PIU' RICCO = PIU' SANO. OVVERO DELL'INEGUALE LIBERTA' DI CURARSI
di Gustavo Ghidini

“Ho un cancro,dottore, e mi hanno prescritto una radioterapia.Quando posso cominciare?” “Vediamo,Lei paga direttamente o viene come mutuato?” “Come mutuato”. “Allora ripassi fra un mese e mezzo” “Come,un mese e mezzo?Ho bisogno di essere curato al più presto!” “Non posso farci niente,vede questa lista di attesa? Possiamo garantire l’urgenza solo in regime privatistico,a pagamento,appunto”. “E quanto costa?” “ A titolo di preventivo, tra i quattromila e i cinquemila euro” “ Dagli otto ai dieci milioni?! E come faccio? Sono impiegato,guadagno 1500 euro al mese, ho una moglie e due figli…” “Mi spiace,mi spiace veramente,ma è così”.

Ed è così. Le ultime rilevazioni statistiche nella “civilissima e avanzata Lombardia” confermano quanto da tempo si vedeva progressivamente materializzarsi :una sanità a due velocità. Giri lentissimi per i meno abbienti, velocissimi per chi può pagare di tasca propria. Ovvero—ma è lo stesso—per chi si può permettere di spendere diversi milioni all’anno per una polizza sanitaria integrativa,in base alla quale la compagnia di assicurazione pagherà rapidamente il laboratorio o l’ospedale(salvo aumentare il premio l’anno prossimo,visto che si tratta di “ paziente a rischio”…).

Tutto qui, solo un aggiornamento informativo, grazie al puntuale servizio di Franca Porciani sul Corriere della Sera del 30 novembre 2003 (pag. 53) . Che ci ricorda, con il linguaggio dei fatti, che la “mercatizzazione dei diritti” che gli antichi chiamavano universali—salute, casa, istruzione,giustizia—è un processo in corso accelerato. Ed è altresì un processo ineluttabile se non si vuol mettere in discussione (come meritatamente ha fatto di recente Giovanna Melandri ) l’ obbiettivo della riduzione delle imposte,soprattutto sui redditi medio-alti. Un obbiettivo che,anche secondo molte voci della sinistra, occorrerebbe perseguire per “sfondare al centro”. Parigi val bene una messa…Può obbiettarsi,però,che per chi si richiama a una cultura della solidarietà, nessuna Parigi può valere l’ulteriore sacrificio di chi ha di meno a favore di chi ha di più. E che inoltre–principii a parte–se la frontiera del welfare tenderà sempre più a spostarsi verso la tutela dei “disperati”, proprio quel ceto medio che tendenzialmente e tradizionalmente vota “al centro”,trovandosi privo di una protezione sociale ritenuta acquisita ( e contemporaneamente vittima di un carovita implacabile) tenderà a divaricarsi fra una destra populista e una sinistra “estremista”. Attenti a non scottarci (ancora una volta) le dita con la Realpolitik! Sembra invece ora di pensare , con priorità, alla emergente “questione sociale”, se non vogliamo che ai sempre più numerosi “fallimenti del mercato” corrisponda il fallimento, sul campo (cioè sul terreno delle risposte ai problemi veri ed urgenti della popolazione ) della cultura riformista.