La stampa nazionale si sveglia: troppi dubbi sull’ingresso nell’Ue del paese islamico
LEONELLO APOLLONI
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Una delle caratteristiche della cultura islamica è 1'assenza del concetto di libertà politica, base dei valori dell'Occidente. Nei contatti con gli occidentali, gli arabo-musulmani sono, di volta in volta, costretti dalle circostanze a esprimere tale concetto (nel quale, ovviamente, non credono e mai crederanno), ma il termine arabo che usano - horriyah - letteralmente non significa "libertà" ma "affrancamento", "assenza di schiavitù" dal punto di vista giuridico. Cioè qualcosa di ben diverso dall'ampio e variegato concetto di libertà politica, innestato nel Dna delle culture indoeuropee con un sostrato religioso politeistico-pagano.
Il termine horriyah deriva dall'aggettivo hurr, che significa "schiavo emancipato, affrancato". Fu usato per la prima volta nel 1774 nel testo di un accordo commerciale tra russi e turchi. Al tempo della campagna napoleonica d'Egitto (1799), gli studiosi e gli scienziati al seguito (ma, a volte, alla testa) dell'armata francese, ebbero il loro daffare per spiegare agli sceicchi e ai notabili locali il significato del termine più importante dei tre che componevano lo slogan della rivoluzione francese (libertà, eguaglianza, fraternità).
Al termine di sfiancanti discussioni condotte in genere da interpreti dragomanni (non musulmani), gli interlocutori egiziani quasi mai sembravano in grado di penetrare il significato profondo della parola più amata dagli europei.
Fu a partire dalla prima metà del secolo XIX che gli arabofoni decisero che quello che per loro era un termine con valenza esclusivamente giuridica (assenza della condizione di schiavitù) dovesse essere usato - soprattutto per compiacere le potenze europee in ascesa e ai cui valori (insieme con le mode più varie) occorreva almeno fingere di adeguarsi - anche un significato politico, violentandone così il senso originario.
Sono passati due secoli e questa forzatura non è ancora stata "digerita" e in quei Paesi e sotto quei cieli la libertà politica - e "le" libertà (di pensiero, espressione, riunione ecc.) - restano tuttora delle illustri sconosciute.
Se si pensa che gli elleni, espressione dell'origine della cultura occidentale, unici al mondo già tremila anni fa, si erano identificati con l'ideale di (e delle) libertà, allora probabilmente cominciamo a percepire lo spessore della barriera che ci separa dall'Islam. Con queste premesse è forse superfluo parlare di democrazia in contesti arabo-musulmani, dove nessuno si sognerebbe di attribuire la sovranità al popolo, dal momento che non può che spettare a Allah.
Ma qual è il valore base dei musulmani? Mentre per gli occidentali la libertà è senza dubbio in cima ai loro valori, per loro e per tutta l'ampia area del nord Africa e del vicino Medio Oriente in generale, il valore più alto è riconosciuto alla sottomissione dell'altro (Islam significa infatti "sottomissione", "resa", ovviamente ad Allah) si tratti di un "fratello" musulmano o di un infedele. Tutto ciò con una differenza vistosa nella concretizzazione dei due modi di vedere l'altro: mentre in Occidente si pensa al più importante dei valori quasi esclusivamente mentre lo si sta per perdere o, peggio, quando lo si è perso, il musulmano orientale non smette per un istante della sua vita di pensare freneticamente a come sottomettere l'altro o a prevaricarlo in generale. Il principio di parità tra esseri umani è, da sempre, un non senso nell'area mediorientale.
Al contrario è, da sempre, in cima alla scala dei valori del mondo occidentale. Vale la pena di ricordare l'impatto evocativo generato nei nostri liceali dalla riflessione degli storici greci, secondo i quali gli elleni in navigazione nel Ponto Eusino (Mar Nero) in direzione della Colchide (Caucaso) raggelavano allorché avevano l'impressione di sentire chiaro il "clangore delle catene" della vicina Asia (da Eos: "Aurora", quindi: "Levante"), terra a cui gli dei dell'Olimpo avevano negato (e tuttora negano) il privilegio della libertà.
Ma l'avevano concessa esclusivamente come sommo privilegio tra "tutti i mortali sulla terra feconda", come dice Omero negli Inni, testo alla base della religiosità ellenica.
Mai come in quei momenti l'unicità della cultura greca - che, trasferita nel più vasto ambito continentale europeo, avrebbe partorito, in sinergia con la "sorella" latina, la cultura occidentale - appariva, a noi studenti di liceo, netta, ben definita, apollinea.
Affrontando il tema della compatibilità dei fedeli del Corano con il sistema pluralistico di tipo occidentale (alla cui base è l'idea di libertà), il filosofo saggista inglese Roger Scruton (The West and the Rest. Globalization and the terror threat, Intercollegiate Studies Institute, Wilmington) rileva come l'identità occidentale si fondi sulla capacità di avere "costruito un'idea della cittadinanza che non è per nulla globale, ma è radicata nella giurisdizione territoriale e nella loyalty nazionale".
Scruton sostiene che nel realizzare questo originale sistema di convivenza (in cui l'idea di libertà svolge un ruolo di primo piano) l'Occidente ha "inventato" la politica. Cioè il mezzo per tenere insieme le comunità, basate ciascuna su una identità di territorio, di lingua, di interessi e in grado pur nelle tensioni - di realizzare e indurre nei loro membri un più o meno forte senso di identità. Dal canto suo, afferma lo studioso inglese, 1'Islam non è mai stato in grado di abbracciare questo tipo di orizzonte: identifica il senso di appartenenza con la fede religiosa (che è tutt'uno con la politica) e non riesce a concepire la politica come un sistema di regole e strumenti di convivenza.
[Data pubblicazione: 31/10/2004]




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