(...)In teoria,tutti avrebbero dovuto essere d’accordo, salvo i coloni. Gli israeliani, che al 65% seguitano ad esprimersi a favore della scelta di andarsene, in particolare la sinistra, che ha sempre predicato la concessione territoriale. E i palestinesi,che così avrebbero finalmente non solo lo sgombero dell’esercito dalle città, come negli anni Novanta, ma un autentico smantellamento delle colonie, miracolo avvenuto solo a Yamit nel Sinai ai tempi della pace con l’Egitto, all’inizio degli anni ottanta.
Anche l’Egitto,indicato dal consesso internazionale come mallevadore di questa prima parte di un possibile processo di pace, guadagnerebbe benevolenza internazionale e il potere di controllo su una zona delicata come Gaza. E contenti anche gli altri paesi arabi circostanti, per sé o perché i palestinesi guadagnerebbero finalmente qualcosa. E invece parlare dello sgombero è stato come accendere un fiammifero in un pagliaio, e oggi le due parti in causa come il resto del Medio Oriente sono in furiosa attività contro l’ipotesi di Sharon.(...) Solo la questione del recinto contro il terrore gioca a suo favore. Con il recinto di difesa e la dura operazione a Gaza, a Jamalia e a Beit Hanun per fermare i missili kassam, conclusasi giovedì scorso, gli attentati sono diminuiti di oltre il 90% . Ma i costi sono stati alti: in tre settimane i morti sono stati oltre cento e l’opinione pubblica è angosciata in particolare per la vicenda di una ragazzina uccisa per gli ordini apparentemente irragionevoli ed eccessivi di un giovane ufficiale ora sotto accusa. D’altra parte ha restituito fiducia la cattura ad Hebron, in mutande e mani alzate, di Imad Hawasmeh, importante leader di Hamas che ha organizzato fra i suoi attentati anche l’ultimo, quello di Beersheba in settembre,che su un autobus ha ucciso 16 innocenti. L’uso dell’esercito e della barriera ha aiutato la società israeliana a sperare in una certa serenità e i caffè sono di nuovo pieni.
Invece la società palestinese soffre: per i problemi economici e per i lutti. Tanto che i cittadini di Gaza hanno sollecitato Hamas a smettere i lanci dei missili kassam che provocano l’azione dell’esercito. L‘idea ad Hamas non sembra essere piaciuta. Dopo aver lanciato i missili che hanno ucciso due bambini alla vigilia del Capodanno ebraico, e dopo aver subito il contrattacco di Tzahal, l’esercito israeliano, Hamas ha indetto una conferenza stampa per dichiarare che non solo non vuole terminare i lanci, ma sta attrezzandosi per avere missili che superino i 7-9 chilometri di gittata, in modo da colpire anche Ashdod e Ashkelon.
Intanto emergono altre spaccature all’interno della società palestinese. Mercoledì 13 ottobre Moussa Arafat, cugino di Yasser,che il raìs avrebbe voluto come capo della sicurezza a Gaza (idea accantonata dopo un’aperta rivolta), ha subito un attentato a colpi di mortaio mentre in auto lasciava Gaza City. Molti, subito, hanno pensato che dietro potesse esserci il grande aspirante al potere a Gaza: Mohammed Dahlan, un quarantenne con cravatta e gemelli , deciso a contrastare sia il potere di Arafat sia quello di Hamas; un uomo d’armi che il mondo si sforza di definire un democratico.
Molte voci parlano di una rivolta ormai palese. Ahmed Qreia (vero nome di Abu Ala), il primo ministro che ha tentato tante volte di dimettersi ma non ne ha mai avuto il permesso, ha dichiarato: “ I servizi di sicurezza non possono fermare il caos. Ci sono problemi interni e assassinii. La grande responsabilità ricade su di noi. La situazione avrebbe dovuto essere gestita in in maniera adamantina e dura, ma la situazione palestinese non consente decisioni chiare, così tutto si è deteriorato”.
Alla sua voce si è aggiunta quella dell’ex primo ministro Abu Mazen al quotidiano giordano "Al Rai": l’intifada nel suo insieme, ha detto,è stata un errore, bisogna finirla con la militarizzazione della lotta e tornare a parlare con gli americani e con il pubblico israeliano. Ma non è tutto: sul "New York Times" il consigliere di Arafat, Michel Terrazi, ha riproposto “uno stato per due popoli” in cui i palestinesi diverrebbero la maggioranza del 22° stato arabo.

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