Corriere della Sera - NAZIONALE
data: 2004-10-31 - pag: 13
L'istruttoria della Procura militare di Padova dopo l'inchiesta del
«Corriere». E un altro fante italiano ricorda: anche a Butera ci arrendemmo
e lor o spararono
Sicilia '43, sette soldati Usa indagati per i massacri
«Gli americani ci sorpresero alle pendici di Butera mentre stavamo
caricando il nostro cannone su un camion. Erano le tre di notte del 13
luglio 1943: un bengala illuminò tutto a giorno e loro ci puntarono contro i
mitra. Uno ci urlò in dialetto siciliano: "Alzate le mani. Venite accà"..
Noi obbedimmo. Ci fecero camminare per settecento metri. Poi cominciarono a
spararci addosso con i mitra. Io fui centrato nello stomaco, ma sono
sopravvissuto». Bruno Vagnetti oggi ha 82 anni: vive a Perugia e non riesce
a dimenticare quella notte. E la sua testimonianza va ad allungare l'elenco
degli eccidi contro prigionieri e civili compiuti dai militari statunitensi
nei primi giorni dello sbarco in Sicilia. Lo scorso giugno, il Corriere ne
rivelò cinque. Adesso la lista nera si è allungata e comprende almeno nove
differenti episodi. Portano quasi tutti la firma della 45ª Divisione, mentre
la vicenda descritta da Vignoni probabilmente è stata opera dei Ranger che
espugnarono Butera.
Su questi fatti vuole fare luce la Procura militare di Padova, che sta
cercando di ricostruire la mappa dell'orrore. Il procuratore Sergio Dini ha
identificato e iscritto nel registro degli indagati sette americani che
presero parte alle esecuzioni. Ora l'Interpol dovrà accertare se sono ancora
in vita: in tal caso, risponderanno della morte di 36 artiglieri, 37 avieri
e otto contadini. Ma la lista rischia di essere molto più lunga e
raccogliere più di 220 vittime.
I magistrati hanno scoperto i nomi dei sette americani grazie agli
atti dei due processi celebrati dagli americani nell'agosto del '43 mentre
in Sicilia si stava ancora combattendo. Proprio di fronte al dilagare di
segnalazioni sull'uccisione di prigionieri, vennero subito istruite due
corti marziali per giudicare i casi più eclatanti. Una decisione senza
precedenti, che forse testimonia la volontà di frenare il ricorso
indiscriminato alla vendetta su chi alzava le mani. E' come se l'inattesa
resistenza italo-tedesca nella zona di Gela avesse fatto perdere la testa
alle divisioni di punta del generale Patton. Alcuni soldati non dormivano da
giorni, molti - recitano gli atti della corte - erano sotto l'effetto di
psicofarmaci.
Nel primo processo il sergente Horacio West fu riconosciuto colpevole
dell'omicidio di 37 italiani e tedeschi, che lui stava trasportando verso le
retrovie. Fu condannato all'ergastolo, ma dopo pochi mesi venne liberato nel
timore che la famiglia facesse arrivare ai giornali la notizia del massacro:
sarebbe morto combattendo in Bretagna. La seconda corte marziale esaminò il
caso del capitano John Compton, che fece fucilare 36 italiani catturati in
un bunker dell'aeroporto di San Pietro. Compton fu assolto proprio perchè
dimostrò che esisteva un ordine di Patton: «Il generale ci ha detto: "Anche
se cercano di arrendersi, non lasciateli vivere"».
E' quello che accadde alla squadra di Vagnetti. I cinque fanti del 34
Reggimento con il loro piccolo cannone da 47/32 avevano partecipato al
contrattacco di Gela, che stava per far fallire lo sbarco Usa. «Da Butera
dovevamo ritirarci su Piazza Armerina. Quando ci hanno sorpreso avevamo
posato le armi per spingere il cannone sul camion. Poi quelle raffiche alle
spalle, nel buio. Il sergente Baraldo, che veniva dal Veneto, morì subito.
Io, un fante calabrese e il sergente Bertamè di Milano venimmo abbandonati
feriti. Un quinto uomo, il sergente Tamborino di Milano, invece era
praticamente illeso: fu lui a trascinarci lontano dalla strada. Rimanemmo
nascosti per ore. Poi chiedemmo aiuto perchè perdevamo troppo sangue: una
colonna americana ci raccolse. Ma, quando gli raccontavo cosa ci fosse
successo, loro ridevano e mi prendevano in giro: "Sei un pazzo, noi non
spariamo ai prigionieri"».
Gianluca Di Feo
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