Ecostupidi. Servono più ricchi e più DDT . La lotta alla malaria e i pregiudizi del fisco
di Alberto Mingardi
Ogni anno, 400 milioni di persone rischiano di contrarre la malaria, 270 milioni si ammalano, e ne muoiono fra l’uno e i tre milioni, a seconda delle stime. Il 90 per cento di loro, in Africa. Si tratta in massima parte di ragazzini sotto i cinque anni. Uno scienziato del ramo, Wen Kilama, ci consegna un’immagine terrificante: è come se, ogni giorno, si caricassero sette Boeing 747 di bambini, e si facessero schiantare deliberatamente sul Kilimanjaro.
Sembra incredibile. Per noi, la malaria è una malattia risucchiata nel vortice della storia, la sentiamo lontana, una minaccia sbiadita e vinta. Ma non tutto il mondo riposa sui nostri privilegiati paralleli.
E’ allora del tutto naturale che una notizia come quella divulgata sul suo ultimo numero da “The Lancet”, prestigiosa rivista scientifica inglese, sia un sospiro sollievo. Vi si leggono i risultati promettenti ottenuti da un nuovo vaccino nei trial clinici condotti su circa 2.000 bambini di età compresa tra uno e quattro anni in Mozambico.
Il vaccino è riuscito a diminuire di oltre il 30 per cento il rischio di malaria nei bambini immunizzati e a ridurre i casi di malaria grave di oltre la metà. Il merito va ai ricercatori della casa farmaceutica GlaxoSmithKline e dell’Università di Barcellona.
Non stiamo, beninteso, parlando di una panacea: ma, del resto, la soluzione al dramma della malaria passa per lo sviluppo, che significa inevitabilmente bonifica di zone paludose, reticoli di fognature migliori, provvedimenti sanitari adeguati. E dovrebbe significare anche prevenzione, per esempio ricorso ad una delle sostanze più stupidamente diffamate della storia: il DDT. Che uccide il vettore per il quale la malattia si propaga, cioè le femmine delle zanzare del genere “Anofele”.
Quando il Sudafrica iniziò ad impiegare il DDT nel 1946, in breve la malaria si ridusse a valori inferiori a un decimo rispetto a quelli registrati appena un paio d’anni prima. Lo Sri Lanka s’incamminò sulla medesima strada allo stesso tempo: quasi istantaneamente, il tasso di mortalità crollò dal 20,3 per mille al 14,3 per mille. I casi di malaria scesero da tre milioni all’anno a 7300 nel giro di un decennio, e nel 1964 furono appena 29. In India, grazie all’applicazione del DDT, gli episodi di malattia si ridussero da 75 milioni (800 mila dei quali letali) nel 1951 a circa 50 mila nel 1961.
Il DDT aveva, e ha, molti vantaggi. Costa poco, ed anche i più poveri possono permetterselo. E’ estremamente efficace. Soprattutto, nonostante alcune zanzare abbiano sviluppato forme di resistenza all’insetticida, resta valida per allontanarle dagli ambienti irrorati. In altre parole, se non le uccide, le tiene comunque a distanza di sicurezza.
Ma le speranze legate al DDT si sono spente nel 1962. Quanco sol suo “Primavera silenziosa”, Rachel Carson trascinava l’insetticida sul banco degli imputati, sostenendo fosse cancerogeno e responsabile di diversi problemi ambientali. Nessuna delle accuse è mai stata provata, ma l’opinione pubblica è sensibile al terrorismo – anche al terrorismo scientifico. Con un effetto domino, molti Paesi scelsero quasi istantaneamente la via del bando. Lo Srilanka, per esempio: nel 1969, il numero di casi di malaria era salito a oltre 500 mila, dai già menzionati 29 del ‘64.
Un altro esempio, stavolta contemporaneo. Nella Shewula, una regione dello Swaziland al confine col Mozambico, dove il DDT è ancora impiegato, il tasso d’infezione è del 2%; ma nella Namachanga, a una manciata di chilometri, esso raggiunge il 40%, per arrivare addirittura all’86% nella città di Catuane.
Ovviamente, il fatto che l’Occidente farebbe meglio a tenere per sé le proprie fiammate di integralismo ecologista, evitando di condurre per mano sul ciglio del precipizio milioni di individui, non sposta di una virgola le ragioni della nostra gioia. I passi avanti fatti verso un vaccino (che pure non sarà disponibile prima del 2010) meritano degna celebrazione. Con un’avvertenza.
Circa 400 milioni di dollari l’anno vengono spesi per combattere la malaria. La maggior parte degli assegni portano la firma del signor Bill Gates, e della sua Bill e Melinda Gates foundation.
Bill Gates è ancora oggi, per l’undicesima volta di fila, l’americano più ricco – secondo la classifica di “Forbes”. Il 26 gennaio 2003, aveva scritto un bell’articolo per il “Wall Street Journal”, col quale esortava gli altri colleghi Paperoni ad interessarsi del dramma della malaria.
Allora, lo vogliamo ammettere una buona volta? Per sconfiggere le malattie, e cioè per fare ricerca, ci vogliono quattrini. E questi non spuntano dalla maniche di burocrazie onnivore. Li mettono sul piatto o quanti, giustamente, investono in vista di un profitto, o i grandi filantropi, come il signor Gates, che possono donare parte di ciò che hanno guadagnato forti delle proprie intuizioni. Tutto questo, in un momento in cui il dibattito sulla riforma fiscale in Italia langue fra quelli che considerano il quintile più ricco della popolazione mucche da mungere, e quelli che pensano si tratti di pecore da tosare, dovrebbe insegnarci qualcosa. Senza i ricchi non si va da nessuna parte. Pensateci prima di impoverirli


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