...oggi
Il watusso americano strapazza i pigmei europei
Come fa un watusso a giocare a basket in un campo popolato solo da pigmei, senza che prima o poi su di lui non abbia il sopravvento l’imbarazzo e un qual senso di malinconia?
Del resto il watusso stesso non può negare la sua naturale diversità, che l’ha reso più grande e potente degli altri, al punto da farne un modello a parte.
Gli Stati Uniti oggi si sentono così, se ragionano sul piano dell’ordine mondiale.
Parola del politologo Robert Kagan, che non ne fa tanto una questione di Guerra al Terrore bushiana, quanto piuttosto di “nazione indispensabile” secondo quella che fu, guarda caso, una vecchia definizione clintoniana.
Il penultimo libro di Kagan – quello che ha fatto scalpore,
“Paradiso e Potere” (Mondadori, 2003) – s’apriva in modo folgorante:
“E’ ora di smettere di far finta di credere che gli europei e gli americani vedano lo stesso mondo. Dirò di più: che vivano nello stesso mondo. Su una questione essenziale, quella del potere, l’efficacia del potere, la moralità del potere, la desiderabilità del potere – le prospettive americane ed europee divergono”.
In cento pagine roventi Kagan metteva sul tavolo una sensazione strisciante in cerca di definizione: non è vero che America ed Europa, reduci dalle catarsi del XX secolo, oggi coincidano nella valutazione degli scenari e sui modi d’approccio alle aree di crisi e alle minacce da esse provenienti.
Le cose stanno diversamente, solo che ce ne siamo dimenticati, per superficialità, per accumulo di convenzioni e luoghi comuni, per il proliferare rappresentativo e lo strapotere della società dello spettacolo.
In “Paradiso e Potere” Kagan smantellava l’errore e lo ridefiniva sulla base di una differenza attestata dalla Storia e dalla distinzione del progetto americano.
Il tutto in coincidenza (l’uscita del libro era parallela alla corsa dell’esercito Usa su Bagdhad) col gesto più eloquente: l’intervento unilaterale dell’America e dei suoi alleati per decapitare il regime di Saddam e intaccare l’asse del male denunciato dal gabinetto Bush.
Mentre l’Europa era pervasa da dubbi, obiezioni e prese di posizione contro l’opportunità del ricorso alla guerra,
“gli americani mettevano in gioco la loro reputazione di leader ma anche la ‘responsabilità speciale’ dell’America in quanto nazione più potente del mondo”.
Oggi Kagan pubblica un nuovo libro, “Il diritto di fare la guerra”, sottotitolo “Il potere americano e la crisi di legittimità” (Mondadori) che, a distanza di solo un anno e mezzo – un lasso di tempo talmente denso di eventi da giustificare l’operazione – torna a ribadire ossessivamente i postulati alla base dell’agire americano, alla luce però di un paio di fattori condizionanti che stanno assumendo peso determinante: in primo luogo il sempre più deciso segnale di sfiducia e disapprovazione inviato all’America da un nutrito gruppo di nazioni un tempo unite sotto l’ombrello d’amicizia radicale nei confronti degli Stati Uniti;
e poi la profonda divaricazione di pensiero che si va manifestando tra gli americani in coincidenza con l’imminente elezione della nuova presidenza.
Non a caso il libro di Kagan - che sostanzialmente torna a motivare la War on Terror coi principi esposti in “Paradiso e Potere” - è un testo pervaso di disagio e di emozioni diverse da quello che l’ha preceduto.
Kagan si confronta con un dato di fatto ormai accertato: la fine dell’empatia dell’Europa verso l’America, la crescente presa di distanza, la diffusione di un sentimento di sfiducia e scontento verso l’operato americano, che sta tracimando dalla rappresentazione politica al rapporto tra i popoli.
Il senso di una montante incomunicabilità.
Attesta un malessere che, invece di sciogliersi di fronte alla descrizione dei valori in gioco, prolifera tra enigmi psicologici ed equivoci troppo a lungo alimentati.
Ad esempio quello secondo cui, scrive Kagan,
“gli Stati Uniti devono la propria esistenza al principio di ingerenza. Non è una sorpresa che non abbiano mai accettato completamente la legittimità dell’Onu e men che meno la dottrina della sovranità inviolabile di tutte le nazioni. Si sono sempre riservati il diritto di intervenire ogniqualvolta e ovunque lo ritenessero opportuno, secondo l’assunto che a un’impero del male non può e non potrà mai essere riconosciuta alcuna legittimità”.
Una filosofia in disaccordo col liberalismo che coltiva la visione della pace mondiale basata su un sistema di riconoscimento dell’uguaglianza inviolabile e sovrana di tutte le nazioni, grandi o piccole, democratiche o tiranne, rifiutando al tempo stesso l’idea del predominio egemonico di una sola nazione.
Con l’aggravante che gli americani non smettono di preoccuparsi di cosa pensi di loro il mondo liberale:
“Il rifiuto da parte delle grandi democrazie amiche di riconoscere la leadership americana potrebbe arrivare a paralizzare il paese”.
Nel momento in cui – sulla spinta della contrapposizione di concezioni incarnata, più che dai candidati “Bush”-“Kerry” tout court, dall’onda emotiva che ne avvolge le rispettive rincorse elettorali – si torna a ragionare con più serietà sulle fondamenta della Cosa americana (sul concetto di conservazione della Right America, sul Destino Manifesto, su quella serie di eccezioni all’origine del progetto nazionale) – Kagan intercetta un malessere destinato a segnare il futuro: la partita giocata dall’America non è, e probabilmente non è mai stata, quella che siamo abituati a raccontarci.
L’America non è solo il grande fratello buono e premuroso, pronto ad aiutare i deboli in difficoltà.
L’America ha sviluppato, parallelamente al miracolo economico e alla sua fattuale presa di potere, un istinto di conservazione e modificazione degli scenari che è organico alla sua natura e che ne diviene espressione primaria proprio nel momento in cui s’accresce la consapevolezza della propria forza e dell’impatto sui teatri internazionali.
Già soltanto rispetto ai tempi di “Paradiso e Potere”, la crisi dell’America col resto del mondo si è acuita, la probabile rielezione di George W. è giudicata dalla maggioranza degli europei come una sventura e gli stessi americani non possono sottrarsi agli influssi di tanta negatività.
Gli europei, insomma, potrebbero riuscire a indebolire gli Stati Uniti, non avendo però nessuna intenzione di sostituire il potere americano con il proprio.
Eppure, sostiene Kagan, ciò che Bush mette in pratica altro non è che una conseguenza evolutiva di un modo di pensare
“tipicamente” americano (perfino il giochetto di apostrofare gli americani come “cowboy”, sostiene provocatoriamente Kagan, va più vicino alla realtà di quanto si creda: siamo fondamentalmente dei cowboy, abbiamo sempre voluto esserlo, siete voi ad aver mischiato troppe volte le carte).
L’equivoco dunque risiede nell’amnesia collettiva che colpisce gli europei al momento d’analizzare i segni cosparsi nella storia dei rapporti con gli Stati Uniti.
Gli europei oggi sostengono che il pericolo sia racchiuso nella dottrina-Bush, con la sua dichiarazione di lotta contro un generico “asse del male”.
In effetti questa dottrina non fa che rispolverare una tradizione condivisa anche dall’America liberale e che accomuna Truman, JFK,
Reagan, i due Roosevelt, Wilson e perfino Bill Clinton.
Il concetto preventivo, non è un prodotto del terzo millennio.
E agire unilateralmente è l’effetto della forza di uno Stato in grado di farlo: gli Stati Uniti, unica nazione del mondo che oggi può permettersi tale condotta, grazie al potere del suo impianto economico, strategico e militare.
L’odio verso l’America, l’ostilità verso le sue scelte non tiene conto del percorso – e dei ricorsi – di questo atteggiamento, oggi estremizzato dall’aggravarsi delle crisi e dalla maturazione di un pensiero sempre più sofisticato attorno alla condizione di prevalenza assoluta.
L’Europa dell’ordine sovranazionale postmoderno è consapevole d’aver perso il controllo sull’America e vorrebbe rientrarne in possesso:
“Per la mentalità liberale moderna c’è qualcosa di intrinsecamente illegittimo nell’idea di un’unica superpotenza mondiale che abbia come unico freno il proprio senso del limite”, scrive Kagan. Quando c’era l’Unione Sovietica era pacifico guardare all’America come all’elemento del riequilibrio tra i titani in atteggiamento di guardinga non-belligeranza.
Oggi la questione è: come si può controllare l’unica superpotenza, protagonista del nuovo scenario unipolare?
L’America soffre di una crisi di legittimità internazionale.
Nella sua nuova condizione di potere, per affrontare le minacce globali ha bisogno della legittimità che solo l’Europa può riconoscerle.
Ma di fronte al dispiegarsi della crisi irachena, l’Europa continua a invocare l’ampio consenso internazionale come condizione necessaria per la legittimità di un intervento armato che attenga alla logica del multilateralismo. E diventa sempre più complesso per gli americani continuare ad agire al di fuori dell’approvazione morale delle capitali della vecchia democrazia:
“Il costo di vite e denaro per affrontare una guerra e una ricostruzione diventa doppiamente gravoso allorché s’inquadri in uno scenario di disapprovazione generalizzata”.
Paradossalmente il libro di Kagan – nel suo maniacale ripetere e riposizionare il ragionamento su una condizione che è anche una natura – si traforma in un pamphlet di psicologia di massa.
Ma il suo sforzo nel ribadire cosa sia davvero l’America e quali siano i segni di un errore collettivo è valoroso.
Descrivendo a margine i sintomi di una latente questione di riconoscenza attesa e mancata. Nonché una crescente sindrome abbandonica. (Un cul de sac emotivo), questo di Kagan, un arretramento che in fondo corrobora la visione pragmatica del “realismo democratico” esposta sul Foglio da Charles Krauthammer: gli Stati Uniti perseguano la democrazia impegnando uomini e soldi solo dove vi sia una necessità strategica, “nei luoghi d’importanza critica per la più vasta guerra contro il nostro nemico esistenziale, il nemico che pone una minaccia mortale e globale alla libertà”.
Allorché la condizione dell’America rischia di divenire paradossale, nel suo slancio “genetico” e unilaterale d’intervento, si scelga quando e dove agire, ponendo limiti di convenienza ai propri istinti, vuoi per la difficoltà delle missioni, vuoi per la pressione critica inscenata dagli esitanti alleati.
Rivolgendo più attenzione alla lubrificazione interna del meccanismo nazionale, fiaccato, come mai in precedenza, dallo stress provocato dall’affascinante progetto di democratizzazione assoluta del mondo.
Che, se volete, ci si può anche prendere il lusso di chiamare
“ultimo sogno americano”.
Stefano Pistolini su Il Foglio del 22 ottobre
saluti




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