per di più non scegliendolo neanche tra i non pochi di origine islamica, come Zalmay Khalilzad, e sbagliando la scelta di Jay Gardner, per poi sostituirlo in corsa con Paul Bremer, che a sua volta commise l’errore strategico di sciogliere completamente l’esercito.
    Punto debole da sempre di tutte le Amministrazioni americane, democratiche come repubblicane, la scelta delle forze nazionali su cui fondare il nation building è stato ancora una volta il tallone d’Achille dell’operazione Iraq.
    Ma con una netta divaricazione rispetto al Vietnam, all’Iran, al Libano, alla Somalia: a Baghdad, infatti, pur figlia di un errore strategico, la Coalizione di Bremer è sempre riuscita a far maturare unite e nella concordia tutte le forze politiche democratiche anti Saddam: una quindicina di partiti che hanno dimostrato poi, quando hanno assunto la piena sovranità il 1° luglio, di saper vincere sia militarmente sia politicamente la pericolosa insurrezione sciita tentata, su incitamento iraniano, dal mullah bandito Moqtada Sadr e contenere l’insurrezione del “triangolo sunnita”.
    Quando saranno legittimati dal voto popolare, queste forze politiche decideranno se chiedere o no il rientro dei soldati della Coalizione.
    C’è da scommettere che saranno molto cauti nel farlo e soprattutto che guarderanno prima ai movimenti, oggi di terroristi, domani di eserciti, che da mesi si preparano a Teheran, come a Damasco, come forse a Riad.

    Carlo Panella su Il Foglio

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Truppe irachene crescono....

    ....anche studiando all'estero

    Le forze di sicurezza irachene crescono in fretta, ma problemi di fondi, addestramento, corruzione e collusione con le forze ostili al governo di Baghdad sono all’ordine del giorno.
    L’obiettivo è riuscire a schierare 150 mila iracheni in armi per le elezioni di gennaio. L’ultima dettagliata analisi sul tema è stata preparata da Anthony H. Cordesman, esperto del Centro di studi strategici e internazionali di Washington.
    “Attualmente sono circa 100 mila gli iracheni addestrati ed equipaggiati nelle nuove forze di sicurezza, ma l’obiettivo finale è di 200-250 mila uomini” scrive l’analista americano.
    L’esercito e la polizia iracheni saranno in grado di affrontare da soli il problema sicurezza non prima della fine del 2005 o dell’inizio del 2006. La polizia sta facendo passi da gigante, anche grazie all’aiuto della Giordania. Oltre mille agenti stanno concludendo il corso di otto settimane ad Amman, presso un centro speciale dove sono confluiti istruttori di 16 paesi diversi, compresi gli Usa.
    A Baghdad si stanno diplomando 50 ufficiali specializzati in tecniche investigative legate all’utilizzo di trappole minate e autobombe.
    Altri 31 colleghi sono stati addestrati per i casi di rapimento.
    Non solo: il primo corso sulla “sicurezza delle elezioni” ha sfornato 85 ufficiali di polizia, preparati sia a sedare tumulti, che ad affrontare problemi legislativi relativi al meccanismo di voto. La Guardia nazionale, in pratica il futuro esercito, ha “forze pronte al combattimento in molte zone calde come Samarra, Sadr City e Najaf”.
    I numeri sono ancora limitati, ma il ministero della Difesa di Baghdad spera di schierare 27 battaglioni alle elezioni di fine gennaio, per un totale di 18.900 uomini. Si sta formando anche la prima brigata meccanizzata, con vetusti carri armati russi T55, che dovrebbe entrare in servizio per garantire il voto.
    I problemi sul terreno non sono rappresentati soltanto dai 15-20 mila guerriglieri e terroristi che vorrebbero abbattere il nuovo governo iracheno e dalla quarantina di città “calde”, che subiscono ogni settimana diversi attacchi.
    L’endemica corruzione è uno dei difetti maggiori delle nuove forze di sicurezza. Lo stesso ministero della Difesa ammette che fra i poliziotti e le guardie di frontiera “almeno 70 mila uomini sono corrotti”. A questo si aggiungono questioni più gravi come la collusione con le fazioni armate. Il 25 settembre scorso, per esempio, è stato arrestato il generale Talib Abed Ghayib Najm, responsabile della Guardia nazionale nella critica provincia di Diyala.
    Anche i problemi logistici vanno tenuti in debito conto, come il fatto che il nocciolo duro dei mezzi delle forze di sicurezza è composto da 3 mila veicoli ancora ordinati dal regime di Saddam. Cordesman conclude infatti che l’investimento “di 1,804 miliardi di dollari per accelerare il programma di addestramento e adeguare l’equipaggiamento risulterà vitale” per la futura stabilità dell’Iraq.

    Fausto Biloslavo

    saluti

  3. #3
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    Predefinito

    Sotto il tiro dei conservatori che lo accusano di volere a tutti i costi aiutare l’amico George W. Bush nella corsa alla Casa Bianca, accusato dai catastrofisti del suo partito di mandare i soldati britannici a morire nel “triangolo della morte”, il premier inglese Tony Blair ha ottenuto ieri il sostegno unanime del suo Gabinetto al ridispiegamento di 850 soldati britannici delle truppe Black Watch da Bassora, nel sud dell’Iraq, a pochi chilometri da Baghdad.
    Il capo del governo inglese non cede di un passo e si conferma alleato di ferro degli Stati Uniti, proprio mentre Londra deve decidere mosse strategiche e tentativi di soluzione per la liberazione dell’ostaggio Margaret Hassan, la volontaria con passaporto inglese rapita tre giorni fa.
    Per l’ennesima volta negli ultimi giorni Blair si è trovato sotto il fuoco incrociato del rigurgito pacifista, oltre che di alcune frange del partito, probabilmente più infuriate della tenuta di leadership del premier e dello scacco matto al suo alleato rivale Gordon Brown che delle posizioni assunte da Londra nella guerra in Iraq. La mossa di ieri, tuttavia, è stata caldeggiata e approvata da una consistente fetta della stampa conservatrice, nonostante la posizione ufficiale assunta dai Tory e nonostante dall’inizio della guerra in Iraq nessun giornale abbia risparmiato critiche e colpi bassi al premier.
    “L’idea dello spostamento delle truppe, che secondo alcuni sarebbe stata concepita per convincere gli americani a votare Bush non è solo sbagliata; è patetica”, scrive Stephen Robinson sulle pagine del Telegraph.
    Poi l’attacco al leader dei Tory:
    “Michael Howard sta pensando forse che sia conveniente flirtare con l’antiamericanismo? Evidentemente non ha imparato nulla dalla lezione del voto in Australia di due settimane fa”.
    Sulle pagine del Times, a ricordare a tanti pacifisti la necessità dello spostamento dei soldati inglesi, ha pensato Simon Jenkins, spiegando che
    “la guerra in Iraq è anche la guerra della Gran Bretagna (…), lo è stata sin dall’inizio, da quando è stata supportata sia dai laburisti sia dai conservatori, e lo è ancora”.
    Poi la precisazione per tutti coloro che in questi giorni hanno difeso la linea soft delle truppe britanniche in Iraq e hanno sottolineato gli eccessi del Pentagono: l’unico piano per trovare una via d’uscita a Baghdad è quello che contempla le elezioni di gennaio e l’unico modo per arrivarci è dare un mano agli americani nelle zone calde di cui sinora si sono occupati da soli.
    Sulla scelta di Londra pende ovviamente la difficile questione degli ostaggi.
    L’opinione pubblica britannica e internazionale non ha ancora dimenticato l’assassinio di Ken Bigley e un nuovo rapimento ha scosso il Regno Unito.
    Eppure – spiega il Times –proprio i numerosi sequestri che si susseguono in Iraq, non lasciano alcun’altra scelta a Londra se non quella di abbandonare la tranquilla roccaforte di Bassora per muoversi dove i ribelli davvero rischiano di decidere le sorti di questo conflitto.
    Dall’altra parte della barricata, in questo braccio di ferro in cui la stampa di sinistra critica aspramente Blair e quella conservatrice accusa Howard di cavalcare l’onda antiamericana esplosa anche in Gran Bretagna, il Guardian insiste e accusa il governo di aver preso scelte “politiche” più che strategiche.
    “Con 130 mila soldati americani sul campo di battaglia e decine di migliaia pronti a partire per l’Iraq – si interroga il quotidiano – davvero l’aiuto che 850 soldati inglesi possono offrire a Washington è di natura militare?”.
    Come negli Stati Uniti, la guerra in Iraq non finisce insomma di creare problemi politici interni all’inquilino di Downing Street.
    Il Times scrive addirittura che le rivolte quotidiane dei membri del Labour contro il premier non sono che il consueto colpo di grazia che i colleghi di partito riservano di solito a un leader già in decadenza.
    Eppure, molto più del suo alleato Bush, Blair è convinto, nonostante le manifestazioni pacifiste, le rivolte interne, gli sfoghi dei parenti delle vittime uccise in Iraq, di vincere senza grossi affanni le prossime elezioni politiche in Gran Bretagna.
    Sarebbe la terza volta consecutiva, un record per un leader laburista.

    Gaia Cesare

    saluti

 

 

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