Anche con Zapatero, la guerra islamista continua
di Stefano Magni - 23 ottobre 2004
La lezione dell'11 settembre si ripete ancora e ancora e ancora... Ed è una lezione facile da comprendere, che insegna una sola cosa: il terrorismo islamista è aggressivo, non reattivo. Il terrorismo islamista colpisce per primo, a freddo, per realizzare un suo disegno strategico, non colpisce come rappresaglia per un torto subito in precedenza.
La lezione si è ripetuta questa settimana in Spagna, dove sono stati arrestati alcuni immigrati algerini e marocchini (ma assieme a loro c'era anche uno spagnolo musulmano) che stavano preparando un attentato contro l'Audiencia Nacional di Madrid, la procura che indaga sul terrorismo. Il nuovo commando di integralisti stava preparandosi spiritualmente e materialmente: sono state trovate copie di manuali di preparazione al martirio assieme a testi sulla preparazione tecnica di attentati dinamitardi. Le indagini hanno portato a scoprire la connivenza dell'Eta (il gruppo terrorista indipendentista basco) che avrebbe fornito i 500 kg di esplosivo necessari a preparare il camion-bomba. Questa è la prima dimostrazione dell'appoggio dato agli islamisti da gruppi terroristici europei, mossi da scopi e ideologie molto differenti, ma accomunati dalla stessa volontà di colpire il governo considerato nemico: finora era solo un'ipotesi, adesso si inizia a capire che è una realtà.
L'attentato cercava la strage. Mezza tonnellata di esplosivo fatto deflagrare nel cuore della capitale spagnola avrebbe causato danni immensi, non solo all'istituzione scelta come bersaglio. Anche se, per fortuna, questa volta non si devono contare i morti, l'attacco già pianificato costituisce un precedente che sfugge completamente alla logica di chi vede il terrorismo come una reazione alla politica occidentale. L'11 marzo aveva suscitato emozioni pacifiste. I manifestanti, accorsi a decine di migliaia nelle piazze spagnole, non gridavano la loro rabbia contro il terrorismo, ma alzavano le mani e chiedevano la pace. Chiedevano il ritiro delle truppe spagnole dall'Iraq ed espressero la loro opinione eleggendo chi glielo aveva promesso: Zapatero. Chiedevano l'appeasement e lo ottennero, con il ritiro delle truppe dalla Mesopotamia e con la condanna diplomatica all'intervento anglo-americano.
Se l'11 marzo rientra nella logica azione/reazione, dato che poteva essere letto come una rappresaglia degli islamisti all'intervento militare spagnolo in Iraq, come spiegare la preparazione di un camion-bomba di Madrid, oggi, nella Spagna anti-americana di Zapatero? In teoria anche l'ultimo tentativo di attacco terroristico può essere fatto rientrare a forza nelle regole del solito gioco: i terroristi volevano colpire una procura giudicata pericolosa, "ficcanaso", per gli islamisti, a causa delle sue indagini. Ma allora fino a che punto il governo spagnolo dovrebbe scendere a compromessi per evitare le "reazioni" degli integralisti? Se già ha dovuto cambiare politica estera, adesso deve anche compromettere anche la sua politica interna? Deve rinunciare a cercare i colpevoli dell'11 marzo? Deve esentare dalla giustizia gli islamisti e le loro organizzazioni? Forse non basterebbe nemmeno questo.
L'attentato pianificato contro Madrid, dunque, non si può proprio far rientrare nella logica azione/reazione, ma è semmai la dimostrazione che i compromessi non funzionano, che l'islamismo, come tutti i totalitarismi, continua a colpire finché non sottomette il nemico, senza compromessi. Come, d'altra parte, sta accadendo da tempo con la Francia.
La Francia, la più filo-araba delle potenze europee, la capofila dello schieramento contrario all'intervento in Iraq e la testa di un'Europa anti-americana, è ugualmente bersaglio dell'Islamismo. Gli imam predicano contro la sua legge che proibisce simboli religiosi vistosi nelle scuole. E quando gli imam predicano con parole di fuoco, molti terroristi possono mettere in pratica la lezione. Già due giornalisti francesi (peraltro dichiaratamente filo-palestinesi) sono stati rapiti e, dopo gli appelli degli amici arabi della Francia (fra cui Hamas e Arafat), i terroristi hanno alzato il tiro nelle loro richieste. Una situazione che, a detta della ricercatrice egiziana Bat Ye'Or, una delle maggiori studiose dei rapporti euro-arabi (da cui Oriana Fallaci ha tratto l'espressione Eurabia): «dimostra, infine, l'insensatezza di una politica di collusione e rifiuto che ha sempre insabbiato il problema del terrorismo islamico per evitare di affrontarlo e che ha costantemente addossato le sue colpe sulle spalle delle sue vittime».


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