Sul quotidiano LIBERO di oggi, 31 ottobre 2004, Alberto Mingardi affronta il tema dal punto di vista della dottrina liberista pura, difendendo l'idea che quando c'è da fare una riduzione fiscale non bisogna lasciare fuori i redditi più alti (come del resto ha fatto di recente, seppur non in riferimento alle attuali proposte del governo da lui ritenute incompatibili con gli attuali conti pubblici nostrani, l'ex ministro ULIVISTA ed ex banchiere Lamberto Dini a LA7).
Le argomentazioni di Mingardi sono quelle "classiche" e si scontrano con le obiezioni di carattere più politico di Gianfranco Fini, che del resto rileva che già riducendo le aliquote più basse, questo agevolerebbe di per sè anche i redditi alti, garantendo nel contempo maggiore equità in rapporto alla scarsità delle risorse disponibili per finanziare l'operazione.
Ma l'ipotesi liberita pura di Mingardi, sull'esempio di esperienze straniere passate, è quella che la riforma, per i suoi meccanismi, proprio tagliando le aliquote più alte, che riguardano i Paperoni, tenderebbe ad "autofinanziarsi".
Questo dibattito, che in Italia non è nuovo, nei paesi anglosassoni è addirittura antico. E le argomentazioni dell'una e dell'altra "campana" restano abbastanza costanti nel tempo.
L'esperienza americana e quella del regno unito tenderebbero a dar ragione alla visione di Mingardi, tuttavia è anche da dire che, noi, siamo in un contesto politico-sociale da Europa continentale e in un clima politico dal quale è difficile prescindere. Che sia necessario ancora un ulteriore ragionevole compromesso?
Del resto quello che è certo che la leva fiscale non può avere tanto un compito "redistributivo" del reddito, quanto quello di finanziare uno Stato leggero ed efficiente, e stimolare con la riduzione della pressione fiscale, e gli incentivi, la ripresa economica e dei consumi nei periodi congiunturali. In ogni caso è facile la demagogia socialistoide e populista che interpreta ogni questione nell'ottica della lotta di classe e degli interessi di classe, ma al di là degli interessi oggettivi dei Paperoni, la domanda chiave è quella che riguarda poi il quadro economico generale e la diffusione del benessere, che fino ad oggi, non è certo stata il prodotto delle politiche stataliste, tartassatiste e socialistoidi. Sicuramente occorre tenere conto, però, del contesto italiano ed europeo continentale, e di ragioni di equità apparente, che hanno una certa presa elettorale, anche se sostanzialmente sono abbastanza illusorie, come gli aumenti nominali dei redditi in epoca inflazionista con caduta tendenziale del potere d'acquisto di salari e stipendi....
dal quotidiano LIBERO:
" Cinque buoni motivi per tagliare le imposte a tutti i Paperoni
di ALBERTO MINGARDI
Le troppe chiacchiere sulla riforma fiscale, e gli zero fatti, sono già costati alla Casa della Libertà due tornate elettorali. Prima le Europee, con la colata a picco di Forza Italia e la tenuta clientelare degli altri partner della coalizione. Poi il “ cappotto” delle suppletive. Ciononostante, la ristrutturazione del fisco è più in forse che mai. Il partito di Gianfranco Fini è arrivato persino a proporre, sia pure inzuccherandola come “ contributo di solidarietà”, un'imposta del 49% per i redditi più elevati. Sottoporrei un'idea all'attenzione del fine stratega della destra: perché non tassare i “ ricchi” ( espressione vaga e imprecisata, in cui si raggruma un certo sospetto invidioso) fino all' 80%? Sarebbe un contributo di solidarietà evidentemente più cospicuo e, dunque, ancora più solidale. Se non altro, così facendo, il ritorno di Bertinotti al governo potrebbe inaugurarsi con un munifico ridimensionamento dell'aliquota sotto la soglia del 70%, fruttando al segretario di Rifondazione la corona d'alloro di liberista. Ci sono almeno cinque buoni motivi per ridurre il carico fiscale sui redditi più importanti. E, in queste ore di esplosione del pollaio politico ( attutita appena dalla firma della Costituzione europea), vale la pena ricordarli agli smemorati. Se lo Stato taglia le tasse incassa di più Se le tasse sono più basse, i ricchi pagano di più. Il caso di scuola è quello legato alla presidenza di Ronald Reagan, che impose una diminuzione del 30% su tutto lo spettro contributivo. In particolare, però, l'aliquota massima scese dal 70% al 28%. La lezione di Reagan è che davvero i più abbienti sono accampati sulla porzione discendente della cosiddetta “ curva di Laffer”. Raschiando le aliquote, si asciugano gli incentivi ad imboccare soluzioni alternative all'obbedienza. Evadere conviene di meno. Negli Usa, riducendo l'aliquota massima, le entrate del fisco aumentarono ( non diminuirono) da 618 miliardi di dollari a 1.016 miliardi di dollari. Nel frattempo, la fetta di gettito pagata dal 10% dei redditi più pingui passò dal 48 al 57%. L' 1% dei ricchissimi, a taglio avvenuto, contribuiva al bilancio dello Stato per il 27% ( contro il 17%). La fuga dei capitali La base contributiva di uno Stato è meno solida di quanto non fosse in passato. Capitali e cervelli si spostano nel mondo con maggiore facilità: si chiama “ globalizzazione”. Vale soprattutto per le fasce di reddito più alte: che più facilmente sono attrezzate per sostenere i costi di uno spostamento della propria attività. Paesi a bassa tassazione e a regolamentazione leggera e semplice sono più congeniali a chi fa impresa. La scelta non è tra abbassare o non abbassare le tasse: la scelta è tra essere un Paese che attrae capitali, o un Paese che li esporta. Tassazione progressiva partendo dall’alto La tassazione progressiva disincentiva la produttività. Colpire i contribuenti in misura superiore in ragione di quanto guadagnano significa penalizzare il successo. Anziché incentivare la naturale aspirazione di ciascuno a fare " bene", si azzoppa la possibilitàdi far meglio: più cresci, e più lo Stati ti deruba. Casomai, la progressività dell'imposta dovrebbe funzionare al contrario: più guadagni, meno paghi. Incentivando e spronando così ciascuno di noi a far meglio, anziché inginocchiarsi nella nicchia di una mediocrità fiscalmente conveniente. Con i soldi risparmiati i ricchi investono L'affondo del portavoce di An, Landolfi, nei confronti di Berlusconi ( i tagli frutterebbero al Cavaliere un “ vantaggio fiscale” pari a 700mila euro) è una doppia idiozia. Dal punto di vista politico, srotola il tappeto rosso ai becchini della stabilità di governo. Dal punto di vista economico, è assolutamente folle pensare che i denari risparmiati dal fisco starebbero a riposare nel tepore di un salvadanaio. La scommessa dei tagli alla tasse, ch'è poi il motivo per cui generano crescita economica, si basa su un dato di fatto: limare le unghie al fisco significa ridurre il trasferimento forzoso di risorse dalla società allo Stato. In che mani sono più produttivi, quei quattrini? E' meglio che siano gestiti da imprenditori che seguono il motivo del profitto ( e che pertanto sono spinti ad investire, creando lavoro, opportunità e ricchezza), o dalle burocrazie pubblic he? La riforma fiscale è un atto di giustizia Il reddito nazionale non è prodotto dallo Stato. Abbassare le imposte non significa essere “ generosi” con il contribuente ( come in luglio ci fece sapere Follini): vuol dire lasciargli in tasca una percentuale maggiore di quanto lui - non il vice- presidente del Consiglio, non il ministro dell'economia, non i parlamentari, che come tutto il ceto politico- burocratico si sfamano di tasse e nulla aggiungono al benessere di questo Paese - di quanto, ripeto, lui si è guadagnato. Diminuire la pressione fiscale è comunque raddrizzare un'ingiustizia: significa sostanzialmente ritoccare le proporzioni di un furto legalizzato. Abbassare le imposte solo ai ceti medio- bassi è come convincere i ladri di mele a rubarne quattro e non cinque. E intanto premiare i rapinatori di gioiellerie. "
Saluti liberali




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