...dell'Italia
Roma. Il primo studio sistematico sulla politica europea dell’Italia – scritto da Roy Willis oltre trent’anni fa – parlava di una nostra vocazione a essere il “ceremonial heart”, il cuore cerimoniale, della Comunità.
Da allora, le conferme non sono mancate:
nel 1985, il Consiglio europeo di Milano, presieduto da Bettino Craxi, lanciò la Conferenza intergovernativa (Cig) che approdò poi all’Atto unico e al varo del mercato interno.
Nel ’90, il Consiglio europeo di Roma, presieduto da Giulio Andreotti, aprì la Cig che sarebbe sfociata nel Trattato di Maastricht.
Nel ’96, a Torino, sotto la presidenza di Lamberto Dini, fu inaugurata la Cig che avrebbe portato al Trattato di Amsterdam.
Mancato, per ragioni di rotazione fra i Quindici, l’appuntamento
col Trattato di Nizza (2000), l’Italia si è riproposta nel ruolo l’anno scorso, lanciando il 3 ottobre da Roma la Cig poi conclusa col varo del Trattato costituzionale in giugno.
Il caso, di nuovo, ha voluto che la “cerimonia” che non ha potuto aver luogo in dicembre – per la mancanza di accordo fra i 25, ma anche perché i Consigli europei non si svolgevano più nella capitale del paese alla presidenza di turno – si sia svolta ieri, proprio dove si era tenuta la prima firma 47 anni fa, chiudendo così un cerchio quasi cinquantennale.
C’è dunque una continuità, in questo ruolo “cerimoniale”, che va al di là delle polemiche interne di questi giorni.
D’altra parte, c’è una certa continuità anche in questa vocazione della politica estera italiana a sottolineare la presenza più che la sostanza.
La “politica del sedere” – come la definì a suo tempo l’ambasciatore Pietro Quaroni –è stata un tratto tipico della nostra condotta internazionale almeno da quando, trent’anni fa, Valéry Giscard d’Estaing cercò di escluderci dal G5 e noi corremmo a lamentarci da Henry Kissinger, venendo così ammessi (assieme al Canada) a “sedere” al tavolo del G7, salvo poi non avere nulla di particolarmente interessante da dire agli altri commensali.
Casi del genere si sono ripetuti nei decenni successivi, soprattutto di fronte agli apparenti o minacciati direttorii o “nuclei duri” (europei e/o occidentali): ancor oggi, è di nuovo a Washington che ci rivolgiamo per impedire almeno che la Germania sia ammessa al tavolo di un altro G5, quello del Consiglio di sicurezza dell’Onu.
Da quando al governo c’è Silvio Berlusconi, l’Italia si è poi trovata più spesso del solito – per caso e/o scelta – a svolgere una politica estera “cerimoniale”.
Dal G7 del 2001 al vertice Nato-Russia del 2002 a Pratica di Mare, dalla presidenza europea del 2003 fino alla firma di ieri (non strettamente dovuta in termini legali, ma senz’altro conseguente in termini simbolici), il nostro paese si è trovato a ospitare i grandi del mondo in misura sproporzionata rispetto al ruolo giocato nei diversi contesti e al peso e alla capacità d’iniziativa, che risultano a volte sminuiti anche per l’ambiguo legamecontrasto di fondo tra due correnti di politica estera riconducibili, anche costituzionalmente, al governo e alla presidenza della Repubblica. Dalla “politica del sedere” alla “diplomazia del catering”, dunque?
Lo scarto tra il ruolo “cerimoniale” e il resto
Il problema non è tanto questo: non c’è nulla di male o di sbagliato, a promuoversi in questa chiave, e Berlusconi è stato più attento dei suoi predecessori agli aspetti di immagine.
Il problema, semmai, è l’eventuale scarto fra la dimensione
“cerimoniale” in sé e il ruolo diplomatico effettivo svolto dall’Italia. La vistosità dell’una rischia di mettere ancor più in evidenza la limitatezza dell’altro.
In questo caso specifico, purtroppo, il “caso Buttiglione” ha pesato in senso negativo, anche più di quegli aspetti protocollari – la presenza contemporanea e i ruoli rispettivi di Berlusconi, Ciampi, Prodi e perfino Amato – che pure hanno aggiunto qualche tensione supplementare a questa cerimonia europea in terra italiana.
saluti




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