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Risultati da 1 a 6 di 6

Discussione: URGENTE! aiuto storico

  1. #1
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    Predefinito URGENTE! aiuto storico

    ciao,
    mi serve urgentemente il Vs. aiuto per un volantino.
    Cerco riferimenti alla situazione della prima guerra mondiale, in particolare sul trattamento dei soldati "italiani" al fronte, se possibile con cifre dei morti e dei processati per diserzione.

    Grazie a tutti per l'auto, serve per fare una sorspresa a una certa persona che tutti conosciamo

    ciao

    •   Alt 

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  2. #2
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    Predefinito ...sul trattamento dei soldati italiani

    La grande guerra sul fronte italiano.

    Il 24 maggio 1915 l’Italia dichiarava guerra all’impero Austro-Ungarico per vedere finalmente compiuta la propria unità entro i suoi naturali confini. Il conflitto, che nei piani del capo di stato maggiore gen. Cadorna, succeduto ad Alberto Pollio nel luglio 1914, doveva concludersi in breve tempo coll’esercito vittorioso in marcia su Vienna, durò in realtà 41 lunghissimi mesi, durante i quali furono mobilitate ben 27 classi, dalle generazioni più mature fino ai giovanissimi del 1899 e del 1900, inviati al fronte a soli 18 anni d’età. Fu schierato in campo un esercito di 5 milioni e mezzo di combattenti ed alla fine si contarono 689.000 caduti ed oltre un milione e mezzo di feriti o mutilati.
    All’inizio della guerra, su un confine di circa 600 Km il generalissimo disponeva ben 4 armate:
    - La 1° armata con comando sistemato a Verona agli ordini del gen. Roberto Brusati, si schierava dal Passo dello Stelvio al Passo Cereda su un arco valutabile in linea d’aria attorno ai 200 Km.
    - La 4° armata con comando situato a Vittorio Veneto agli ordini del gen. Luigi Nava, dislocava le proprie forze dal Passo Cereda al monte Peralba (sorgenti del Piave) per uno sviluppo di circa 75 Km.
    - La 2° armata agli ordini del gen. Pietro Frugoni, con sede in Udine, si stendeva dalla P. di Montemaggiore fino all’abitato di Manzano su uno sviluppo di circa 35 Km in un territorio particolarmente impervio.
    - La 3° armata con sede a Portogruaro (gen. Vincenzo Garioni) copriva il restante confine, da Manzano al mare.
    Restavano inoltre dislocati come riserve 4 corpi d’armata (XIII, VIII, XIV, X).
    Un esercito di quasi 500.000 uomini cui l’impero asburgico inizialmente oppose 80.000 soldati poco esperti e male armati.[1]
    Il piano operativo ideato da Cadorna prevedeva un’azione principale sul fronte giulio per superare la linea dell’Isonzo e attestarsi sulla linea della Sava, tra Kranj e Lubiana; un’azione difensiva strategica sul fronte tridentino (il pericoloso saliente che si incuneava minaccioso lungo la parte più delicata del settore alpino del fronte), sostenuta da azioni tattiche intese a migliorare la situazione dell'andamento della linea di confine, e offensive parziali in Cadore e in Carnia con obiettivi il nodo di Dobbiaco e lo sbocco in Carinzia.
    Gli italiani però non seppero sfruttare il vantaggio numerico: disorganizzazione, difficoltà di trasporti, scarsità di mezzi impedirono che l’iniziale affondo verso Lubiana e Trieste, fermamente voluto da Cadorna avvenisse colla dovuta efficacia e rapidità. Un ruolo decisivo in questo senso assunse anche l’inadeguatezza del servizio d’informazioni come rilevò il gen. Odoardo Marchetti:

    “…fummo informati poco e male; non fummo mai in grado di avere un’esatta situazione aggiornata delle forze dei belligeranti, dei movimenti delle truppe e delle riserve, dell’impiego dei nuovi mezzi e nuove forme di combattimento per l’offesa e la difesa.”[2]

    L’eccessiva prudenza iniziale consentì alle truppe asburgiche di arrivare in forze dal fronte orientale in modo da poter opporre ai primi attacchi italiani un numero sufficiente di soldati esperti, già provati in battaglia e pronti a sfruttare il significativo vantaggio di combattere in difesa.
    Scrive Oswald Ebner sull’arrivo degli italiani nel settore di Sesto (Croda Rossa):

    “E il nemico venne, come previsto, lungo l’ampia e bella rotabile che sale con lieve pendenza da Santo Stefano e Padola verso il passo di Monte Croce; si mosse cauto e indeciso, quasi temesse di doversi misurare con forze decisamente superiori, e si fece precedere da pattuglie di ricognizione che si scontrarono con gli avamposti austriaci. Ma anche questi elementi esploranti superavano solo di poco il vecchio confine di stato e si ritiravano non appena avvertivano qualche resistenza.”[3]

    Gli Italiani dunque ignoravano l’enorme vantaggio con cui avevano iniziato la guerra e il tempo perso offrì agli austriaci la possibilità di costruire ripari in postazioni dominanti, trincee protette da diversi ordini di reticolati e dotati di mitragliatrici e calibri campali pronti a far fuoco sui reparti lanciati in attacchi improvvisati, spesso condotti all’insegna del pressappochismo[4]. La guerra di movimento, che avrebbe permesso se non altro una più rapida penetrazione nel cuore dell’impero, lasciava ormai il posto alla logorante guerra di posizione, così com'era successo ai tedeschi sul fronte occidentale. Era la trincea ormai la grande protagonista del conflitto, anche sul fronte italiano.
    Iniziava la serie dei duri e sanguinosi attacchi contro le posizioni austriache sul Carso: le battaglie dell’Isonzo. Bisognava superare i reticolati e così, anche in pieno giorno, squadre di volontari, le cosiddette “squadre della morte”, venivano mandate ad aprire i varchi nel filo spinato con mezzi rudimentali come le pinze taglia fili o i tubi di gelatina. Con grande efficacia il tenente Carlo Salsa nel suo libro “Trincee” narra l’esperienza dell’assalto alle prime pendici carsiche nell’estate del 1915:

    “Passato l’Isonzo, i reggimenti furono scagliati contro questa barriera del Carso. Falangi di giovani entusiasti, ignari, generosi, contro questa muraglia di pietre e fango. Dopo le bassure dell’Isonzo, cominciarono ad arginarci. Imboscate, trincee provvisorie, trappole, nidi di mitragliatrici che cominciarono a seminarci sul terreno scoperto. Man mano che si saliva su, verso il bordo del Carso, la resistenza si faceva più tenace: urtammo contro le prime trincee protette da reticolati.
    Il coraggio nulla può contro questa misera e terribile cosa: la massa non può nulla. Eravamo sprovvisti di tutto: e le ondate si impigliavano in queste ragnatele di ferro…Dovunque, sul San Michele, a San Martino, al monte Sei Busi, all’altopiano di Doberdò, lungo le alture di Selz, questa marea di uomini fu avventata ciecamente contro la ferocia del nemico e delle sue difese, su per la pietraia ostile…e dovunque l’urlo dell’assalto fu soverchiato dal freddo balbettamento delle mitragliatrici. Si giunse fin sotto l’orlo del Carso…il terreno conquistato era stato coperto di morti; quasi tutti i reggimenti vennero pressoché annientati: non si poteva andare più oltre, senza artiglieria sufficiente, senza bombarde, senza nulla.”[5]

    Il luogo tipico della prima guerra mondiale divenne la trincea. Se da un lato, la seconda guerra mondiale verrà caratterizzata dal movimento, per terra, cielo e mare, il primo conflitto fu vissuto all’insegna della quasi assoluta staticità. La natura della guerra imponeva al soldato-massa uno spirito gregario e passivo: l’obbligo di reggere alla fatica, pazientare e resistere. Per interi giorni e intere notti, a volte per faticosi turni di prima linea un plotone, una compagnia, un battaglione erano costretti a vivere chini in trincea, ripari spesso improvvisati, poco profondi. Racconta nel suo diario l’allora tenente Paolo Caccia Dominioni:

    “La 4° (sezione lanciafiamme) ha al suo attivo, tra gli altri, un famoso turno a Quota 126 del Vippacco. Andarono su in settanta, e poi, chissà per quali strane successioni di passaggi da una dipendenza all’altra vennero dimenticati. Dopo novantadue giorni di trincea, in pieno inverno, si trovò chi poteva assumere la responsabilità di conceder loro il riposo: e calarono giù i dieci superstiti, veri scheletri ricoperti di fango, deboli macchine senza volontà…calarono giù, e dopo poco li rispedirono a quota 89 di Monfalcone.”[6]

    Occasioni di questo genere provocano spesso nel soldato sensazioni di smarrimento. Abbandonati a sé stessi ed obbligati dagli alti comandi che li considerano “carne da macello” a combattere una guerra che rifiutano. In un tale contesto non mancano episodi di protesta che in alcuni casi sfociano in ammutinamento. Gli alti comandi repressero nel sangue ogni tentativo di rivolta. La decimazione, la terribile pratica consistente nel fucilare a caso un soldato ogni dieci scelto nei reparti “indisciplinati”. Per Cadorna e i suoi generali non era necessario che i soldati volessero la guerra: era però indispensabile che la combattessero. Il regime disciplinare ispirato alla durezza faceva parte della strategia dell’alto comando. Il plotone d’esecuzione era come se previsto nella “dotazione” d’ogni reggimento un po’ come le marmitte da campo o le pinze tagliafili. Intere brigate furono tenute inchiodate al posto di combattimento sotto la minaccia dei fucili e delle mitraglie dei carabinieri o di altri corpi fidati come la cavalleria e i finanzieri. Cesare De Simone riporta nel suo libro “L’Isonzo mormorava” un episodio che vede protagonista la brigata Barletta raccontato da un fante della brigata Siena:

    “Tutte le volte che c’era un attacco arrivavano i carabinieri. Entravano nelle nostre trincee, i loro ufficiali li facevano mettere in fila dietro di noi e noi sapevamo che - quando sarebbe stata l’ora- avrebbero sparato addosso a chiunque si fosse attardato nei camminamenti invece di andare all’assalto. Questo succedeva spesso. C’erano dei soldati, ce n’erano sempre, che avevano paura di uscire fuori dalla trincea quando le mitragliatrici austriache sparavano all’impazzata contro di noi. Allora i carabinieri li prendevano e li fucilavano. A volte era l’ufficiale che li ammazzava a rivoltellate.”[7]

    Così il grande poeta interventista Gabriele D’Annunzio descrive la fucilazione di alcuni fanti della brigata Catanzaro, due volte decorata di medaglia d’oro e considerata una delle più valide unità di fanteria:

    “Di spalle al muro grigio furono messi i fanti condannati alla fucilazione, tratti a sorte dal mucchio dei sediziosi…Siete contadini. Vi conosco alle mani. Vi conosco al modo di tenere i piedi in terra. Non voglio sapere se siete innocenti, se siete colpevoli. So che foste prodi, che foste costanti. La legione tebana, la sacra legione tebana, fu decimata due volte. Espiate voi la colpa? O espiate la patria contaminata?…Il Dio d’Italia vi riarma e vi guarda.”[8]

    La brigata Catanzaro era stata letteralmente dissanguata da una lunga serie di inutili attacchi tanto che alla fine del Settembre 1917 aveva al suo bilancio il 64% degli uomini morti e feriti, il più alto numero di perdite mai registrato durante il comando del “generalissimo”. È interessante notare come, nei giudizi dei comandanti avversari, la Brigata Catanzaro fosse considerata unità molto valida.
    Tuttavia non per tutti la guerra rappresenta qualcosa di terribile. Una scena del film “La grande guerra” (di Mario Monicelli, 1959) si apre coi soldati che in una pausa dei combattimenti leggono un giornale. Il cronista parla della trincea in modo entusiasta, coi fanti che ingannano il tempo cantando allegramente attorno al fuoco. Molto spesso gli inviati di guerra descrivevano il fronte in modo poetico distorcendo la reale immagine della vita dei fanti che traspare in un’immaginaria giocondità. Così descrive la guerra il giornalista Giuseppe Borghetti sul “Corriere delle Puglie”:

    “Bisognerebbe trascorrere almeno un paio di giorni al fronte, per rendersi conto di quanto la nostra guerra –oltre che giusta- sia anche bella.”[9]

    E ancora sul tema della bella guerra appare in un’antologia di corrispondenze delle più accreditate firme del giornalismo italiano un intero capitolo, intitolato: “Vita gioconda delle trincee”. Inizia così:

    “Sicuro, proprio così. Anche nell’angustia umida delle trincee la giovinezza sa far sprizzare sorgenti di giocondità…In pieno contrasto con l’essenza della guerra. Un’ufficiale scriveva che nella sua trincea i soldati erano riusciti a costruire una sala da bagno, tutta maiolicata, dove tutta la compagnia, se avesse voluto, avrebbe potuto prendere ogni mattina una ottima doccia calda!”

    La realtà ci presenta un quadro molto diverso. Trincee anguste e poco profonde, dove il soldato deve convivere con il puzzo dei cadaveri in decomposizione, colla sporcizia dilagante. L’animale da trincea per antonomasia è il topo. Parecchie fotografie ritraggono le prede di fantomatiche battute di caccia al roditore. Così Paolo Caccia Dominioni descrive una trincea a Quota Innominata del Carso:

    “…La pioggia continua snida dal terreno il puzzo della vecchia orina; e in certi posti si è costretti a strisciare a terra, mettendo le mani sopra ogni genere di roba, magari su qualche decomposto pezzo di soldato.”[10]

    Il soldato dunque combatteva in condizioni proibitive. Memorabili rimarranno, nella memoria collettiva le battaglie delle Alpi, Marmolada, Ortles, Tofane, e delle prealpi, Ortigara, Altipiani, Pasubio, dove gli i reparti armati italiani saranno costretti a prodigarsi in operazioni di puro alpinismo. Interessante è, a questo proposito, andare ad esaminare le postazioni sulla Marmolada, dove si giunse a progettare e realizzare lo splendido capolavoro militare che è la città dei ghiacci.
    Sulle Dolomiti, la guerra diventa un aperto conflitto contro le difficoltà e le insidie della montagna, che in alcuni frangenti assunsero il ruolo di grandi protagonisti. Si esaltano episodi di eroismo, spesso sottolineati anche dalla parte avversa, da quel nemico tanto lontano, ma che di fronte alle asperità e alle tragedie del conflitto accoglie con solidarietà le così dette “morti bianche”, provocate dal freddo e dalle valanghe. Emblematica in questo senso una frase riportata da A. Berti nel suo “1915-1917, Guerra in Ampezzo e in Cadore”:

    “…tacciono l’odio e la guerra, perché da un lato e dall’altro gli uomini, oppressi dal terrore e dall’ansia, se ne stanno irrigiditi, annichiliti, sotto la furia delle forze primordiali: le giornate della Morte Bianca!”.

    Ma non solo in montagna le condizioni appaiono proibitive. In un passo del suo Diario di Guerra, Paolo Caccia Dominioni descrive una trincea carsica:

    “La qualifica di trincea, sulla nostra destra, è un po’ eccessiva: gli uomini hanno come tutto riparo un muretto di pietre accostate alto un palmo e ci stanno dietro supini o stesi sul ventre. I fianchi sono protetti da traverse perpendicolari, alte come il muretto. Muoversi di giorno, una pazzia: e il cambio non si può fare che di notte”.[11]

    Mitragliatrici e bombarde austriache fanno il resto, specie queste ultime, armi moderne inventate per le esigenze della guerra statica col loro tiro corto e ad alta traiettoria, ideale per spazzare dal campo linee di difesa, distese di reticolati e corpi umani. Racconta il tenente Carlo Salsa nel suo “Trincee”:

    “Esce [il mio compagno] prima di me, strisciando. Fuori, nel buio fitto che lo cancella ai miei occhi, ripete: - buona fortuna!- e mi stringe la mano forte, a lungo. Mentre mi volgo, una ventata c’investe. Mi getto a terra. Nel balenio sinistro, vedo l’ombra che mi stava dinanzi lanciata nel vuoto, a braccia spalancate, come una croce.”[12]

    Ancora Paolo Caccia Dominioni sul tiro di annientamento austriaco:

    “Tiro di sbarramento su di noi. Grossi calibri piovono fitti sul nostro povero sistema difensivo. Un enorme 420, inesploso, si è coricato attraverso il camminamento. Ecco, stavolta non è possibile cavarsela, questa è una grandinata feroce che distrugge tutto, solleva immense colonne di terra, ferro, rocce, uomini. Se almeno questa orrenda agonia potesse finire presto.”.[13]

    Ma sul Carso, non si muore soltanto sotto il tiro dell’artiglieria austriaca. Durante un’azione, il tenente Caccia Dominioni ha qualcosa da ridire sulla strategia italiana:

    “Noi non siamo certo dei luminari della strategia. Al corso ci hanno insegnato quel po’ di tattica che ci doveva bastare per l’esame […]. Ma il terreno di Castagnevizza l’abbiamo visto uscendo a carponi dai varchi (questo ce lo siamo studiato da soli, perché all’Accademia non c’era nessuno, allora, che avesse provato) e ci chiediamo: dobbiamo dunque ostinarci ad attaccare frontalmente anche stavolta, il colle che ha già inghiottito migliaia di vite? C’è in giro, da qualche tempo, un noioso pestilenziale libretto intitolato “Attacco frontale e ammaestramento tattico”: c’è scritto come bisogna fare a prendere la posizione. E allora possiamo dimenticare che il colle obiettivo è fiancheggiato da due valloncelli aperti e ben visibili fino in fondo, molto meno fortificati, che sembrano messi lì apposta per l’aggiramento.”.[14]

    C’è una cosa che il giovane tenente non sa. L’autore del “pestilenziale libretto” è proprio il Cadorna. È una seconda edizione di un opuscolo dalla copertina rossa, steso dal generalissimo nel 1905. Lo fece ristampare nel luglio del 1914, quando succedette a Pollio. L’esercito italiano combatteva con criteri bellici vecchi di 10 anni, seguiva istruzioni militari redatte ben prima dell’avvento della guerra di posizione. I criteri napoleonici dell’attacco frontale, mal si conciliano col terreno accidentato del Carso, colle distese di reticolati e le trincee fortificate. Cadorna teorizzava due tipi di attacco, l’attacco brillante e quello lento:

    “Per attacco brillante si calcola quanti uomini la mitragliatrice può abbattere e si lancia all’attacco un numero di uomini superiore: qualcuno giungerà alla mitragliatrice […].

    Per attacco lento si procede verso la mitragliatrice mediante camminamenti coperti, in modo da subire meno perdite finchè, giunti vicino, si assalta.”

    Incredibile la testimonianza di un colonnello, riportata da Cesare De Simone nel suo “L’Isonzo mormorava”:

    “Nel marzo 1916 il mio comandante di divisione, al quale riferivo per telefono le ragioni per cui una operazione ordinatami non poteva riuscire e si sarebbe avuto un macello, osservò che di carne da macello da darmi ne aveva quanta poteva abbisognarmene; risposi che facevo il colonnello non il macellaio; s’interruppe il telefono: un ordine scritto mi ordinò l’onerosa operazione.”.[15]

    Non c’è da stupirsi più di tanto. Lo stesso Cadorna osava ripetere ai suo generali:

    “le sole munizioni che non mi mancano sono gli uomini.”.

    Esemplificativa anche la testimonianza del capitano Giorgio Oreffice:

    “E’ dal settembre [del 1915] che la linea non si vantaggia che di pochi metri. Mentre sono in trincea presso l’osservatorio arriva un giorno il Gen. Marchetti [comandante della 21° di visione] insieme col col. Asclepia Gandolfo del 9°Fanteria. Ed è al colonnello che gli mostra l’impossibilità di superare l’ostacolo dei reticolati, il Generale con una mentalità che non merita d’esser qualificata, di fronte ai soldati che ascoltano, risponde: - Superateli facendo materassi di cadaveri -.”.

    Nessun ufficiale poteva ribellarsi agli ordini superiori. La disciplina era una delle regole ferree dell’esercito regio. Chiunque osava mettere in discussione le strategie militari di Cadorna, incappava nel siluramento del generalissimo. Non si salvarono generali di grosso spessore, come Giuseppe Venturi, il conquistatore del Sabotino e del Passo della Sentinella. Così racconta il suo “siluramento”il nipote Paolo Caccia Dominioni:

    “ […] In agosto comandava la 14° divisione, proprio a contatto della mia 4° e anche lui doveva attaccare Castagnevizza. Gli ordini erano per il solito attacco frontale. Lui si oppone, dice che non vuole massacrare migliaia di uomini per rispetto a una teoria quando è possibile, con un po’ di scaltrezza, sfruttare i fianchi del nemico. Succede un pandemonio: stavolta la protezione del cugino generale Porro [vice capo si stato maggiore]non ha salvato Venturi dal siluro di Cadorna.”.

    La grande fermezza del generale Venturi appare anche dalla pagine del già citato De Simone:

    “[…] anche il duca d’Aosta, per non essere da meno agli occhi del re [che lo teneva nelle sue grazie], concesse al colonnello Badoglio, per l’azione del Sabotino, la nomina a maggior generale. Ben altro meritava Badoglio, visto che il suo diretto superiore in quell’azione, il generale Giuseppe Venturi, lo voleva deferire alla corte marziale per aver abbandonato la testa della colonna a lui affidata, dopo la conquista del monte. Badoglio aveva l’ordine di proseguire l’avanzata verso San Valentino, invece se ne andò sostenendo che la sua missione era finita. Quando, quella sera stessa, Capello chiamò al telefono Venturi per ordinargli di proporre Badoglio all’avanzamento per meriti di guerra questi si rifiutò:
    - Dovrei denunciarlo – disse.
    - Va bene. Allora se non lo proponi tu lo proporrò io – fece Capello.
    Badoglio viene nominato comandante del XXVII corpo d’armata.”.[16]

    Ma il grande siluratore, si mostrerà anche come incomparabile superstizioso. È interessante notare il caso del Generale Mambretti, comandante in capo della 6° Armata. Così lo descrive il colonnello Gatti, aiutante del generalissimo:

    “E’ una persona tutt’altro che antipatica, ma in tutto l’esercito, quando si parla di lui, si fanno gli scongiuri. Tutte le azioni alle quali ha preso parte sono andate male. Ora questo non conterà per le menti superiori: ma per il giovinetto ufficiale, ma per il soldato, conta e molto.”.

    La tesi di Gatti circa la superstizione dei soldati, viene spiegata in modo esemplare da Piero melograni nel suo “Storia politica della grande guerra”. Non è mia intenzione dilungarmi troppo su questo aspetto, mi basterà ricordare un richiamo cabalistico molto usato dai soldati che, prima di sparare, sputavano tre volte per terra e, in fase di mira pronunciavano tre parole: Metor, Saler, Palar. Non si contano inoltre vari tipi di amuleti e di scongiuri che dovevano garantire al combattente l’invulnerabilità.[17] Ritorniamo però al caso di Mambretti.
    Il 17 giugno 1917, dopo che il 10 era iniziata in modo disastroso causa le avverse condizioni del tempo la battaglia dell’Ortigara, Cadorna scrive ai familiari:

    “Il tempo, è bello e caldo. Domani M. [Mambretti] ritenta l’operazione. Speriamo che egli riesca anche a sfatare la deplorevole leggenda di jettatore che gli hanno fatto. È una stupidaggine, ma in Italia compromette la reputazione e il prestigio. Figurati che, quando saltò prematuramente quella mina alla vigilia della fallita operazione, attribuirono la cosa alla sua jettatura!”.[18]

    Tre giorni più tardi Cadorna comunica alla moglie il fallimento dell’operazione, anche se gli alpini erano riusciti a conquistare la cima del monte maledetto. Il 25 giugno, con un attacco a sorpresa, gli austriaci riconquistarono anche la vetta.

    “La jettatura ha voluto esercitarsi fino all’estremo. Gli Austriaci, dopo una gran preparazione di artiglieria, hanno assalito e ci hanno preso l’Ortigara, malgrado una difesa strenua. […]Ieri l’ho telegrafato a Lello [il figlio Raffaele] e dice anche lui di non più ricominciare perché, quando i soldati vedono M. fanno gli scongiuri. In Italia purtroppo questo pregiudizio costituisce una grande forza contraria […].”

    Mambretti si era conquistato grandi meriti nella seconda fortunata fase della battaglia degli altipiani, ma la sua fama di jettatore veniva da lontano, dalla battaglia di Adua, alla quale aveva partecipato con i gradi di capitano e da altri sfortunati episodi legati all’avventura coloniale italiana in Libia. Ora dopo i suddetti insuccessi, anche l’Ortigara. Cadorna ancora alla moglie il 13 luglio:

    “ La fama di M. cresce tutti i giorni ed ormai non può comparire in alcun luogo senza che soldati e anche comandanti facciano i più energici scongiuri. Ne sono seccatissimo perché se gli affido una operazione offensiva non può riuscire perché tutti sono persuasi che non riesce. E capirai che non posso cambiare un comandante solo perché ha questa fama. Certo si è, per chi ci crede, le ha avute tutte: il mal tempo, scoppio della mina il giorno prima, che uccise tutti gli ufficiali di due battaglioni che dovevano andare all’assalto, pare tiri corti della nostra artiglieria ecc. Pare che si era già fatto quella fama in Africa, dove aveva voluto andare lui invece di seguire la sua sorte”.[19]

    Dopo due giorni Mambretti fu destituito:

    “Ed ora vi devo dare una notizia ben dolorosa, cioè devo liquidare M. dal comando. Dall’inchiesta che ho fatto sull’ultima offensiva, che fu un vero fiasco malgrado la grande abbondanza di mezzi, emergono delle responsabilità anche sue. Egli ha perduto la fiducia delle truppe anche per quella sua maledetta jettatura”.

    Pare che il motivo della sua destituzione fosse proprio e soltanto questo. È di questo avviso Rino Alessi nel suo Dall’Isonzo al Piave, quando spiega in modo inequivocabile che i comandanti in sottordine avevano interpretato l’improvviso irrompere del cattivo tempo come un segno della mala sorte che accompagnava dovunque il Mambretti.
    La lunga serie dei siluramenti si interromperà soltanto l’ 8 novembre, quando il grande siluratore verrà silurato. La lettera del ministro della guerra Alfieri mostratagli dal generale Diaz, che conferiva a quest’ultimo il comando dell’esercito, toglierà di mezzo il Cadorna. Le sue ultime parole “Così si tratta un furiere per la cessione della fureria” suoneranno come la sconfitta di colui che a torto si riteneva in degno erede di Napoleone.[20]


    Il saggio è tratto dal volume L. RAITO “La grande guerra sul fronte italiano: aspetti di vita di trincea”.


    Leonardo Raito (Rovigo 1978), studia Lettere moderne all’università di Ferrara.
    Allievo del professor Salvatore Sechi, collabora come docente junior di storia contemporanea e storia del risorgimento presso diverse università popolari. Studioso di varie tematiche storiche, ha dedicato ricerche alla Prima guerra mondiale e ai suoi campi di battaglia (Appunti sulla guerra 1915-18), al rapporto tra soldati e ufficiali e alla vita di trincea. Ha dedicato inoltre studi e ricerche alla Guerra di Secessione americana (l’esercito confederato nella guerra civile americana) , all’impegno italiano nella guerra civile spagnola, e al Risorgimento Italiano. Attualmente impegnato con l’aiuto e la collaborazione e l’aiuto del professor Sechi e del professor Raoul Pupo in una importante ricerca sulle foibe.

  3. #3
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    Predefinito

    grande! grazie

  4. #4
    a mia insaputa
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    Predefinito Divagazioni sul tema

    C’è diversa roba nelle pagine finali di “La fucilazione dell’alpino Ortis” Maria rosa Calderoni. Mursia. Però a scrivere tutto è lunga e non so esattamente cosa ti serve.. Se passi di qua te le fotocopio
    Parliamo dei dati “Ufficiali” riguardo alla giustizia militare:

    Tribunali militari: istituiti 100.000 processi per renitenza (più altri 370.000 a carico di emigrati), altri 60.000 a carico di civili, addirittura 340.000 contro militari alle armi per diserzione e rifiuto di obbedienza. Almeno un soldato su 12 fu processato; i fucilati dopo “regolare” processo furono 750 (o 1.500, i dati sono discordanti); più numerosi i fucilati sul campo per ordine superiore o falciati al minimo tentativo di fuga in faccia al nemico (I Carabinieri non disdegnavano l’uso di pezzi d’artiglieria).
    Secondo la ricostruzione di Alberto Monticone su circa 5.200.000 italiani che prestarono servizio militare tra il 15 e il 18, ci furono 870.000 denunce all’autorità giudiziaria; di queste 400.000 per reati commessi sotto le armi.
    Al 2 settembre 1919 (emissione del decreto di amnistia per i “disertori”) la giustizia militare aveva emesso 350.000 processi con 140.000 assoluzioni e 210.000 condanne. Più di 100.000 furono le condanne per diserzione ( e più del doppio le denunce). Secondo reato in ordine di importanza l’indisciplina: 31.000 denuncie 24.000 condanne. Terzo reato l’automutilazione 15.000 denunce 10.000 condanne. Infine, per “resa” o “sbandamento” 8.500 denunce 5.300 codanne.
    Ovviamente le condanne a morte presentano un numero incerto. Vuoi perché chi di dovere si guarda bene dal divulgarle vuoi perché le esecuzioni sommarie sul campo non venivano certo messe a rapporto (ma se a crepare era un mulo, allora i moduli e gli allegati si sprecavano !). In via “ufficiale” si può parlare di 750 condanne eseguite, 311 non eseguite, 2967 emesse in contumacia. Un totale di 4028 condanne a morte; il 2,3 % di tutte le sentenze emesse.
    Riguardo alle condanne a pene detentive, su un totale di 170.000, 40.000 comportarono pene superiori ai 7 anni di reclusione: quelle a morte,già citate, circa 4.000; all’ergastolo 15.000.
    Una cosa che non si cita mai sono 100.000 prigionieri di guerra italiani lasciati volutamente morire di fame dal governo italiano (Unico caso tra le nazioni belligeranti) che si rifiutò di inviare aiuti alimentari allo scopo di scoraggiare le diserzioni. I responsabili furono Cadorna,Diaz,e il ministro Sonnino. “Soldati e prigionieri italiani nella Grande Guerra” di Giovanna Procacci.


    Se vedòm!
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  5. #5
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    GRASIE!!!!!!!!! KAC ve ringrasiera

  6. #6
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    La prima guerra mondiale è stata combattuta per distruggere l'ultimo sacro romano impero.

    L'impero d'asburgo

    Il papa ha proclamato l'ultimo imperatore carlo d'asburgo santo.

 

 

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