dal quotidiano LIBERO di oggi...
" La guerra e la pace un anno dopo Nassiriya
di MATTIAS MAINIERO
La vita macina, si dice, macina con le sue ruote e ci porta lontano, sfuma i ricordi, li annebbia. Eppure a noi sembra ieri. Sarà retorico dirlo, banale, ma è così. Macina la vita e questa volta per noi è come se qualche ingranaggio si fosse inceppato, come se il tempo avesse deciso di mettere il freno, quasi di rimanere qui, per continuare a raccontare, farci capire bene. Un anno fa, 12 novembre del 2003, un mercoledì. Laggiù a Nassiriya, città a sud dell’Iraq, sono le 10,45 del mattino. C’è calma dinanzi alla due palazzine che ospitano i militari del contingente italiano. Un tempo qui aveva sede la Camera di Commercio. Palazzine anonime sulle rive dell’Eufrate, un po’ bruttine, militari di guardia, filo spinato. È l’Iraq del dopo Saddam, della pace che non è arrivata, un Paese dilaniato dal terrorismo e dai seguaci del raìs che hanno deposto e subito ripreso le armi, bombe, kamikaze, al Qaeda. In Italia c’è chi urla che quella guerra non bisognava farla. Vittorio Agnoletto sta organizzando una manifestazione per il dietrofront, parla di esercito di occupazione, spiega che gli iracheni non vogliono il male di nessuno, che il loro Paese è stato invaso. Negli Usa 26 parlamentari democratici chiedono le dimissioni del segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, molti altri attaccano il vicepresidente Cheney: a loro dire al Qaeda ed Osama Bin Laden non c’entrano con le violenze irachene. Ore 10,45. Un camion arriva dinanzi alla base italiana, forza il posto di blocco, prosegue la sua corsa. Dietro il camion, un’autovettura. Sui due veicoli, dirà fra poco il generale Giorgio Cornacchione, comandante del contingente italiano, c’erano non meno di trecento chili di esplosivo. C’è una sparatoria, poi un boato, fumo, muri che crollano, sirene di ambulanza. Prende fuoco anche il deposito delle munizioni, le esplosioni si moltiplicano, fuggono gli iracheni dalle loro case, impazzisce il traffico, l’intera Nassiriya si blocca. La notizia fa il giro del mondo. Un interminabile, lugubre tam tam, un elenco smisurato: Domenico Intravaia, 46 anni, appuntato dei carabinieri, Orazio Majorana, 29 anni, carabiniere scelto, Giuseppe Coletta, vicebrigadiere. E poi Giovanni Cavallaro, Alfio Ragazzi, Ivan, Daniele, Enzo Alfonso Massimiliano Andrea Filippo Massimo Stefano. Dodici carabinieri, quattro soldati dell’esercito e due civili uccisi. Una mattanza. Inchinatevi, ecco a voi gli eroi di Nassiriya, i ragazzi e gli uomini che donarono la vita per la pace lontana. Un anno fa, e la guerra entrò nelle nostre case e l’Italia rimase incollata dinanzi ai teleschermi, il Tricolore ora sventola alle nostre finestre. Tace Bertinotti, tace Agnoletto, tace la sinistra che era scesa in piazza. Un anno fa, e un lunghissimo e muto serpentone sfila all’Altare della Patria dinanzi ai feretri dei Caduti, e poi i funerali solenni e un Paese sul serio diverso, più unito, più adulto, più cons ap evo l e . Un anno fa, il nostro personalissimo 11 settembre. E sembrava che tutto fosse cambiato, che tutti avessero capito che laggiù in Iraq non si lottava per il petrolio ma per la sicurezza, non per la sete di potere ma per la democrazia, non per il dominio di quella parte del mondo ma per la libertà, la nostra libertà. Lo dicevano quei feretri allineati l’uno accanto all’altro, quel sacrificio, quelle vedove e quegli orfani. Ce lo diceva il cuore, prima ancora che la ragione. E sembrava sul serio che tutti avessero capito. Macina la vita con le sue ruote, macina e sbiadisce. E il tempo non poteva fermarsi, non per tutti. Oggi pomeriggio, a Milano, si svolgerà la giornata in onore dei Caduti di Nassiriya. Ci saranno una Messa solenne in Duomo, la consegna del premio Luigi Calabresi, premio alla memoria, ad Emanuele Petri, sovrintendente della polizia ucciso dalle Brigate Rosse, altri terroristi, stessa determinazione. E poi il discorso del nostro direttore Vittorio Feltri, i saluti delle autorità, del prefetto di Milano, del questore, del comandante dei carabinieri, e altre manifestazioni in tutta Italia, gli articoli dei quotidiani, le copertine dei settimanali, le trasmissioni televisive. E chissà che fine ha fatto l’Italia di allora con il Tricolore che sventolava alle finestre e i solenni giuramenti di amor Patrio e il rispettoso silenzio, niente più polemiche, concordia, per favore, perchè il nostro è un Paese in guerra e bisogna restare uniti. Oggi c’è chi ricorda e continua a pensarla come allora e come quando i nostri soldati partirono e ammonisce di non abbassare la guardia, di non cedere a chi vuole limitare la nostra libertà, di non sottovalutare i pericoli del fondamentalismo, il terrorismo, al Qaeda. E oggi la sinistra non ha smesso di chiedere il ritiro e di fare polemiche, di interrogarsi su un terrorismo che era resistenza e poi divenne solo terrorismo ed ora è in buona parte di nuovo resistenza, e non si sa nel frattempo casa sia cambiato. E giù con i distinguo di sempre, l’Islam buono che chissà perché non reagisce all’Islam cattivo, le due Simone eroine della pace e gli ostaggi meno degni delle due Simone, e la solita guerra preventiva e tutto ciò che ripetevano prima del nostro 11 settembre e continuano a ripetere. E chissà perché quei diciotto uomini sono andati a morire laggiù, chissà perché allora tutti si fermarono e tanti riuscirono a ravvedersi, chissà perché certe lezioni in Italia durino solo lo spazio di pochi gior ni. Macina la vita, macina e sbiadisce, scolorisce. Non per tutti, però, non per noi. Alzatevi in piedi, scattate sull’attenti. Un anno fa, eccoli gli eroi che nessuno dice di aver dimenticato e la cui lezione in tanti stanno calpestando. "
Shalom




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