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E’ bene sgombrare il campo da ogni dubbio: i cinque scandinavi non hanno mai goduto di una buona nomea tra il pubblico metallaro. Il motivo non è mai stato pienamente chiarito, sebbene un quarto dei ragazzi nati negli anni Settanta ha mosso i primi passi in campo hard’n’heavy proprio con gli autori del famoso (o famigerato?) “The Final Countdown”, brano perfettamente calibrato tra tastieroni pompati, cori demodé ed un chitarrismo rombante quel che basta.
Ora non ci soffermiamo sull’omonimo blockbuster degli svedesi, bensì sul capitolo precedente, per molti versi giudicato il miglior asso calato dalla band di Stoccolma, qui presente nella formazione a quattro e priva di tastierista fisso.
Un concentrato di puro hard rock, con frequenti avvisaglie heavy metal, viene sprigionato dalla tellurica “Scream Of Anger”, in assoluto il brano più massiccio uscito dalla penna di Joey Tempest, pregno di un rifframa impetuoso e proveniente da un girone infernale, tanta è la carica immessa dentro la sua sei corde da un giovanissimo John Norum, titolare unico dell’appellativo di “rocker senza compromessi” all’interno della band. Ancora lo stesso chitarrista si rende efficace nell’hard blues di “Treated Bad Again”, scontato se vogliamo, ma dotato di quell’appeal tale da sprigionare un “non me lo sarei mai aspettato” derivante dal fan di vecchia e nuova data. La meritata ribalta avviene con la strumentale “Aphasia” (termine indicante l’impossibilità di parlare), efficacissimo botta e risposta tra l’ispirato Norum ed il drumming del non meno perspicace Tony Reno, batterista che a seguito del successo di quest’album decise di ritornare in famiglia per occuparsi dell’officina meccanica del padre (sic!).
Il già citato Joey Tempest è sempre autore di quasi tutti i brani (nove su dieci), e mostra, mai come in queste “ali del domani”, quanto le previsioni in campo musicale possano rivelarsi errate, ed il medesimo come back di due anni dopo confermerà a pieno titolo questa supposizione. Lo stesso cantante ammetterà in seguito di aver mostrato il carattere più eclettico di sé in questi quaranta minuti, riferendosi anche al frangente lirico, accarezzante, in più occasioni, la fiaba sgraziata, l’oscura epica medievale, il tradimento di un rapporto, l’amicizia e la coscienza sociale, avvalendosi anche di qualche puntata classica nel campo saffico tra uomo e donna (l’acerba “Open Your Heart”, ripresa in versione AOR quattro anni più tardi).
E’ il 1984: i prodromi del pop metal, o hair metal che dir si voglia, si stanno lentamente insinuando nell’etere musicale, e nel volgere di breve tempo esploderà nelle charts mondiali. Gli Europe saranno gli esponenti di spicco assieme ai rivali Bon Jovi: America contro Europa (of course!), e vinca il migliore. L’orecchiabilità della loro proposta negli anni a venire rimarrà invariata, certo, tuttavia è il sostrato ritmico e sonoro a modificarsi, divenendo, salvo sporadici casi, meno dinamico e pronto a adagiarsi su toni più solenni e ruffiani (in definitiva: meno hard rock!)
“Wings Of Tomorrow”, la title-track, rimbalza dal basso del suo essere motivetto un poco burinotto e senza pretese, al quale fanno da contrasto le restanti gemme: il vivacissimo inno “Dance The Night Away”, il dilemma tra passato e futuro della torva “Wasted Time”, la metallica e tirata “Lyin’ Eyes”, per finire con l’apologia al sognatore decantata da Tempest e dal suo pianoforte in “Dreamer”. L’apertura ed il riff portante di “Stormwind” racchiudono da soli il concetto di hard dal gusto sopraelevato.
Chi adora i bei faccini degli svedesi non deve far altro che procurarsi i posters, coloro che adorano la melodia semplice (e basta!) si tengano alla larga, o almeno si avvicinino con cautela assoluta.
Per tutti gli altri, poche, fondamentali, e scontate parole di rito: Buy Or Die!
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