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    Predefinito Amore, castità, matrimonio

    Castità prematrimoniale: perché sì?

    di Mario Palmaro

    La Chiesa si ostina a proporla. Molti giovani non la capiscono. È ancora
    possibile spiegare le ragioni ed i vantaggi della castità prematrimoniale?
    Ecco che cosa dire. Anche a chi non crede.

    Un giovane e una giovane si conoscono, si frequentano, si vogliono bene.
    Scoprono di desiderare una vita insieme e, magari, stabiliscono che un
    giorno diventeranno solennemente e pubblicamente marito e moglie. Un periodo
    di tempo - più o meno lungo - li separa dal momento in cui, salvo
    ripensamenti, si uniranno in matrimonio. Come vivere questa particolarissima
    stagione della vita che è il fidanzamento? Secondo la mentalità corrente,
    nulla di più normale che quei giovani si comportino come se fossero già
    sposati.

    Nell'insegnamento della Chiesa, invece, soltanto il matrimonio rende lecito
    il rapporto sessuale tra l'uomo e la donna. Si tratta di un conflitto
    acutissimo tra il senso comune dei contemporanei e il Magistero petrino; il
    divieto dei cosiddetti "rapporti prematrimoniali" rischia di risuonare
    sempre meno ascoltato e compreso, al punto da suscitare perfino nei pastori
    la tentazione alto scoraggiamento. Non è raro ascoltare il "lamento" di
    qualche parroco: "Dissuadere i fidanzati dai rapporti prematrimoniali?
    Figuriamoci, inutile perfino parlarne, non ci capiscono".

    Che fare, dunque?

    C'è un significato profondamente umano di questo insegnamento che,
    ininterrottamente e ostinatamente, la Chiesa affida agli uomini di ogni
    tempo. Bisogna aiutare le persone a riscoprire che non si tratta di
    un'impuntatura moralistica - "devi fare così perché devi, perché te lo dico
    io" - né di un sacrificio imposto ai fidanzati per il gusto di mortificarli,
    né di una prescrizione formalistica. priva di qualsiasi giustificazione
    razionale.

    Come sempre quando la Chiesa insegna una verità morale, la castità al di
    fuori del matrimonio ha un profondo significato antropologico: è proposta
    perché "fa bene" all'uomo, rispetta e promuove la sua più intima natura, lo
    aiuta a comprendere in profondità l'essenza del matrimonio.

    Proveremo dunque a offrire alcuni argomenti "umani" che possano aiutare a
    riaprire gli occhi sulla bellezza di questa "fatica" richiesta ai fidanzati
    e a chiunque viva al di fuori del matrimonio. Un piccolo prontuario per
    ragionare sul fatto che il "bene" insegnato dal "Papa e dai preti"' alla
    fine, conviene. E che il sesso prematrimoniale è, in verità,
    "anti-matrimoniale".

    1. Una prima constatazione di buon senso: il sesso unisce Crea cioè subito
    tra gli amanti un'unione affettiva, psichica, emotiva, intima e speciale che
    nessun'altra relazione è in grado di eguagliare. lì sesso produce un legame,
    poiché il corpo parla un linguaggio che va anche al di là delle intenzioni
    coscienti del partner. Ora, poiché questo legame nasce più o meno
    consapevolmente ogni volta, più partner sessuali si hanno più il legame con
    ognuno si fa più debole. Il sesso prematrimoniale aumenta drammaticamente le
    chance di divorzio.

    2. Saper aspettare irrobustisce il legame coniugale, perché il rapporto
    sessuale diviene qualcosa che i coniugi hanno condiviso solo l'uno con
    l'altro, dopo averlo desiderato senza soddisfano per un certo periodo. Un
    tempo che li ha visti cimentarsi (e cementarsi) in un impegno che implica
    aiuto reciproco, buona volontà "incrociata", crescita nella stima l'un per
    l'altro.

    3. Il rapporto sessuale prematrimoniale determina un accecante "effetto
    valanga", poiché è così affettivamente forte da annebbiare la scelta della
    persona. lì fidanzamento è tempo di verifica della scelta, tant'è vero che
    si può ancora ripensarci. Ebbene, se il rapporto lascia insoddisfatti, porta
    a concludere che i due sono "incompatibili", mentre magari il matrimonio
    potrebbe dimostrare il contrario; se, viceversa, risulta soddisfacente,
    maschera effettive incompatibilità pronte ad esplodere dopo il matrimonio.

    4. Esiste un nesso intrinseco fra il sesso e il rapporto stabile tra uomo e
    donna. Dunque è innaturale creare, attraverso il rapporto sessuale,
    un'intimità così forte per poi romperla. Ciò avverrà a prescindere dalle
    intenzioni delle persone: il significato oggettivo del sesso è intatti più
    importante - prevale - sul significato soggettivo. Il don Giovanni
    impenitente può credere soggettivamente che nessun rapporto è per lui
    realmente importante, ma non può evitare che ciascuno di quei rapporti lasci
    segni profondi nella struttura più intima della sua persona. C'è un fatto
    inequivocabile: l'effetto unitivo automatico del sesso.

    5. A questo punto, un'obiezione classica consiste nell'ipotizzare che due
    ragazzi abbiano già deciso di sposarsi, e che solo un lasso temporale
    "organizzativo" (la casa, il lavoro, gli studi...) li separi dal matrimonio.
    Perché "rifiutarsi" quegli atti che, compiuti dopo le nozze, la Chiesa
    considera pienamente legittimi? L'errore del ragionamento sta nella
    premessa: anche in casi simili, il sesso avverrebbe al di fuori di una
    decisione di esclusività e permanenza. Soltanto il matrimonio è un punto dì
    non ritorno che cambia la vita. Soltanto il patto matrimoniale è così forte
    e inclusivo - come scrive il filosofo Fulvio Di Blasi - da giustificare,
    cioè rendere giusta di fronte a Dio e agli uomini anche l'unione corporea.
    La castità prematrimoniale è il percorso propedeutico alla comprensione
    della vera essenza del matrimonio. Non si può capire l'indissolubilità
    matrimoniale se si rifiuta ottusamente il valore della continenza prima
    delle nozze.

    6. I fidanzati non hanno "il diritto" a possedersi carnalmente per la
    semplice ragione che ancora non si appartengono. Il sesso fuori dal
    matrimonio è quindi una specie di furto. Né vale a dissipare la colpa la
    tesi del sesso come "prova d'amore". L'amore non si prova. Ci si crede e lo
    si vive, responsabilmente. Provare una persona è ridurla a oggetto.

    7. La convivenza "di fatto" è, in tal senso, l'abbaglio più clamoroso per le
    coppie moderne: infatti, esse pensano in questo modo di "provare" il
    matrimonio, mentre la convivenza è tutto fuorché una prova di matrimonio,
    poiché manca della responsabàlità di una vita altrui per tutta la vita, che
    è tipica solo della promessa matrimoniale. Come scrivono Aduro Cattaneo,
    Paolo Pugni e Franca Malagò, c'è una bella differenza tra coniuge e
    compagno: l'uno - da cum e iugum è colui con il quale divido il giogo;
    l'altro - da cum e panis - colui con il quale divido il pane. Un conto è
    condividere il pranzo - esperienza aperta ai più svariati incontri - e un
    conto è mettere in comune la sorte e tutto se stesso. L'amore dei conviventi
    è tutto tranne che libero; perché un amore libero da impegni è un
    controsenso. lì motto implicito di ogni convivenza è: "fin che dura".

    8. Nonostante queste argomentazioni, resta oggi molto difficile convincere
    le persone che è meglio sforzarsi di aspettare la prima notte di nozze. Da
    un lato, gioca in senso contrario la pulsione degli istinti, che la
    modernità ha pensato di liquidare secondo le parole di Oscar Wilde: "L'unico
    modo di vincere le tentazioni è assecondarle". Ma c'è poi un motivo più
    profondo: i fatti della legge morale sono molto più evidenti nel lungo
    periodo. Può darsi che ad alcune generazioni possa sfuggire una verità
    morale. Ma di fronte al lungo cammino della storia, la verità si impone: una
    società non casta è ricca di divorzi e povera di figli.

    9. Che cosa dire ai giovani che abbiano fatto esperienza della caduta nel
    cammino verso il matrimonio? Di solito c'è una tacita convinzione - magari
    avallata dall'arrendevolezza degli educatori - secondo la quale non è
    possibile "invertire la rotta" una volta che due fidanzati vivano,
    sessualmente parlando, more uxorio: "oramai...", quasi che esistessero
    persone sottratte alla potenza della grazia santificante per colpa di una
    scelta o di uno stile di vita sbagliato. È dovere di ogni cattolico invece
    proporre la verità tutta intera anche a questi fratelli, trasmettendo loro
    la certezza della misericordia e del perdono di Dio, insieme alla robusta
    convinzione dell'efficacia degli strumenti che la Chiesa mette a
    disposizione per "fare nuova" la vita di ognuno. Di fronte alla vertigine
    che oggi un giovane prova nel sentirsi proporre la castità matrimoniale,
    valgano sempre le parole così umane degli Apostoli di fronte alla
    "intransigenza" del loro Maestro: "Dunque, chi potrà salvarsi?". E la
    risposta di Gesù: "Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è
    possibile" (Mt 19,25-26).

    La Parola di Dio

    "Fuggite la fornicazione! Qualsiasi peccato l'uomo commetta, è fuori del suo
    corpo; ma chi si dà alla fornicazione, pecca contro il proprio corpo. O non
    sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che
    avete da Dio, e che non appartenete a voi stessi?". (1 Cor 6, 18-19).

    Bibliografia:

    Ramòn Garcia de Haro, Matrimonio & Famiglia nei documenti del Magistero,
    Ares, Milano 2000.

    Fulvio Di Biasi, Rapporti pre-o anti-matrimoniali?, in Studi Cattolici,
    ottobre 2001, n. 488.

    Ugo Borghello, Le crisi dell'amore. Prevenire & curare i disagi familiari,
    Ares, Milano 2000.

    Arturo Cattaneo, con Franca & Paolo Pugni, Matrimonio d'amore. Tracce per un
    cammino di coppia, Ares, Milano 1997.

    Franca Malagò, Paolo Pugni, Etica semplice per la famiglia. Libertà,
    autorità, amore, Ares, Milano 1994.

    (c) Il Timone - n. 18 Marzo/Aprile 2002

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  2. #2
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    Sposi: gli occhi sull'infinito

    di don Luigi Negri

    "Mostrami un amante che sia pur bellissima, a che servirà la sua bellezza se
    non come segno ove o legga il nome di colei che di questa bellissima è più
    bella?"

    Così Shakespeare mette in bocca a Romeo nel dramma (Romeo e Giulietta, atto
    I scena I) che è universalmente considerato il dramma dell'amore umano. Ma
    l'amore umano è veramente umano perché non è soltanto umano: nella
    dimensione dell'amore l'uomo cerca il rapporto con l'infinito e la donna gli
    appare come segno inequivocabile di un mondo che la trascende e che al cuore
    dell'uomo è ancor più necessario della stessa donna. È scritto nella
    profondità dell'esistenza umana ed anima in modo permanente la coscienza
    umana la consapevolezza che l'uomo compie la sua personalità "in un Altro";
    che soltanto la dedizione gratuita all'altro (come segno del Mistero) rivela
    l'uomo a se stesso e lo mobilita nella grande costruzione della propria
    personalità nel mondo.

    Nell'abbraccio alla donna, che è una stretta che si compie definitivamente
    nella sessualità, l'uomo matura la propria personalità e si dispone a vivere
    in modo responsabilmente positivo il suo rapporto con la realtà: "crescete e
    moltiplicatevi e dominate la terra".

    C'è dunque al fondo della dimensione dell'amore umano una inalterabile
    vibrazione religiosa: l'origine del rapporto è il mistero stesso di Dio, la
    destinazione del rapporto è anch'essa una funzionalizzazione del mistero,
    perché nella generazione dei figli, nella loro educazione, nella creazione
    della società, l'uomo e la donna collaborano attivamente allo sviluppo
    dell'universo.

    Tutto questo, come ha detto Gesù Cristo era "in principio". Cioè tutto
    questo è scritto, in modo inestirpabile nella struttura stessa della natura,
    perché è scritto nella profondità del cuore di Dio e dell'uomo.

    Ma questa grande e religiosa certezza, che polarizza la vicenda della
    famiglia e della società per millenni, è anche sotto il segno della
    debolezza e sotto la tentazione della perversione, espressione della
    originale malattia del cuore dell'uomo. Così, la dedizione gratuita
    dell'uomo alla donna può diventare, e diventa, volontà di possesso e l'amore
    si muta in violenza e la generosità nella costruzione della società, a
    partire dalla fecondità, si muta in quell'egoismo corrosivo che dà luogo
    alle più tremende ingiustizie famigliari e sociali. Fonti di inesauribili
    recriminazioni e di odi inestinguibili e di tentativi, tanto violenti quanto
    utopicì, di cambiare la situazione. Sul matrimonio grava la "maledizione"
    che consegue al peccato originale: e quindi quella grande ed inesauribile
    possibilità di bene è continuamente tentata di ridursi e di degenerare.

    L'amore della prima giovinezza e l'entusiasmo di una dedizione che sembra
    eterno, viene travolto dalle circostanze amare della vita. Per questo solo
    nel mistero di Cristo, misericordia vivente di Dio e definitiva
    comunicazione della realtà di Dio all'uomo e alla sua storia, il matrimonio
    trova la sua radicale fondazione e la definitiva rivelazione della sua
    ultima natura e del suo autentico destino e l'uomo e la donna vengono messi
    in condizione di corrispondere pienamente a questa altissima vocazione che è
    insieme umana e cristiana.

    Come Cristo è entrato ed entra nel vivo del Suo Popolo, che è la Chiesa e ne
    costituisce il fondamento che non può essere smosso, e ne è la guida, viva
    ed eterna, così che l'appartenenza alla Chiesa è vero e definitivo incontro
    con Cristo, così (per una analogia fortissima che il Concilio Vaticano II ha
    esplicitato in modo semplice e chiarissimo parlando di chiesa domestica")
    Cristo entra nell'unità tra l'uomo e la donna e vi insedia come ragione
    definitiva della loro unità che per questo diventa innanzitutto luogo della
    memoria del Signore presente.

    L'unità dell'uomo e della donna, nel sacramento di Cristo e per il
    sacramento di Cristo, diventa soggetto di una autentica comunione ecclesiale
    e la condivisione incondizionata ("nella buona e nella cattiva sorte, nella
    salute e nella malattia, nella gioia e nel dolore") mostra il miracolo di
    una unità che "non nasce dalla carne e dal sangue ma da Dio è generata".

    È una comunione che stringe i due fino alla più quotidiana materialità (fino
    alla sessualità vissuta in modo irrevocabile ed esclusivo). Ma è una
    comunione che si assume il grande compito della generazione dei figli, della
    loro educazione umana e cristiana. È quindi il compito di dare sostanza,
    esistenziale e quotidiana, al mistero di comunione che è la Chiesa e di dare
    sostanza alla sua missione nel mondo: perché nella vita e nella azione della
    famiglia la Chiesa entra nella società e testimonia alla società che fede,
    speranza e carità sono un modo più umano per vivere la vita di tutti i
    giorni.

    Da duemila anni la famiglia è stata il modo più semplice e più profondo con
    cui la Chiesa ha dimostrato al mondo di non essere un luogo di spiritualismo
    o di moralismo: ma di essere, nel mondo, un mondo nuovo, di uomini e di
    donne e di bambini che "mangiano e bevono, vegliano e dormono, vivono e
    muoiono, non per se stessi ma per Lui, che è morto e risorto per tutti".

    Nella famiglia, innanzitutto e soprattutto, la Chiesa si rivela come popolo:
    il popolo di Dio che vive nel mondo e chiama il mondo a riconoscere Cristo.

    In tale famiglia la differenza evidente delle posizioni e delle funzioni tra
    l'uomo e la donna, la differenza delle responsabilità, dà luogo ad una
    profonda valorizzazione delle differenze che tende alla realizzazione piena
    della unità.

    Una unità fatta di verità, di tenerezza e di rispetto.

    Come dice di tutta la comunità cristiana, e quindi di ogni famiglia, la
    lettera a Diogneto: "avevano una capacità di rispetto ignota a tutti".


    Il Matrimonio


    San Paolo dice: "Voi mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la
    Chiesa. Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla
    Chiesa" (Ef 5,25,32). L'alleanza matrimoniale, mediante la quale un uomo e
    una donna costituiscono fra loro un'intima comunione di vita e di amore, è
    stata fondata e dotata di sue proprie leggi dal creatore. Per sua natura è
    ordinata al bene dei coniugi così come alla generazione e all'educazione
    della prole. Tra battezzati essa è stata elevata da Cristo Signore alla
    dignità di sacramento. Il sacramento del matrimonio è segno dell'unione di
    Cristo e della Chiesa. Esso dona agli sposi la grazia di amarsi con l'amore
    con cui Cristo ha amato la sua Chiesa; la grazia del sacramento perfeziona
    così l'amore umano dei coniugi, consolida la loro unità indissolubile e li
    santifica nel cammino della vita eterna.

    Il matrimonio si fonda sul consenso dei contraenti, cioè sulla volontà di
    donarsi mutuamente e definitivamente, allo scopo di vivere un'alleanza d'
    amore fedele e fecondo. Poiché il matrimonio stabilisce i coniugi in uno
    stato pubblico di vita nella Chiesa, è opportuno che la sua celebrazione sia
    pubblica, inserita in una celebrazione liturgica, alla presenza del
    sacerdote (o del testimone qualificato della Chiesa), dei testimoni e dell'
    assemblea dei fedeli. L'unità, indissolubilità e l'apertura alla fecondità
    sono essenziali al matrimonio.

    La poligamia è incompatibile con l'unità del matrimonio; il divorzio separa
    ciò che Dio ha unito; il rifiuto della fecondità priva la vita coniugale del
    suo "preziosissimo dono", il figlio. Il focolare cristiano è il luogo in cui
    i figli ricevono il primo annuncio della fede. Ecco perché la casa familiare
    è chiamata a buon diritto "la Chiesa domestica", comunità di grazia e di
    preghiera, scuola delle virtù umane e della carità cristiana. (Sintesi dal
    Catechismo della Chiesa Cattolica)

    Matrimonio:

    "In vista del bene dei coniugi, della prole e anche della società, questo
    legame sacro [il matrimonio, ndr] non dipende dall'arbitrio dell'uomo.
    Perché è Dio stesso l'autore del matrimonio, dotato di molteplici valori e
    fini: tutto ciò è di somma importanza per la continuità del genere umano, il
    progresso personale e la sorte eterna di ciascuno dei membri della famiglia,
    per la dignità, la stabilità, la pace e la prosperità della stessa famiglia
    e di tutta la società umana". (Concilio Vaticano II, Gaudium et spes, n.
    48).


    (c) Il Timone - n. 24 Marzo/Aprile 2003

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    Casta gioia...

    di Roberto Lanzilli

    La castità, via verso la felicità?

    É noto che nel mondo odierno la parola castità appare termine antiquato che
    evoca qualcosa di negativo. Sì, insomma, la solita limitazione sta dalla
    Chiesa - questa volta in materia di sessualità - giustificandola col fatto
    che, in quanto virtù, la castità aiuta a santificarsi.

    Trattandosi, poi, della castità coniugale, la cosa sembra ancor più fuori
    luogo, perché impedirebbe agli sposi di essere felici. lì tutto come se
    l'insegnamento costante della Chiesa fosse teso a privare l'uomo della
    felicità, almeno in questa vita.

    Ma è proprio vero?

    Già S. Tommaso d'Aquino affermava che: "la natura ha legato il piacere alle
    funzioni necessarie per la vita dell'uomo" (Sum. Theol. I-II, q.142, a.1),
    cioè la conservazione e dell'individuo e della specie. Anche Pio XII, con un
    diverso accento, dichiarava: "Il Creatore stesso... ha stabilito che nella
    reciproca donazione fisica totale gli sposi provino un piacere ed una
    soddisfazione sia del corpo sia dello spirito. Quindi, gli sposi non
    commettono nessun male cercando tale piacere e godendone. (...) Tuttavia gli
    sposi devono restare nei limiti di una giusta moderazione" (discorso del 29
    ottobre 1951).

    Quindi il piacere sarebbe ammesso solo se rispettoso delle finalità
    dell'unione coniugale e se ricercato secondo una giusta moderazione. San
    Paolo, difatti, non manca di avvertirci che "chi si dà all'impudicizia,
    pecca contro il proprio corpo (...) tempio dello Spirito Santo" (1 Cor
    6,18-19). Ciò nondimeno, non basta il controllo del proprio corpo. Si esige
    anche un'altra condizione: la purezza del cuore, cioè guardare il coniuge
    trascendendo la dimensione sensuale e a lui unirsi non solo per il piacere
    dei sensi. La purezza non è materia di poco conto. Matteo ricorda che: "i
    puri di cuore vedranno Dio" (5,8) e che "chiunque guarda una donna per
    desiderarla ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore" (5,28). San
    Paolo avverte che: "I desideri della carne portano alla morte, mentre i
    desideri dello Spirito portano alla vita e alla pace" (Rm. 8,6); e, prima
    ancora, in Tobia si legge: "Ora non per lussuria io prendo questa mia
    parente, ma con rettitudine di intenzione" (8,7).

    Ma, allora, che cosa fare per riuscire nella pratica di questa virtù?

    Potremmo rispondere con il suggerimento dell'angelo Raffaele a Tobia: ".....
    prima di unirti con essa [Sara], alzatevi tutti e due a pregare".

    Supplicate il Signore del cielo perché venga su di voi la sua grazia e la
    sua salvezza" (Tb 6,18). Ma ve ne sono altri: la mortificazione nelle cose
    lecite, la fuga dalle occasioni pericolose, la frequenza ai sacramenti, la
    considerazione del castigo causato dal peccato e della sacralità del dono
    dell'amore effuso dallo Spirito nei cuori degli sposi.

    La castità esige che gli sposi mantengano "in un contesto di vero amore, il
    significato totale della mutua donazione (significato unitivo) e della
    procreazione umana", che "esigono la piena fedeltà dei coniugi e ne
    reclamano l'indissolubile unità" (Gaudium et spes, 51 e 48) secondo un
    cammino graduale di santità (Familiaris consortio, 34), verso la visione di
    Dio.


    Matrimonio:

    "Per tener fede costantemente agli impegni di questa vocazione cristiana si
    richiede una virtù fuori del comune; è per questo che i coniugi, resi forti
    dalla grazia per una vita santa, coltiveranno assiduamente la fermezza
    dell'amore, la grandezza d'animo, lo spirito di sacrificio e li domanderanno
    nella loro preghiera".

    (Concilio Vaticano II, Gaudium et spes, n. 49).

    Glossario

    Castità. Virtù morale che limita l'appetito sessuale e si colloca
    all'interno della temperanza.

    Temperanza. Virtù cardinale che modera l'attrattiva dei piaceri e rende
    capaci equilibrio nei beni creati.

    Lussuria. Desiderio o fruizione disordinata del piacere venereo, che è
    ricercato per se stesso, al di fuori delle finalità di procreazione e di
    unione.

    (c) Il Timone - n. 24 Marzo/Aprile 2003

  4. #4
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    Matrimonio e amore: fine o inizio?

    di Paolo Pugni

    Attrazione fisica, simpatia o attrazione affettiva, amicizia, amore
    sponsale: tappe del cammino di una coppia giunta al matrimonio. Che è vero
    solo tra uomo e donna. Unioni omosessuali e convivenze: intrinsecamente
    errate.

    Che cos'è l'amore? E che cosa ha a che fare il matrimonio con questo
    sentimento? I matrimonio non è forse la tomba della passione e dell'amore?
    Queste, e simili affermazioni, sotto forma di domande retoriche,
    affastellano buona parte dei discorsi "da bar" che riguardano il matrimonio.

    Luoghi comuni? Sicuramente sì, ma anche profezie autodeterminanti: veleni
    assimilati per osmosi, attraverso il respiro, senza accorgersene, che
    finiscono per inquinare l'atteggiamento di fronte alla vita di tanti,
    giovani e meno giovani, e di distruggere il futuro. Giovanni Lazzaretti, del
    vivacissimo Centro Culturale Maritain di S. Martino in Rio, spiega così la
    motivazione ultima di questa confusione sullo scopo del matrimonio: "I
    comandamenti dal quarto al decimo definiscono i quattro pilastri di ogni
    società ordinata: vita (non uccidere), proprietà privata (non rubare, non
    desiderare la roba d'altri), famiglia (onora il padre e la madre, non
    fornicare, non desiderare la donna d'altri), verità (non dire falsa
    testimonianza). Nazismo e comunismo hanno attaccato nello scorso secolo i
    primi; il catechismo spiega che la società che attaccherà direttamente la
    verità sarà l'ultima, quella dell'anticristo. La società che attacca la
    famiglia è la nostra, e quando ci sveglieremo dal sonno i milioni di morti
    per aborto e le famiglie distrutte non saranno una tragedia inferiore ai
    lager nazisti".

    La dissoluzione della famiglia comincia dalla distruzione del matrimonio.

    Per parlare di matrimonio è necessario risalire al concetto di persona e a
    quello di legge. La persona è un essere vivente, unico ed irripetibile,
    qualificato da quattro ingredienti di base, le cui possibili combinazioni
    producono tutte le azioni umane. In ordine inverso di importanza sono: le
    pulsioni sensibili, l'affettività, la volontà e l'intelligenza. L'assenza di
    una o più di queste costituisce una malattia della persona. Le azioni
    dell'uomo diventano azioni umane se muovono, in qualche modo e in
    proporzione anche differente, tutte e quattro queste leve. La felicità, che
    è il fine ultimo che ci muove e motiva, consiste nel raggiungimento della
    pienezza del nostro essere: il pieno utilizzo di queste quattro qualità
    secondo le nostre potenzialità. Che cosa ha a che fare tutto ciò con il
    matrimonio e l'amore? E in quale modo c'entra la legge? La legge non è una
    applicazione alla e delta volontà, una imposizione da seguire, quanto, come
    spiega chiaramente S.Tommaso (Summa Theologiae I-II, q. 90), "una misura:
    l'applicazione dell'intelligenza alle situazioni per discernere il bene dal
    male".

    La legge quindi non è l'espressione di una volontà, magari popolare, quanto
    il riconoscimento di ciò che è già presente in natura: la legge è la regola
    per l'uso, la legge naturale è dunque ciò che spiega "il corretto
    funzionamento" dell'uomo per condurlo alla sua pienezza, lo scopo per il
    quale è stato creato: la felicità. Qual è la legge che governa l'amore, che
    lo disciplina verso la felicità? La costruzione dell'amore, illustrata
    splendidamente dall'allora cardinale Karol Wojtyla in Amore e responsabilità
    passa attraverso queste quattro tappe. Il percorso che può condurre
    all'amore vero parte sempre da una percezione sensibile: l'attrazione
    fisica. La sensualità non guida l'attenzione sulla persona intera, ma sulla
    sua "superficie": è l'aspetto corporeo quello che interessa e la finalità è
    il possesso dell'altro per sé.

    L'attrazione può sfociare in simpatia o attrazione affettiva: la sensualità
    evolve e coinvolge la dimensione dei sentimenti, ancora però in uno stato
    infantile, avvolto nel sogno. I sentimenti sono per definizione ciechi:
    nascono in modo spontaneo e contribuiscono spesso a deformare o a falsare
    l'oggetto, attribuendo alla persona valori di cui in realtà essa è priva. Si
    parla di idealizzazione: l'affetto, essendo fecondo, attribuisce all'amata/o
    quei valori che si vorrebbe trovare in essa/o, ma che in realtà non ci sono.
    Di nuovo non è la persona nella sua completezza l'oggetto di questo stadio
    dell'amore quanto la sua immagine "perfetta" e falsa che ci costruiamo. In
    questo senso si usa la persona come spunto per crearsi un modello ideale,
    che la persona in carne ed ossa non è. Anche qui la persona diventa oggetto,
    mezzo, pretesto per rendere concreto il sogno.

    Superando questa soglia adolescenziale dell'amore si raggiunge lo stato
    dell'amicizia nel quale fa la sua comparsa la volontà. L'altro viene amato
    per quello che è, con difetti e pregi, perché lo scopo dell'amicizia è
    quello del mutuo aiuto per raggiungere la felicità di entrambi. La
    dimensione portante è quella della verità, che comporta l'uso
    dell'intelletto per comprenderla e della volontà per applicarla. L'amicizia
    è un modo di uscire da se stessi per andare verso un'altra persona, che non
    sono "io", avendo di mira il suo bene, che non è il "mio": porre le basi per
    costruire qualche cosa di più che la semplice unione di "io" e "tu". Tra i
    tanti modi di amare, di donarsi agli altri con amicizia, ve ne è uno che va
    più lontano di tutti: è l'amore sponsale. L'amore non è ciò che un uomo
    prova per una donna o una donna per un uomo, ma ciò che esiste tra loro. La
    reciprocità è necessaria. Si supera allora la dimensione di due "io" per
    giungere a quella di un solo "noi", passaggio che comporta la donazione
    totale, libera e volontaria, del proprio io per dare vita al nuovo "noi".
    Nell'amore sponsale il percorso, che ha avuto inizio dalla sensualità, nella
    sessualità trova il compimento: come percorrendo una spirale siamo ritornati
    sì, in un certo senso, al punto di partenza, ma ad una quota superiore al
    via. La sessualità assume qui valore e dignità, poiché rivela il
    completamento di tutte le potenzialità espresse nella persona umana, la
    quale tra l'altro possiede - dispone - di organi genitali, quindi atti per
    natura alla generazione di nuova vita. I rapporti sessuali tra marito e
    moglie sono l'espressione dell'unione delle loro persone, raggiunta grazie
    ad un amore profondo.

    Siamo arrivati alla fine di questo per corso: l'amore sponsale è la vetta
    dell'amore umano, pieno completamento delle finalità e delle potenzialità
    presenti nella persona umana: è dono totale e reciproco di tutta la persona,
    in corpo e anima. E richiede il giusto ambito nel quale fiorire: il
    matrimonio monogamico ed indissolubile, che costituisce la forma di
    convivenza, tra un uomo e una donna, in grado di rispettare la dignità della
    persone coinvolte. Tra un uomo e una donna: perché solo questa unione onora
    le potenzialità generative delle persona umana. Monogamico perché la
    donazione totale di se stessi non può avere che un unico destinatario.
    Indissolubile perché solo l'indissolubilità rispetta la dignità dell'altra
    persona: negarla significherebbe giustificare il fatto che io posso decidere
    di accompagnarmi ad una persona solo per il tratto di strada che mi
    accomoda.

    Allora non è la persona che mi interessa, ma il tratto di strada e quello
    che, durante questo tratto di strada, da lei posso ottenere: questo è
    trasformare la persona in oggetto. E matrimonio, vale a dire vita in comune
    perché non c'è né dono né rispetto né amore nel dare solo il proprio corpo
    per riceverne in cambio uno diverso, a rate, nei fine settimana, aspettando
    di vedere che cosa succederà. Solo se il legame è indissolubile, io accetto
    completamente e definitivamente le mie responsabilità nei confronti della
    persona amata, accetto di affrontare le sue lune, le sue stanchezze, le sue
    delusioni, le sue tensioni. Tutto questo contribuisce grandemente a
    sviluppare le nostre famose quattro leve: è quindi un mezzo per migliorarci,
    aiutandoci a raggiungere la felicità.

    Possiamo a questo punto rispondere alle domande iniziali: l'amore non è né
    la fine né il fine del matrimonio: ne è invece il presupposto, l'abbrivio
    iniziale.

    Il percorso logico che abbiamo fin qui seguito ci conduce ad affermare che
    due sono gli scopi del matrimonio: il raggiungimento della massima
    perfezione personale, il proprio livello di "beatitudine", grazie all'aiuto
    del coniuge, e l'apertura alla vita.

    Possiamo ora anche esaminarne le conseguenze: essendo il matrimonio una
    realtà naturale, che procede dalla natura della persona - uomo e donna - le
    unioni omosessuali o le convivenze non possono in nessun modo essere
    considerate matrimoni, sebbene certa pseudo-cultura faccia di tutto per
    farle passare come tali e quantunque riconosciute da leggi deliranti. E
    significativo ad esempio il commento che Saverio Vertone rivolge dalle
    pagine del Corriere Sette del 3 marzo 1994 a quanti sostenevano che l'unione
    omosessuale è del tutto lecita poiché le leggi di natura non sono che una
    invenzione filosofica: "Che cosa impedisce che queste persone riescano anche
    a procreare? C'è di mezzo anche qui il pensiero aristotelico-tomista? Quale
    potenza sconosciuta è responsabile di questa perdurante discriminazione che
    costringe i gay legittimamente uniti in matrimonio ad adottare figli altrui
    nor potendolì generare in proprio? Se la natura è un invenzione della
    filosofia scolastica, dove si nasconde il trucco?".

    Bibliografia:

    Malagò - Pugni, Etica semplice per la famiglia, Milano 1994.

    L Cattaneo - R Malagò - R Pugni, Matrimonio e amore, Ares, Milano 1997.

    CS. Lewis, I quattro amori, Jaka Book, Milano 1992

    Ugo Borghello, Le crisi dell'amore, Ares, Milano 2000

    Karol Woltyla, Amore e responsabilità, Marietti, Milano 1980.

    Matrimonio:

    "Per la sua stessa natura, l'istituto del matrimonio e l'amore coniugale
    sono ordinati alla procreazione e alla educazione della prole e in queste
    trovano il loro coronamento. E così l'uomo e la donna, che per l'alleanza
    coniugale "non sono più due, ma una sola carne" (Mt 19,6), prestandosi un
    mutuo aiuto e servizio con l'intima unione delle persone e delle attività,
    esperimentano il senso della propria unità e sempre più pienamente la
    conseguono. Questa intima unione, in quanto mutua donazione di due persone,
    come pure il bene dei figli, esigono la piena fedeltà dei coniugi e ne
    reclamano l'indissolubile unità". (Concilio Vaticano II, Gaudium et spes, n.
    48).

    Matrimonio:

    "I coniugi sappiano dl essere cooperatori dell'amore di Dio Creatore e quasi
    suoi interpreti nel compito di trasmettere la vita umana e di educano; ciò
    deve essere considerato come missione loro propria E perciò adempiranno il
    loro dovere con umana e cristiana responsabilità e, con docile riverenza
    verso Dio, di comune accordo e con sforzo comune, si formeranno un retto
    giudizio". (Concilio Vaticano II, Gaudium et spes, n. 50).

    (c) Il Timone - n. 24 Marzo/Aprile 2003

  5. #5
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    Sposi chiamati alla gioia

    di Roberto Beretta

    Educarsi ad una vita di castità. Nel matrimonio comporta un dono totale dei
    coniugi uno all'altro. Aperto alla vita e secondo il progetto di Dio.
    Intervista a una coppia di educatori.


    Ma, allora, la morale cattolica è davvero "impossibile"? Circola spesso
    questo pregiudizio tra le coppie, anche credenti: la Chiesa è sessuofoba, la
    Chiesa e repressiva, la Chiesa ci impone regole che nessuno può osservare.

    E' davvero così? Lo chiediamo a chi di esperienza in materia se n'è fatta un
    po': sia perché è sposato da quasi quarant'anni, sia perché da tempo si
    occupa di educazione alla famiglia. Sono i coniugi Antonietta e Sante
    Mondardini; cesenati, tre figli, lei è dottoressa in Scienze biologiche, lui
    medico. Da anni partecipano all'esperienza di Incontro Matrimoniale (un
    movimento per sposi e per preti che si ripropone la simultanea
    valorizzazione dei due sacramenti), essendone stati anche dirigenti
    nazionali. Oggi i coniugi Mondardini fanno parte del gruppo responsabili di
    Retrouvaille/Ritrovarsi, programma per il recupero dei matrimoni in grave
    difficoltà. E se non ci aiutano loro...


    Sante e Antonietta, che cosa rispondete a chi ritiene che le prescrizioni
    della Chiesa in materia sessuale siano realisticamente inapplicabili?


    "È vero che la nostra generazione, e quelle che ci hanno preceduto, hanno
    vissuto i vincoli e i balzelli che tanti moralismi imponevano. Ciò che
    personalmente più ci ha affrancato, però, è stato riflettere sul fatto che
    la Chiesa siamo noi e che - in essa - lo Spirito Santo ci aiuta. Più che
    divieti e regole, dunque, noi riceviamo aiuti e suggerimenti per vivere la
    nostra vocazione alla gioia. È stato inoltre molto significativo per noi il
    passaggio da un'idea di santità troppo spesso identificata solo nel
    martirio, a una santità fatta di accettazione di un carico leggero e
    liberante".


    E tuttavia, sempre limitandoci al metodo, a molti sembra sgradevole il fatto
    che preti o vescovi (celibi per vocazione) vadano a intrufolarsi fin quasi
    in camera da letto... E che il loro responso sembri comunque repressivo,
    quasi insensibile al dramma di coscienza cui spesso sottopone le persone. È
    così?


    "Fra i vari ministeri della Chiesa, quello del discernimento riguardo alla
    sessualità e all'intimità sessuale crediamo che debba essere riservato I
    alle coppie più che ai celibi ordina ti. Infatti, il sacramento del
    matrimonio è addirittura il segno dell'intimità fra le persone della Trinità
    e costituisce il nostro specifico man dato, diverso dal servizio legato al
    sacramento dell'ordine, ossia dei preti. Ma serve una formazione per
    raggiungere tale coscienza. Inoltre, va considerato che abbiamo per secoli
    demandato la funzione educativa a persone non sposate che, pur se
    culturalmente aperte, conservano la loro mentalità da celibi. Infine, si è
    dato troppo rilievo, a parer nostro, al "peccato" sessuale, passandone in
    secondo ordine altri, fors'anche più importanti. La sessualità è un dono di
    Dio; apprezziamola, valorizziamola. Fare di due persone completamente
    diverse un'unità che sprigioni amore è un cammino in salita; però Dio ci ha
    dato gli strumenti adatti per percorrerlo: ringraziamolo, anche per il
    "letto matrimoniale". Nella vita di coppia, infatti, il rapporto sessuale è
    fondamentale, tanto che nella tradizione della Chiesa il matrimonio viene
    considerato nullo se non è "consumato". lì sesso è comunicazione, è una
    delle vie privilegiate e specifiche degli sposi per essere presenti l'uno
    all'altro, insieme al dialogare e al pregare in coppia e come coppia. Questi
    sono i pilastri che reggono la casa coniugale".


    Uno degli scogli maggiori della morale cattolica è senza dubbio la
    contraccezione. È difficile spiegare perché "no alla pillola", e ancora più
    difficile dire perché "no al preservativo"... Voi, da coniugi cristiani, che
    cosa direste a una giovane coppia?


    "Che l'obiettivo di un cristiano è 'dare vita', ossia essere fecondi sempre:
    mai essere contro la vita. Il che, però, non s'identifica strettamente nella
    fertilità fisica. La fecondità prima di tutto è attenzione e cura per la
    crescita della relazione di coppia. Io, Antonietta, ripeto sempre che è la
    nostra relazione di coppia il primo figlio da accudire, amare, educare, far
    crescere, ed è anche l'unico ambiente datore di vita; i figli, ad esempio, e
    tutte le persone che incrociano il nostro cammino di sposi, non possono
    ricavare gioia se la relazione fra noi non è sana. Quindi mai essere
    contraccettivi; anche se, per essere fecondi, a volte occorre controllare la
    fertilità fisica.


    Vediamo il "lato buono" della morale sessuale cattolica. Quali sono i suoi
    vantaggi, per chi la pratichi? Quale potrebbe essere il suo messaggio
    positivo nel contesto sociale e culturale odierno?


    "Il lato buono è che si esalta la differenza complementare fra l'uomo e la
    donna; che la loro unione viene vista come via di realizzazione e di
    pienezza per le persone; non crea strumentalizzazioni reciproche, ma
    significa accettazione, ascolto nelle differenze, quelle sessuali in
    particolare; è aiuto reciproco nei momenti di frustrazione e di dolore.

    Ecco, il rapporto sessuale va inteso come aiuto: sentirsi amati, desiderati,
    cercati, è una via efficace per uscire dalle frustrazioni e dalle delusioni
    e per condividere la propria gioia. Un amore autentico e appassionato ci
    permette di realizzare il bisogno più profondo scritto nella nostra carne
    dal Creatore stesso, ossia quello di essere amati e stimati. Perché questo
    sogno si trasformi in realtà, però, bisogna educarsi a una vita di castità,
    che in realtà significa l'utilizzo più gioioso e più positivo della
    sessualità. I mariti e le mogli che vivono castamente donano completamente
    l'uno all'altro la propria maschilità o femminilità, espressa in tutti gli
    aspetti della loro vita, e ancor più completamente nell'intimità sessuale.

    L'amore eterno può essere vero solo se iniziamo ad educarci a ciò fin da
    piccoli, a capire cioè che Dio ci ha pensati insieme fin da quando ancora
    eravamo nel grembo della madre. Purtroppo non è questo l'insegnamento del
    mondo in cui viviamo".


    Spesso si contrappongono la "libertà" dimostrata da Cristo di fronte alle
    regole e l'"oppressione" cui la Chiesa costringerebbe invece i suoi figli
    sposati. È possibile comunicare la morale sessuale come messaggio di
    liberazione?


    "Non siamo una comunità di giudici e inquisitori, ma di compagni di viaggio
    con diverse mansioni. Non è questione dunque di "leggi" o di regole, bensì
    di accompagnamento per giungere alla visione dell'amore di due sposi il
    giorno delle nozze: scendendo dall'altare, essi iniziano un viaggio durante
    il quale ciascuno dei due rivelerà all'altro chi davvero egli (o ella) è
    agli occhi di Dio".


    Matrimonio:

    "L'intima comunità di vita e d'amore coniugale, fondata dal Creatore e
    strutturata con leggi proprie, è stabilita dall'alleanza dei coniugi, vale a
    dire dall'irrevocabile consenso personale. E così, è dall'atto umano col
    quale coniugi mutuamente si danno e si ricevono, che nasce anche davanti
    alla società, l'istituzione del matrimonio, che ha stabilità per ordinamento
    divino". (Concilio Vaticano II, Gaudium et spes, n. 48).


    Matrimonio:

    "La sessualità propria dell'uomo e la facoltà umana di generare sono
    meravigliosamente superiori a quanto avviene negli stadi inferiori della
    vita; perciò anche gli atti specifici della vita coniugale, ordinati secondo
    la vera dignità umana, devono essere rispettati con grande stima. Perciò,
    quando si tratta di mettere d'accordo l'amore coniugale con la trasmissione
    responsabile della vita, il carattere morale del comportamento non dipende
    solo dalla sincera intenzione e dalla valutazione dei motivi, ma va
    determinato secondo criteri oggettivi, che hanno il loro fondamento nella
    dignità stessa della persona umana e dei suoi atti, criteri che rispettano,
    in un contesto di vero amore, il significato totale della mutua donazione e
    della procreazione umana; cosa che risulterà impossibile se non viene
    coltivata con sincero animo la virtù della castità coniugale". (Concilio
    Vaticano II, Gaudium et spes, n. 50).

    (c) Il Timone - n. 24 Marzo/Aprile 2003

  6. #6
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    La castità matrimoniale

    di Mario Palmaro


    Se ne è persa la memoria o non si ha più il coraggio di parlarne: la castità
    tra gli sposi sembra essere scomparsa. Invece è progetto di Dio, modo di
    essere dell'uomo e della donna, verità sulla persona.



    Gli uomini del terzo millennio, e i giovani in particolare, corrono due
    rischi: o non sentono nessuno parlare di castità, tanto meno di castità
    matrimoniale; oppure, vengono raggiunti da un'idea caricaturale di castità,
    una specie di opzione preferenziale per gli anormali, improponibile alla
    gran parte degli uomini e delle donne dotati delle consuete pulsioni.
    Inutile nasconderlo: parlare di castità, in particolare all'interno del
    matrimonio, è oggi più che mai una scommessa impegnativa.

    Innanzitutto, perché la parola stessa è caduta vittima di un inesorabile
    declino che l'ha relegata nella soffitta delle cose che non si usano più.
    Una parola che sa di ragnatele e di tempi antichi, ritenuta oramai
    inservibile, "superata". Attenzione: prendersela con "il mondo", con la
    secolarizzazione, con la decadenza dei costumi, non risolverebbe il
    problema. Perché i primi ad avere paura nel maneggiare l'argomento sono,
    spesso, proprio i cattolici. La castità fa parte di quella categoria di
    concetti che sono scomparsi da molte catechesi, da molte predicazioni, da
    molti programmi pastorali. Un po' come i novissimi. Un'operazione condotta
    spesso senza malizia, anzi con l'intenzione di rendere più presentabile, più
    "affascinante" il Vangelo, alleggerendolo di quell'aurea plumbea fatta di
    divieti e di peccati connessi alla sfera della sessualità. Ma che rivela una
    pessima conoscenza della castità di cui parla la Chiesa, e una scarsa
    considerazione per la potenza sorprendente della verità tutta intera
    contenuta nel Vangelo.

    Prendiamo dunque atto di un primo problema: c'è un lavoro di restauro" molto
    impegnativo che ci attende. Da un lato, per ridare lustro e splendore
    proprio alla parola, "castità", ridonandole una seconda giovinezza che
    scoraggi dal tentativo - un po' patetico - di sostituirla con sinonimi
    improbabili o con complicati giri di parole. Dall'altro lato, perché bisogna
    ristabilire tutta la verità intorno a questa parola che, quando sopravvive
    nell'uso corrente, viene riempita di significati fantasiosi, imprecisi o
    addirittura completamente sbagliati.

    La castità come discorso di Dio sull'uomo

    La prima sfida da vincere è questa: riuscire a far riscoprire il valore
    profondamente umano della castità, come discorso fatto da Dio sull'uomo
    attraverso il Vangelo e la sua Chiesa. Per riuscirci, bisogna riconoscere e
    neutralizzare una serie di luoghi comuni che la nostra società ha elaborato,
    in particolare intorno alla castità nel matrimonio. Vediamone alcuni: la
    castità è un valore superato, una parola che oggi non ha più senso; la
    castità è una faccenda che riguarda preti e suore, ma non le persone
    normali; la castità è un impegno che termina con il matrimonio: dopo, ogni
    coppia stabilisce le sue regole; la castità riguarda solo la nostra anima.
    Come si noterà, si va da posizioni molto "lontano", ad altre che trovano
    terreno fertile nelle stesse comunità cristiane. Come reagire, che cosa
    rispondere, come argomentare di fronte a questi errori così radicati nel
    senso comune?

    La sessualità come modo di essere dell'uomo

    La prima cosa da fare è tornare a riflettere sul significato profondamente
    umano della sessualità, cioè sul fatto che la persona è o uomo o donna. A
    molti potrà apparire una perdita di tempo intorno alla cosa più ovvia del
    mondo. Ma non dobbiamo dimenticarci che ogni errore intorno alla fede e alla
    morale, ogni eresia, è frutto innanzitutto di una "dimenticanza" della
    realtà, di un difetto di attenzione alle cose così come sono. Il Vangelo non
    è una camicia di forza che imbriglia l'uomo, ma è la descrizione più
    perfetta e più armoniosa di come l'uomo è realmente nel progetto di Dio.

    Il santo non è un anormale eccentrico, ma è la realizzazione più piena della
    natura umana: se così non fosse, non avrebbe senso parlare di "vocazione
    universale alla santità".

    Se non vinciamo questa resistenza psicologica interna, ogni precetto della
    Chiesa, ogni comandamento del decalogo, sarà sempre vissuto come una
    indebita e illogica mortificazione della libertà individuale. Un non-senso
    fatto legge.

    Tre risposte sbagliate

    Ma se è vero che ognuno di noi esiste inevitabilmente come uomo o come
    donna, si tratta di riflettere sul significato dì questa realtà: perché la
    persona umana o è uomo o è donna? Oggi, se ascoltiamo le opinioni più
    diffuse fra la gente, abbiamo di fronte a noi tre risposte possibili:

    a. Siamo uomo o donna per garantire una migliore perpetuazione della specie
    umana, attraverso il dimorfismo sessuale. È una risposta che contiene un
    pezzo di verità, ma che - se pretende di essere completa - non ci fa capire
    niente dell'uomo. Perché riduce la sessualità a una sfera meramente animale.
    Mentre, invece, la sessualità umana nella sua intima natura non è uguale a
    quella delle bestie.

    b. Siamo uomo o donna in virtù di una contrapposizione oppressiva e
    conflittuale, che deve essere superata fino a scomparire. È la lettura
    tipica del femminismo, che determina uno degli errori più gravi intorno alla
    persona umana, perché riduce l'essere uomo/essere donna a tatto meramente
    culturale, negando l'esistenza di una natura maschile e di una natura
    femminile.

    c. Siamo uomo o donna, ma in realtà ogni individuo sceglie, usando della sua
    libertà, quale senso dare alla sua mascolinità/femminilità. In questa
    interpretazione il senso dell'essere donna o uomo è totalmente inventato da
    ciascuno, e quindi non ha alcun significato obiettivo. Tutto e il contrario
    di tutto diventa lecito.

    In tutte e tre le ipotesi siamo completamente fuori strada: o perché si
    riduce la sessualità a un fatto meramente biologico (naturismo); o perché si
    riduce la sessualità a un fatto psicologico soggettivo o sociale
    (culturalismo).

    La risposta della Chiesa: la castità come verità sulla persona

    La Chiesa ha una risposta ben diversa per spiegare il senso del nostro
    essere così profondamente segnati dalla sessualità. Notiamo infatti che uomo
    e donna sono caratterizzati da una profonda e connaturale diversità, della
    quale il dato morfologico è solo il segno più evidente: la donna esprime un
    modo di amare, pensare, riflettere, agire, soffrire, che è diverso da quello
    dell'uomo. Ma - e qui ci imbattiamo nel primo fatto sorprendente - questa
    diversità non genera conflitto, bensì reciproca attrazione. L'attrazione
    verso l'unità dei due.

    Ora, questa attrazione non è spiegabile se non a partire dal fatto che uomo
    e donna condividono, in quanto persone, una identità intima comune; e cioè
    che entrambi hanno bisogno di verità e di amore. Hanno bisogno di affermare
    tutta la verità e tutto l'amore possibile purché autentico. La sessualità,
    come ogni altra manifestazione dell'umanità, si può capire soltanto a
    partire dalle più vere e genuine aspirazioni che la persona ha nel suo
    cuore. Altrimenti, il suo "esercizio" meramente muscolare apparirà dapprima
    come appagante, e in un secondo momento, inevitabilmente, alienante, vuoto,
    deludente. Facendo oscillare la persona dalla esaltazione per lo sfogo dei
    propri istinti alla depressione per la sensazione di aver fatto "qualcosa di
    sporco". Se si tenta di osservare il problema da questo punto di vista, ci
    si accorge di come il moralismo non c'entri nulla con la castità; e di come,
    però, senza la castità, non sia possibile nessuna riflessione autenticamente
    morale sull'uomo.

    La castità come linguaggio del corpo

    Questo discorso sembra molto astratto, filosofico, impalpabile. Ma diventa
    assai più "vicino" alla nostra vita se riflettiamo su un fatto
    inequivocabile: l'uomo non può incontrare realmente l'altro se non
    attraverso il corpo. Ogni relazione, da quella sociale e pubblica, a quella
    intima e affettiva, si esprime nella fisicità del corpo. Il corpo non è uno
    strumento di cui la persona possa fare uso, così come ci capita di usare un
    elettrodomestico, un'automobile, un computer. Questi mezzi restano "altri da
    me", e la mia intima natura ne rimane estranea. lo non ho il mio corpo; io
    sono (anche) il mio corpo. Ecco perché, in uno di quei brani che ci
    inchiodano alla esigente serietà del Vangelo, Gesù ci ricorda che se
    guardiamo una donna desiderandola, abbiamo già commesso il peccato nel
    nostro cuore: perché così facendo abbiamo separato quel corpo dalla persona,
    asservendolo ai nostri desideri disordinati.

    Invece, la forma adeguata di comunicazione tra persone è la donazione di se
    stessi. Quando si sfugge da questa regola, si entra in una spirale dalla
    quale diventa difficile sfuggire. Erode forse non avrebbe mai ordinato
    l'uccisione di Giovanni il Battista; ma quando viene avviluppato dalla danza
    suadente di Salomè, si ritrova prigioniero della sua abitudine (il suo
    habitus) a vivere lontano dalla castità.

    I contenuti della castità

    Giunti a questo punto del nostro discorso, ecco che si dischiudono i
    luminosi orizzonti dell'etica matrimoniale insegnata dalla Chiesa. Ora
    dovrebbe esserci più chiaro come essa non si riduca alla fredda elencazione
    di atti permessi e atti proibiti, simile al complesso rituale seguito dagli
    ebrei veterotestamentari per le loro abluzioni. Ma, nello stesso tempo, la
    posta in gioco è tale da non potersi riassumere in un generico e
    sentimentale "volersi bene" degli sposi; la castità si manifesta nella
    concreta necessità di riconoscere azioni oggettivamente contrarie alla
    dignità dell'uomo, creato a immagine dì Dio.

    Nessuna concessione, dunque, a una deriva di tipo protestante che nega la
    possibilità di trarre dal Vangelo precise indicazioni morali. Possiamo anzi
    riconoscere alcune coordinate che orientano la castità fra gli sposi:

    a. Inscindibilità della dimensione unitiva e procreativa: l'atto coniugale
    riceve nella prospettiva cattolica la massima esaltazione come vero e
    proprio vertice della creazione. La congiunzione dei corpi esprime la
    comunione delle persone. È atto corporale e spirituale insieme. Ma se si
    separa - ad esempio con la contraccezione - la sessualità dalla potenzialità
    procreativa, si introduce un elemento oggettivo di falsificazione, perché
    l'atto non è più di totale donazione all'altro.

    b. Apertura alla vita: niente come la nascita di un figlio mette di fronte
    all'evidenza che si può toccare, si può tenere in braccio - di qualcosa che
    pur venendo da noi, ci eccede da tutte le parti; qualcosa di nostro, eppure
    di totalmente ricevuto. La finalità procreativa non è una eccezione
    improbabile nell'abbraccio coniugale, ma ne costituisce la regola
    intrinseca. Esprime la fiducia della coppia nel disegno provvidenziale.

    Si dice che l'uomo pro-crea, e non che si riproduce, perché ogni
    concepimento (fosse anche accidentale, imprevisto, non voluto) rimanda a un
    fattore che sta oltre i genitori, e del quale essi sono chiamati a dare
    testimonianza.

    c. Rispetto del corpo: Il linguaggio autentico dell'amore esige che i
    coniugi si rispettino, non secondo sensibilità soggettive e arbitrarie, ma
    orientando la loro libertà al criterio del vero bene. Ciò spiega perché,
    anche all'interno del matrimonio, siano oggettivamente illeciti tutti gli
    atti che mirano al piacere sessuale senza essere intrinsecamente ordinati
    alla procreazione.

    La castità come fatica

    Se, come abbiamo visto, la castità è uno stile di vita possibile e anzi
    necessario alla realizzazione della persona uomo/donna, ciò non significa
    che essa sia facile da realizzare. È cattiva catechesi quella che fa credere
    assolutamente spontanea e allegramente gioiosa l'adesione dell'uomo alla
    castità, quasi non esistesse la piaga aperta del peccato originale e la
    minaccia instancabile del Tentatore. Aggravata, in questa materia, dalle
    cattive abitudini e dal clima "avvelenato" in cui capita di vivere. Ma noi
    sappiamo anche che Dio non comanda l'impossibile, e che dunque a nessuno è
    preclusa la strada della libertà autentica. La castità è un cammino di
    ascesi che implica:

    a. l'acquisizione del dominio di sé, come pedagogia della libertà umana. O
    l'uomo comanda le sue pulsioni, o ne è comandato; b. l'uso dei mezzi
    necessari ad affrontare questa fatica (obbedienza ai comandamenti; esercizio
    delle virtù; fedeltà alla preghiera, affidandosi in particolare a Maria e
    Giuseppe);

    c. l'esercizio della temperanza, come affidamento alla ragione delle nostre
    passioni; d. la pazienza di coltivare un'opera di lungo respiro, mai
    acquisita una volta per tutte; e. la castità conosce le leggi della
    crescita, la quale passa attraverso tappe segnate dall'imperfezione e assai
    spesso dal peccato.

    d. La pazienza di coltivare un'opera di lungo respiro, mai acquisita una
    volta per tutte;

    e. la castità conosce le leggi della crescita, la quale passa attraverso
    tappe segnate dall'imperfezione e assai spesso dal peccato.

    Bibliografia:

    Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2331-2400. Congregazione per la
    Dottrina della Fede, Dichiarazione Persona Humana, Roma 1976.
    Ramon Garcia de Haro, Matrimonio & Famiglia nei documenti del Magistero,
    Ares, Milano 2000.
    Carlo Caffarra, Il matrimonio come originaria espression1 della socialità
    umana, Catechesi ai giovani, 18 gennaio 2003.
    Angelo Scola, Uomo-Donna, il caso serio dell'amore, Marietti 1820, Genova
    2002.
    Emilio Silvestrini, La rettitudine oggettiva-soggettiva degli sposi nel loro
    atto coniugale, Pontificia Accademia Pro Vita Roma 1997.

    Matrimonio:

    "Però nella loro linea di condotta i coniugi cristiani siano consapevoli che
    non possono procedere a loro arbitrio, ma devono sempre essere reni da una
    coscienza che sia conforme alla legge divina stessa; e siano docili al
    magistero della Chiesa, che interpreta in modo autentico quella legge alla
    luce del Vangelo". (Concilio Vaticano II, Gaudium et spes, n. 50).

    (c) Il Timone - n. 24 Marzo/Aprile 2003

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    Matrimonio: indissolubile per natura

    di Marco Invernizzi

    Il mondo laicista contesta la condanna di Giovanni Paolo II del divorzio. Senza capire che l'indissolubilità è una proprietà del matrimonio, senza la quale esso non esiste.

    Com'è difficile il "mestiere" del Papa. Criticato per l'incontro di Assisi (24 gennaio 2002) da chi Io accusa di tacere l'unicità del cristianesimo per aver convocato una giornata di preghiera, a favore della pace e contro il terrorismo, con i rappresentanti delle altre religioni presenti nel mondo, pochi giorni dopo viene criticato per un discorso al Tribunale della Rota Romana del 28 gennaio 2002 in cui ribadisce l'indissolubilità del matrimonio come valore umano, naturale, comune a tutti gli uomini, non soltanto ai cristiani. Ancora, in occasione della "Giornata per la Vita" (3 febbraio 2002), viene criticato un suo intervento in cui chiede "coerenti applicazioni sotto il profilo giuridico" in difesa della vita e apprezza l'iniziativa del Movimento per la Vita italiano volta a ottenere il riconoscimento giuridico dell'identità dell'embrione.

    Sarebbe troppo semplice ricordare che il Pontefice ha dello ad Assisi che pregare per la pace non significa "indulgere in alcun modo al relativismo né al sincretismo", così come stento a capire il motivo per cui - come ha scritto don Gianni Baget Bozzo a commento dell'intervento del Papa sul divorzio - il Papa non dovrebbe ricordare una verità soltanto perché scomoda, in quanto non accettata dalla maggior parte dei contemporanei. Se la Chiesa dovesse limitarsi all'insegnamento o al ricordo di quanto gradito agli uomini, non capirei proprio la sua funzione. Perché contrapporre, come fa il sacerdote genovese, la predicazione della Grazia di Cristo a quella dei dieci Comandamenti, visto, come lui stesso ricorda, che la Grazia è il rimedio dei mali morali? La Chiesa non condanna la società che sbaglia, ma le ricorda che sta sbagliando, che lo sfascio delle famiglie non porta alla felicità eterna, e nemmeno a quella temporale. E perché imitare il mondo progressista, clero compreso, nella condanna dell'enciclica Humanae vitae di Papa Paolo VI, dove il Papa ricordava che l'atto coniugale è un atto d'amore se e aperto alla vita, contro la mentalità "contraccettiva" che separa l'amore dalla vita?

    Imprudente ad Assisi per aver permesso che "passasse" attraverso i media l'idea della sostanziale uguaglianza delle religioni, imprudente per aver ricordato verità scomode e lontane all'uomo moderno circa divorzio e difesa della vita, il Papa "scopre" quanto sia difficile essere prudenti nella complicata società contemporanea. Forse, la più grande tentazione, la vera imprudenza, sarebbe quella cara a progressisti sia laici che cattolici-democratici: tacere, e così accettare di uscire lentamente dalla scena, professando la propria fede con rigore dogmatico e liturgico, come avviene nel mondo dell'Ortodossia, in perfetta solitudine, senza ricordare verità morali. di ordine naturale, che potrebbero disturbare la cultura dominante.

    Si può discutere sull'opportunità o meno di un numero così elevato di interventi magisteriali, che potrebbero sottrarre attenzione a quelli più importanti. Ma chi stabilisce quali sono gli argomenti importanti, meritevoli quindi di intervento e quali no? Al di là delle nostre opinioni sul punto - oltretutto puramente accademiche - rimane il fatto che dovremmo ringraziare gli interventi del Magistero, senza i quali saremmo ancora più confusi e disorientati. Infatti, viviamo in un mondo molto diverso dal "secolo breve", quel Novecento caratterizzato e insanguinato dalla violenza delle ideologie. Oggi, il modo di essere e di vivere dominante non prevede di "cambiare il mondo", ma di adeguarsi a quello nel quale si vive, senza preoccupazioni in ordine né alla verità né all'amore per il prossimo, quello vero, che pretende, per esempio, anche di dire la verità scomoda a chi ci vive accanto. E una verità scomoda è l'indissolubilità del matrimonio ricordata da Giovanni Paolo II, almeno a giudicare dai sondaggi di Datamedia riportati da il Giornale del 30 gennaio 2002, secondo i quali l'87,5% degli intervistati sarebbe più o meno contrario alle posizioni del Papa.

    Il Papa avrebbe potuto tacere, oltretutto non rischiando di inimicarsi l'ordine degli avvocati "matrimonialisti", ai quali ha chiesto di non cooperare nelle pratiche che portano al divorzio. Ma continuando a tacere si rischia di perdere definitivamente il rapporto con la verità. Non c'è verità che senza essere ricordata, trasmessa, spiegata, possa restare nella mente e nel cuore delle persone.

    Il problema in questione non è soltanto relativo al matrimonio, ma riguarda tutta la mentalità dell'uomo ingannato dal soggettivismo, incapace di cogliere nella natura una verità oggettiva, che prescinde dalla sua volontà e dal suo piacere o interesse momentaneo. L'uomo non può fare qualsiasi cosa sia possibile, la sua volontà è moralmente limitata anche quando potrebbe materialmente ottenere quanto desidera. E questo vale non soltanto per i cristiani, ma per tutti gli uomini, perché "il bene dell'indissolubilità è il bene dello stesso matrimonio; e l'incomprensione dell'indole indissolubile costituisce l'incomprensione del matrimonio nella sua essenza". Questa verità non è percepita spesso neppure dai cattolici, molti dei quali pensano che "il matrimonio indissolubile sarebbe proprio dei credenti per cui essi non possono pretendere di 'imporlo' alla società civile nel suo insieme". Ricordo come, durante la campagna referendaria per abrogare la legge sul divorzio nel 1974, molti cattolici non sapevano come rispondere alla propaganda divorzista che li accusava di voler imporre, con l'indissolubilità del matrimonio, un comportamento cristiano a chi non professava la fede cattolica. L'indissolubilità è una proprietà del matrimonio, senza la quale quest'ultimo non sussiste ed è questa la ragione per cui la Chiesa riconosce l'inesistenza del matrimonio quando uno dei coniugi non crede nell'indissolubilità dello stesso: questo è uno dei casi del cosiddetto "annullamento" da parte dei tribunali ecclesiastici, che non è una forma di "divorzio cattolico, come maliziosamente o per ignoranza si sente affermare con frequenza. "Non ci si può arrendere alla mentalità divorzistica: lo impedisce la fiducia nei doni naturali e soprannaturali di Dio all'uomo", e l'attività pastorale - ricorda il Papa - deve sostenere e promuovere l'indissolubilità, ricordando che la via per superare le crisi matrimoniali si trova nell'amore coniugale stesso, nel quale il Creatore ha messo la forza per superare lo smarrimento e la prova.

    Bibliografia:

    Giovanni Paolo II, Familiaris consortio, Città del Vaticano 1981.

    Giovanni Paolo II, Udienza al Tribunale della Sacra Rota Romana del 28 gennaio 2002, su L'Osservatore Romano del 28/29 - 1 - 2002

    Giovanni Paolo II, Angelus del 3-2-2002, su L'Osservatore Romano del 4/5 - 2 - 2002.

    © Il Timone - n. 18 Marzo/Aprile 2002

 

 

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