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    Un racconto di un pellegrino russo

    Ho trovato un sito molto ricco sull'esicasmo: esicasmo.it
    Molto è il materiale, così ho scelto a titolo di esempio questo brano tratto dai racconti di un pellegrino russo.


    PRIMO RACCONTO

    Per grazia di Dio sono uomo e cristiano, per azioni grande peccatore, per vocazione pellegrino errante di luogo in luogo. I miei beni terreni sono una bisaccia sul dorso con un po’ di pan secco e, nella tasca interna del camiciotto, la Sacra Bibbia. Null’altro.
    Una domenica entrai in una chiesa, durante la Liturgia, per pregare. Stavano leggendo il passo della prima lettera ai Tessalonicesi in cui è detto: «Pregate senza interruzione». Queste parole si incisero profondamente nel mio spirito, e cominciai a chiedermi come fosse possibile pregare senza posa quando ciascuno è necessariamente impegnato a lavorare per il proprio sostentamento. Cercai nella mia Bibbia e lessi proprio quello che avevo udito, e cioè: «Pregate senza interruzione per mezzo dello Spirito in ogni tempo». Pensavo e pensavo, senza trovare alcuna soluzione.
    Volendo che qualcuno mi chiarisse il senso di quelle parole, decisi di recarmi nelle chiese dove si trovano predicatori di grande fama; chissà che da loro non mi sarebbero giunte parole illuminanti. E così feci. Udii molte prediche bellissime sull’orazione in generale: che cos’è, perché è indispensabile, quali sono i suoi frutti; ma nessuno mi spiegava come pregare incessantemente. Insomma, nelle prediche che udii non trovai la risposta che cercavo, sicchè decisi di cercare, con l’aiuto di Dio, un uomo sapiente ed esperto che mi spiegasse il mistero dell’orazione ininterrotta e continua che tanto mi attraeva.
    Vagabondai a lungo per diversi luoghi; leggevo sempre la mia Bibbia e mi informavo se ci fosse nei dintorni un padre spirituale, un maestro saggio e ricco d’esperienza. Una volta mi dissero che in un villaggio viveva da tempo un signore dedito totalmente alla salvezza della sua anima; aveva una piccola chiesetta privata, non usciva mai e non faceva che pregare. Mi precipitai da lui e gli chiesi cosa si intende per "preghiera incessante" e come la si può realizzare. Quel signore rimase un istante in silenzio, poi mi guardò fisso e mi disse: «Prega di più e con sempre maggior fervore: l’orazione stessa ti indicherà in che modo essa diventa incessante; ma per questo ci vuole molto tempo». Detto ciò, mi fece mangiare, mi donò qualcosa per il viaggio e mi congedò. Ma non mi aveva spiegato niente.
    Ripresi il cammino e dopo parecchia strada giunsi ad un monastero dove c’era un abate molto caritatevole, devoto e ospitale con i pellegrini. Andai da lui. Mi accolse amichevolmente, mi fece sedere e mi offrì del cibo. «Padre», gli dissi, «non mi occorre il cibo: desidero da voi un insegnamento spirituale. Ho sentito dire che occorre pregare senza interruzione ma non so come si possa fare; anzi, non riesco neppure a capire che cosa significhi l’orazione ininterrotta. Vi prego, spiegatemelo». Mi diede un libro dove si diceva che le parole dell’Apostolo si riferiscono alla preghiera che nasce da una mente sempre immersa in Dio. Ma non aveva spiegato niente. Passai la notte da lui e al mattino, ripresi il cammino senza saper bene dove andare.
    Camminai per circa cinque giorni lungo la strada maestra, finché una sera incontrai un monaco che viveva in un eremo poco lontano. Era uno starets (= un maestro spirituale).
    Mentre lo accompagnavo gli esposi il mio problema. Allora mi invitò nella sua cella e mi disse: «Per "preghiera continua" non si intende altro che la cosiddetta "Preghiera di Gesù" o "preghiera del cuore", che consiste nella continua ed incessante ripetizione del Nome di Gesù con le labbra, con la mente e con il cuore, durante ogni occupazione, in ogni luogo e tempo, anche nel sonno. La Preghiera si compone di queste parole: "Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me, peccatore!". Chi si abituerà a questa invocazione proverà una tale consolazione e un tal bisogno di pronunciarla di continuo, che non potrà più vivere senza di essa, ed essa fluirà spontaneamente dentro di lui. Ora hai capito che cos’è l’orazione ininterrotta?». «Ho capito padre mio, ma ora insegnatemi come arrivarci!».
    Poichè avevo finalmente trovato il mio maestro e non potendo restare per lungo tempo suo ospite nell’eremo, decisi di trovare una sistemazione lì vicino. Fui assunto in un villaggio poco lontano per tutta l’estate da un contadino per curare il suo orto: potevo vivere tutto solo in una capanna. Avevo così trovato un posto tranquillo dove avrei potuto viverci, esercitarmi e studiare l’orazione interiore.
    Tornai quindi dallo staretz che mi disse: «D’ora in poi devi accettare la mia direzione con fiducia. Prendi questo rosario. Per cominciare, dirai ogni giorno almeno tremila volte la Preghiera. In piedi, seduto, camminando o coricato, dirai senza posa: "Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me, peccatore!". Dilla a voce bassa, lentamente; ma siano tremila volte al giorno, né più, né meno».
    Tornai alla mia capanna e cominciai ad eseguire fedelmente ciò che mi aveva ordinato. Per due giorni non mi fu facile, ma poi divenne così piacevole che appena smettevo sentivo come un bisogno di riprendere la Preghiera ed essa mi sgorgava facilmente e lievemente, senza costringermi allo sforzo di prima. Ne riferii allo starets che mi ordinò di recitare la Preghiera seimila volte al giorno: «Stà tranquillo, cerca solo di recitare il numero esatto di preghiere che ti ho prescritto: Dio ti darà la sua grazia».
    Passai tutta la settimana nella solitudine della mia capanna a recitare ogni giorno per seimila volte la Preghiera di Gesù, senza preoccuparmi di nulla e senza dar corso alle distrazioni, per insistenti che fossero. Cercavo solo di eseguire fedelmente l’ordine dello starets. Che avvenne? Mi abituai talmente alla Preghiera che se mi interrompevo anche per poco tempo, avevo la sensazione che mi mancasse qualcosa. Non appena riprendevo a recitarla, subito ritornava la gioia. Quando incontravo qualcuno, non desideravo parlare: desideravo solo trovarmi nella mia solitudine e recitare la mia Preghiera, tanto mi ci ero abituato in una sola settimana.
    Non vedendomi per dieci giorni, lo starets stesso venne a sentire mie notizie ed io gli spiegai quel che mi accadeva. Mi ascoltò e disse: «Ora che ti sei abituato alla Preghiera, fa’ in modo di conservare e rafforzare quest’abitudine. Non perdere tempo, dunque, e con l’aiuto di Dio, impegnati a recitarla dodicimila volte al giorno. Resta nella solitudine, alzati un po’ prima, coricati un po’ dopo e vieni a consigliarti con me ogni due settimane».
    Continuai a mettere in pratica i suoi consigli. Il primo giorno riuscii a mala pena, a notte inoltrata, a terminare le dodicimila invocazioni. Il giorno successivo portai a termine il mio compito facilmente e con gioia. Da principio sentivo una sorta di fatica a pronunciare ininterrottamente la Preghiera. Poi, a forza di sgranare il rosario, provai un leggero indolenzimento al pollice della mano sinistra, ma tutto ciò non faceva che spronarmi più che mai a recitare la Preghiera. Così per cinque giorni la recitai fedelmente dodicimila volte al giorno, e all’abitudine si aggiunsero ben presto la gioia e la soddisfazione.
    Un mattino venni, per così dire, svegliato dalla Preghiera. Appena la cominciai a recitare ne ebbi sollievo e la lingua e le labbra si muovevano da sole senza sforzo da parte mia. Passai tutta la giornata in grande letizia. Ero come distaccato da tutto, come se mi trovassi in un altro mondo. Terminai con facilità le mie dodicimila preghiere prima di sera. Avrei voluto continuare ancora, ma non osavo superare il limite stabilito dallo starets.
    Quando andai da lui gli raccontai tutto e mi disse: «Ringrazia Dio che ti ha dato il desiderio e la facilità di recitare la Preghiera. E’ un effetto naturale derivante dal frequente e attivo esercizio. La stessa cosa succede a una macchina alla cui ruota motrice si imprima una spinta: essa corre a lungo da sé, ma per prolungare il suo moto occorre imprimerle una nuova spinta di tanto in tanto. Ora ti permetto di recitare la Preghiera quanto vuoi. Cerca di dedicarle ogni attimo nel quale non dormi, invoca il Nome di Gesù senza più contare, rimettendoti umilmente alla volontà di Dio e aspettando da Lui l’aiuto. Egli non ti abbandonerà e ti guiderà nel cammino».
    Seguendo i suoi consigli, passai tutta l’estate a recitare senza posa la Preghiera di Gesù e sperimentai l’assoluta pace dell’anima. Durante la notte sognavo spesso di recitare la Preghiera e di giorno, se mi capitava di incontrare qualcuno, tutte quelle persone senza distinzione mi parevano altrettanto amabili che se fossero state della mia famiglia.
    I pensieri si erano spontaneamente acquietati e quando andavo in chiesa la lunga funzione monastica mi sembrava breve e non mi stancava più come in passato.
    Ma non potei giovarmi a lungo degli insegnamenti del mio ispirato starets: alla fine delI’estate morì. Gli dissi addio con le lacrime agli occhi, ringraziandolo per l’insegnamento paterno che mi aveva dato e gli chiesi come suo ricordo il rosario sul quale aveva sempre pregato. Ero rimasto solo. L’estate finì e si raccolsero i frutti dell’orto. Non avevo più dove vivere. Il contadino mi congedò, dandomi due rubli d’argento e riempiendomi il sacco di pane secco per il viaggio.
    Ripresi a peregrinare da un luogo all’altro, ma non avevo più l’ansia di prima: I’invocazione del Nome di Gesù mi rallegrava durante il cammino e tutta la gente mi trattava con maggiore bontà, quasi che tutti avessero preso ad amarmi.
    Un giorno decisi di comperare la Filocalia per continuare a studiare su di essa l’orazione interiore. Entrai in una chiesa e per due rubli ne trovai una molto vecchia e sciupata. Ne fui felice. La aggiustai come meglio potei, la ricoprii con un pezzo di stoffa e la riposi nella bisaccia con la mia Bibbia.
    Ora cammino e incessantemente ripeto la Preghiera di Gesù. A volte percorro più di sessanta verste in un giorno e non me ne accorgo nemmeno. Quando le gambe e la schiena cominciano a dolermi, concentro il pensiero sulla Preghiera e non sento più il dolore. Se qualcuno mi offende penso alla dolcezza della Preghiera di Gesù: umiliazione e collera scompaiono, dimentico tutto. Non ho preoccupazioni nè interessi. Vorrei solo restare nella mia solitudine, con un unico desiderio: recitare incessantemente la Preghiera e sentirmi colmare di gioia.
    Dio sa che cosa mi sta succedendo. Così, anche senza essere ancora pervenuto alla ininterrotta e spontanea orazione del cuore, per grazia di Dio ho capito chiaramente il significato dell’insegnamento di S. Paolo: "Pregate incessantemente".

  2. #2
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    La comunità apostolica, riprendendo una tradizione antico-testamentaria, ha posto, fin dall'inizio, un’attenzione tutta particolare per il Nome che ha assunto il Figlio di Dio al momento della sua incarnazione: Gesù, che significa “Jhwh è salvezza”. Inoltre tre testi mettono in evidenza la venerazione della Chiesa primitiva verso il nome di Gesù: Fil 2,9-10; At 4,10-12; Gv 16,23-24.

    Tuttavia la Preghiera del cuore, radicata nel Nuovo Testamento, viene assunta da una «corrente» propria della spiritualità orientale antica che è stata chiamata esicasmo. Il nome proviene dal greco hesychìa, che significa calma, pace, tranquillità. L'esicasmo può essere definito come un sistema spirituale di orientamento essenzialmente contemplativo, che ricerca la perfezione dell'uomo nell’unione con Dio tramite la preghiera incessante. Tuttavia ciò che caratterizza tale movimento è l'affermazione della eccellenza o della necessità della stessa hesychia, della quiete, per raggiungere la pace con Dio. In un documento del monastero di Iviron del monte Athos si legge questa definizione: l'esicasta è colui che solo parla a Dio solo e lo prega senza posa.

    La storia dell'esicasmo inizia con i monaci del deserto d'Egitto e di Gaza. «A noi, piccoli e deboli, non resta altro da fare che rifugiarci nel Nome di Gesù», dice uno di loro. Si afferma poi al monastero del Sinai, con San Giovanni Climaco e rinascerà al Monte Athos nel sec. XIV.

    Nella letteratura monastica, il termine esichia significa tranquillità, quiete e pace come stato d'animo, condizione stabile del cuore necessaria per la contemplazione e distacco dal mondo, nella doppia accezione di solitudine e silenzio.

    L'esichia espressa nella solitudine e nel silenzio interiore (che viene raggiunta attraverso la solitudine e il silenzio esteriore) si presenta come un mezzo eccellente per raggiungere il fine dell'unione con Dio nella contemplazione, attraverso la preghiera o l'orazione ininterrotta. In quanto mezzo e non fine, l'esichia va distinta sia dalla apàtheià degli Stoici, intesa come assenza e liberazione dalle quattro passioni fondamentali (la tristezza, il timore, il desiderio e il piacere), sia dall'ataraxia degli Epicurei, che consiste nella libertà dell'anima dalle preoccupazioni della vita.

    Questi movimenti filosofici sottolineano e ricercano la pace e la quiete dell'animo come fine ultimo e non come mezzo per una pienezza di vita che solo Dio può concedere. Nella letteratura monastica, al contrario, e in particolare presso i Padri del deserto, l'esichia mantiene sernpre una coloritura di mezzo, un mezzo eccellente, un cammino di amore autentico, vissuto nel silenzio e nella solitudine, al fine di raggiungere la preghiera vera e l'autentica contemplazione.

    Per cogliere i vari aspetti dell'esichia che il monaco è chiamato ad esprimere possiamo riferirci alla vita di padre Arsenio, il padre degli anacoreti. Ecco come viene raccontata la sua vocazione all'esichia: «Padre Arsenio, quando ancora abitava nel palazzo imperiale, pregò Dio con queste parole: "Signore mostrami la strada che conduce alla salvezza". E una voce si rivolse a lui e gli disse: "Arsenio fuggi gli uomini e sarai salvato". Lo stesso, divenuto anacoreta, nella sua condizione di eremita, di nuovo rivolse a Dio la stessa preghiera, e intese una voce che gli disse: "Arsenio fuggi (il mondo), resta in silenzio e riposa nella pace (esichia). È da queste radici che nasce la possibilità di non peccare"» (Arsenio 1.2).

    Quest'ultima frase è all'inizio della vocazione degli esicasti: Fuge, Tace, Quiesce, Fuggi, Taci, Riposa. La fuga dal mondo, il silenzio e la pace interiore sono i tre atteggiamenti che danno forma allo stato di vita del monaco, in particolare dell'anacoreta.

    Dal sito www.esicasmo.it


  3. #3
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    I "Racconti di un pellegrino russo" vennero stampati la prima volta a Kazan nel 1881 e narrano di pellegrino che, avendo perduto tutto, entra in una chiesa dove sente una frase di San Paolo: "Pregate incessantemente". L'esortazione lo spinge a mettersi in cammino, e inizia così il suo vagabondaggio mistico, in una prospettiva ascetica. Ho letto qualche racconto, al tempo stesso fiabe poetiche e brevi trattati spirituali, che infondono pace.

    <> <> <>

    Dopo aver percorso sulla strada maestra una cinquantina di verste, decisi di voltare per un sentiero così da trovare più solitudine e luoghi più adatti alla lettura. Camminai a lungo attraverso i boschi e raramente mi capitava di attraversare un piccolo villaggio. A volte mi fermavo un giorno intero sotto gli alberi per leggere con ogni impegno la Filocalia da cui traevo molte e vaste conoscenze. Leggevo anche la Bibbia e sentivo di cominciare a comprenderla più chiaramente, mentre prima molti passi mi apparivano incomprensibili.

    Per molto tempo proseguii così il mio cammino. Alla fine capitai in una regione tanto deserta che per tre giorni non incontrai neppure un villaggio. Il mio pane secco era terminato e mi sentivo sul punto di morire di fame. Cominciai a pregare con tutte le mie forze e mi affidai alla volontà di Dio. Avevo percorso un tratto di strada che costeggiava una immensa foresta, quando vidi sbucare un cane da guardia che dopo avermi gironzolato attorno, tornò verso la foresta per lo stesso sentiero dal quale era giunto. Lo seguii e poco dopo spuntò fra gli alberi un contadino magro e pallido, di mezza età. Era il guardaboschi e doveva sorvegliare quella foresta che era stata venduta per essere tagliata. Cominciammo a conversare amichevolmente, poi mi invitò nella sua capanna e dopo avermi dato del pane e del sale, mi disse che, se volevo fermarmi, c'era poco lontano una vecchia capanna, un po' malconcia, ma d'estate ci si poteva vivere. «Il passaporto ce l'hai, vero? - disse -. Il pane basta per entrambi, me ne portano dal mio villaggio ogni settimana. E il ruscello non si prosciuga mai. Anch'io, fratello, da dieci anni prendo soltanto pane e acqua. Ma in autunno, quando i contadini avranno terminato il lavoro dei campi, verranno qui circa duecento uomini a tagliare il bosco. Allora anche tu dovrai andartene».

    Avevo inaspettatamente trovato quello che desideravo e cioè un posto in cui fermarmi per leggere attentamente, nel silenzio e nella pace, la Filocalia. All'autunno mancavano ancora quattro mesi: potevo utilizzare tutto quel tempo nell'esercizio della preghiera e della lettura. Lietamente rimasi, dunque, e vissi nella vecchia capanna per tutto quel periodo. Conversai ancora molto con quel mio fratello semplice e ospitale, ed egli cominciò a raccontarmi della sua vita e dei suoi pensieri.

    «Nel mio villaggio - disse, avevo un buon mestiere: tingevo i tessuti e vivevo abbastanza bene, sebbene non senza peccati: ero spesso disonesto nel commercio, giuravo il falso, imprecavo volgarmente, mi ubriacavo e attaccavo briga. Viveva nel nostro villaggio un anziano lettore di chiesa che aveva un libretto antico e terribile sul Giudizio Universale. Andava di casa in casa a leggerne dei brani e ne ricavava qualche soldo. Veniva anche da me. Di solito gli si davano dieci copeche e quello restava a leggere fino al canto del gallo. Io ero solito ascoltarlo mentre continuavo il mio lavoro. Lo udivo leggere dei tormenti che ci attendono alI'inferno, della risurrezione dei morti, del giudizio di Dio. Una volta, udendo queste cose, fui colto dal terrore e pensai che a me questi tormenti non sarebbero certo stati risparmiati. Pensa e ripensa, alla fine decisi di abbandonare il mio mestiere. Vendetti la casa e, poiché ero solo, venni a fare il guardaboschi in cambio di pane, abiti e qualche cero da accendere durante le orazioni. Vivo così da oltre dieci anni. Mangio una volta sola al giorno: pane e acqua. Mi alzo al canto del gallo e prego fino all'alba davanti alle icone. Non bestemmio, non bevo né vino né birra e non litigo con nessuno; di donne e ragazze ho sempre fatto a meno.

    All'inizio ero contento di vivere così, poi sono stato assalito da una turba di pensieri dai quali non riesco a liberarmi. Questa vita è dura. Sarà poi vero quel che è scritto nel Vangelo? Come farà un morto a risorgere? Di un uomo che sia morto da cent'anni non resta neppure una manciata di polvere. E chi sa se c'è o non c'è l'inferno? Nessuno è tornato dalI'altro mondo; si sa soltanto che quando uno muore marcisce e si dissolve. Forse quel libro fu scritto dai preti e dai padroni per spaventare gli ignoranti come noi e tenerci sottomessi. Tu vivi di stenti su questa terra, senza nessun conforto, e magari poi nell'aldilà non c'è niente. E allora non sarebbe meglio vivere la propria vita con qualche agio e più allegria? Questi pensieri mi ossessionano e non so come liberarmene».

    Lo ascoltavo, pieno di pietà. Poi gli dissi: «Per quanto tu sottoponga il tuo corpo a fatiche e penitenze, se non avrai sempre Dio nella mente e la Preghiera di Gesù nel cuore, non avrai mai la pace e sarai sempre in balia delle tentazioni e dei dubbi. Esercitati, fratello, a recitare la Preghiera di Gesù; ti sarà facile, in questa solitudine e ne vedrai presto l'efficacia. Non ti verranno più pensieri cattivi, conoscerai la vera fede. Capirai allora come i morti risorgeranno e il terribile Giudizio Universale ti apparirà nella sua vera luce».

    Trascorsi cinque mesi di solitudine e di orazione, colmi di beatitudine, e mi abituai talmente alla Preghiera di Gesù che la ripetevo senza interruzione. Alla fine mi accorsi che essa si generava ormai da sé, senza alcun intervento da parte mia, nel profondo della mia mente e del mio cuore, non solo mentre vegliavo ma anche mentre dormivo, senza interruzioni, qualsiasi cosa facessi.

    Giunse il tempo del taglio del bosco. Gli uomini cominciarono ad affluire e io dovetti lasciare la mia silenziosa dimora. Ringraziato il guardaboschi, misi i libri nella bisaccia e ripresi il mio solitario cammino.


  4. #4
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    Nel sito sull'esicasmo si dice di rinchiudere la mente nella preghiera,poi di essere solo la preghiera,poi di essere persi nella "divinita'"....

    E' la stessa cosa di certe pratiche induiste,opppure,quando si impara un arte ,come quella della spada(prima impari a muoverti correttamente con la spada senza distrarti o fare errori,poi tu sei in armonia con la spada e con lei ti muovi ,poi e' lei che ti dice cosa fare)...

    Ma perche' tanti "apparati formali" diversi per dire la stessa cosa...

  5. #5
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    Dal punto di vista cristiano una preghiera non è mai riducibile ad una tecnica, come nell'induismo o nel buddhismo. Il fatto che la preghiera porti anche ad una tranquillità della persona, ad un cambiamento del suo stato fisico, è solo il risultato secondario. Quello primario è il mettersi in relazione con Dio.

 

 

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