Le ragazze italiane sequestrate hanno scritto per 'L'espresso' il loro diario. Il rapimento, la prigionia, la paura di non tornare a casa, la liberazione. E le polemiche. Ma anche la scelta di andare in Iraq con un 'Ponte per...' mentre infuriano la guerra e il terrorismo
di Simona Pari e Simona Torretta
È passato più di un mese dal 28 settembre, il giorno in cui Simona Torretta e Simona Pari sono state liberate dopo tre settimane di prigionia. Ora hanno deciso di narrare,
per la prima volta, in prima persona, il loro sequestro e la loro esperienza in Iraq.
I racconti sono stati curati da Gigi Riva
di Simona Torretta
Dal cielo, sull'aereo che mi sta riportando in Italia, vedo Baghdad dall'alto, come poche volte l'ho vista. È un'immagine che sfuma in poco tempo. Pare, da lassù, una città ordinata, ha un disegno squadrato. Uno, se non la conosce, non si può immaginare quanto sia sfigurata al suo interno. Mi viene da piangere: lascio parte della mia vita, il mio lavoro, gli amici senza avere avuto il modo di riabbracciarli. Lo vivo come un esilio, un'emigrazione forzata. Capisco che non potrò più tornarci per molto tempo. Il sequestro è stato la rottura traumatica di una storia lunga dieci anni. Una storia che qui ricapitolo, per la prima volta, anche con me stessa.
di Simona Pari
All'aeroporto io e Simona abbiamo sorriso perché eravamo libere. Il credito di vita che si era accumulato durante i giorni della prigionia, finalmente, ci era stato risarcito. Eravamo cariche di quella voglia di vita che avevamo accumulato durante tre settimane. Ho sorriso e continuo a sorridere per rispetto di chi in questo momento sta soffrendo, in qualsiasi parte del mondo. Ho ripreso il flusso della mia vita e delle idee che avevo lasciato 21 giorni prima. Questo è il racconto di quei ventuno giorni. E dell'anno che li ha preceduti.
Il mio Iraq, di Simona Torretta
Era il 1994 e io avevo 19 anni quando sono stata per la prima volta in Iraq per un viaggio di conoscenza culturale. Quella esperienza mi ha segnato: ero venuta a contatto con una sofferenza generalizzata, estesa, che aveva colpito una popolazione intera a causa di un embargo. Prima di allora la parola embargo non aveva per me alcun significato, adesso invece la potevo coniugare con quello che vedevo. Negli ospedali i dottori si lamentavano perché non potevano trattare i bambini leucemici. Il fatto che più colpiva era che i pazienti erano, nella stragrande maggioranza bambini sotto i cinque anni nati dopo la guerra del 1991: la famosa sindrome del Golfo, provocata dall'uso di uranio impoverito durante i bombardamenti. Ho sentito che avevo una responsabilità, che mi riguardava. Ho promesso ad alcune famiglie che mi sarei preoccupata di far avere loro dei medicinali, che mi sarei data da fare.
Due anni dopo mi sono presentata all'Associazione 'Un ponte per...' e mi sono proposta come volontaria. La stessa parola 'ponte' è così evocativa. I ponti uniscono due sponde. Gli artiglieri cercano di abbatterli, noi cercavamo di ricostruirli laddove c'era un isolamento economico profondo. Ero poco più che adolescente. Nei miei occhi c'erano le immagini che avevo visto negli ospedali, così cariche di contenuto. A quell'età ci si fanno poche domande e le risposte sono circoscritte a ciò che si conosce: i bimbi leucemici erano il pensiero assillante. Poi una cresce, torna a Baghdad, le domande si amplificano e le risposte diventano più difficili. Saddam Hussein andava rimosso, certo, ma quello era un problema politico. Noi non potevamo nulla circa le questioni macropolitiche, il nostro lavoro consisteva nello stare accanto a una popolazione stremata. La gente soffriva ed era confortata dalla presenza di stranieri. Magari in quei tempi ci fossero state tutte le ong che sono arrivate nel 2003. Ma allora si era in pochi per le esigenze di molti.
Nel 1998, nel momento in cui Clinton minacciava dei bombardamenti, sono tornata a Baghdad. È stato in quell'occasione che ho visitato le università e le scuole, ho intervistato numerosi docenti affranti perché l'embargo impediva l'aggiornamento accademico. Negli anni '70 e '80 l'Iraq aveva raggiunto un livello di alfabetizzazione molto avanzato rispetto agli altri Stati dell'area e il Paese aveva ricevuto un premio Unesco per aver combattuto l'analfabetismo. Erano gli anni in cui l'Iraq era popolare nel mondo che conta e Saddam era sostenuto dagli Usa per la guerra contro l'Iran degli ayatollah. Ho avviato un'indagine sulle condizioni delle biblioteche universitarie per cui mi sono trattenuta fino a dicembre, quando sono arrivati i bombardamenti promessi. I miei primi quattro giorni sotto le bombe.
In quel periodo è nato il programma per ristabilire un rapporto tra le università italiane e quelle irachene. Una delle prime a rispondere positivamente, Pavia: dipartimenti di oncologia ed ematologia. A quel punto la mia scelta definitiva è compiuta. Decido di lasciare l'ong con cui avevo un contratto per dedicarmi totalmente a 'Un ponte per...'. Per uno stipendio di 1.500 euro, porto avanti diversi progetti. Parte quello sugli atenei.
Non so se l'Iraq era nel mio destino o se tutto è dovuto alla casualità del primo viaggio. Probabilmente avrei cercato comunque un'esperienza di questo tipo, perché ero pronta. Avevo una reale volontà di una conoscenza sul campo che andasse oltre l'insegnamento teorico. Non c'è dubbio poi che abbia subito il fascino del luogo. Mi muoveva un interesse culturale, oltre al bisogno di stare accanto a una popolazione che soffre. È vero il detto che dare fa bene a chi lo fa oltre a chi riceve. L'Iraq per me è stato una scoperta lenta. Quando mi trovo dentro una situazione ho voglia di andare fino in fondo, sviscerare, comprendere i lati nascosti. Lì c'era molto da scoprire. A partire da una dittatura che ai mei occhi era silenziosa e non sembrava opprimente. Volevo capire dove si nascondesse, dove fosse da ricercare il lato oscuro della dittatura.
Facevo la spola tra Roma e Baghdad. Poi la svolta. Nel gennaio del 2003, arrivo in Italia quando già si sentono i venti di guerra. La gente laggiù fa già incetta di zucchero, sapone, olio, farina, pane. Si prepara al peggio. In cuor mio avevo già deciso di tornare in Iraq per la guerra. Mi hanno chiesto e mi sono chiesta spesso perché. Non ho una risposta. In quel momento mi sembrava la cosa più naturale: avevo deciso di stare vicino a quella popolazione, nel bene e nel male. I bombardamenti erano già cominciati da due giorni quando ho ottenuto il visto. Non era facile arrivare. Sono salita su un volo per Damasco, da lì ho intrapreso il viaggio più lungo della mia vita: 18 ore. All'aeroporto c'era un ragazzo di Ramadi ad aspettarmi. Chissà per quale canale aveva saputo di un'italiana che voleva entrare. Mi chiedeva un passaggio. Le frontiere erano già chiuse. Siamo dovuti andare fino al nord della Siria dove abbiamo trovato un confine informale gestito da militari che, dopo qualche controllo, non hanno fatto difficoltà. Sul versante iracheno non c'era già più nessuno. Arriviamo a Ramadi, il ragazzo scende. Stanno bombardando, ma io decido che voglio continuare. Arriviamo nella capitale accompagnati da una scia di bombe che cadono da entrambi i lati. Mi sistemo all'hotel al Fanar dove si erano rifugiate molte famiglie irachene nella convinzione che fosse un posto sicuro perché ci stavano gli occidentali. Ricordo padri di famiglia che si preoccupavano di spiegare ai bambini perché c'era la guerra e raccontavano che loro, gli iracheni, l'avrebbero vinta. Per questo quando sono arrivati gli americani quei bambini avevano gli occhi tristi. E i papà dovevano riraccontare la storia. Tra la popolazione c'erano dei sentimenti conflittuali. Da una parte la contentezza per la fine della dittatura, la felicità perché Saddam non c'era più e si erano liberati dell'incubo. Dall'altra la tristezza per il Paese occupato, le preoccupazioni per il futuro: gli iracheni sono un popolo dignitoso.
Già nel mese di maggio, le ong presenti decidono di costruire un coordinamento alternativo a quello americano per portare avanti interventi in maniera indipendente, neutrale e imparziale, come vogliono i principi fondamentali del diritto umanitario. Nell'estate, ad agosto, c'è l'attentato alla sede dell'Onu che muta radicalmente il quadro per tanti motivi. Emergono le crepe nel meccanismo dell'occupazione, molte ong lasciano il Paese.
Nessuna delle promesse sbandierate con la fine della guerra circa il futuro dell'Iraq viene rispettata. La qualità della vita dei cittadini peggiora rispetto agli anni bui dell'embargo. Mancano l'acqua, la benzina, l'elettricità, tutti i servizi di base che dovrebbero essere garantiti secondo le regole del diritto internazionale. L'aggravarsi delle condizioni di sicurezza impedisce il processo di ricostruzione. Le uniche opere che vengono messe in cantiere favoriscono le aziende statunitensi invece che quelle locali e di conseguenza la disoccupazione arriva al 60 per cento. La stessa Baghdad, una grande capitale culturale, è irriconoscibile, sfigurata dalla presenza di carri armati, posti di blocco, muri di cementi sollevati per proteggere edifici ritenuti a rischio, dove esiste una zona verde all'interno di una zona rossa. Tutto questo è il panorama visivo degli uomini, delle donne e soprattutto dei bambini che, terrorizzati dal rumore dei cacciabombardieri, esorcizzano tutto quello che vedono attraverso dei disegni dove vengono rappresentate solo scene di guerra. Spesso per definire la situazione in Iraq si usano termini come il caos o il pantano. A parte l'occupazione, c'è la resistenza e c'è il terrorismo. Non sempre sono due elementi così distinti. Talvolta si sommano e si confondono. L'insieme, rende la popolazione due volte vittima.
Noi decidiamo di rimanere per tanti motivi. I rischi per la nostra incolumità aumentano, ma la gente ci chiede di restare, ci piace il nostro lavoro, pensiamo che il nostro compito ci metta al riparo. Cerchiamo di svolgere le nostre normali attività. Come consuetudine il giovedì ci troviamo per delle cene nelle case degli operatori umanitari. Talvolta si sta anche da noi. Erano incontri sobri, nel pieno rispetto delle tradizioni arabe. Qualcuno ha preso a pretesto questi incontri per attaccarmi e lo ha fatto per motivi personali.
Il mio Iraq
di Simona Pari
Sono arrivata nell'Iraq occupato i primi di luglio del 2003. Dovevo rimanerci due mesi: ma nel giro di poco tempo il mio programma è cambiato. E ho deciso di fermarmi. A Baghdad non ho mai desiderato essere altrove. Vivevo in un paese piegato da 13 anni di embargo, trent'anni di guerre e da un regime. L'Iraq è un paese che era ricco e poi è precipitato. Un anno fa era un paese sfibrato e stanco, con grandi problemi sociali ed economici, che non avevano bisogno di interventi di emergenza ma di sviluppo. Dopo la laurea in Filosofia, avevo frequentato un master in cooperazione internazionale a Roma e avevo lavorato per tre anni per un'organizzazione umanitaria inglese. Forse si ha una percezione poco chiara di quale sia il lavoro dell'operatore umanitario. Si tratta di gestire risorse complesse e di avviare interventi efficaci che siano sostenibili ovvero riproducibili nel tempo. Per questo, oltre a una naturale passione, servono competenze specifiche. Il mio stipendio era di 1.500 euro al mese, gratis l'alloggio. Pagavo cibo e spese personali. Essere una creatrice e una realizzatrice di progetti è stato il punto d'approdo naturale delle mie esperienze precedenti. Un percorso lungo ma con un filo rosso che lo percorre. La voglia di raccontare, come giornalista, mi aveva già portato in Afghanistan, Kosovo, Albania e Montenegro. Contemporaneamente si era aggiunta la voglia di fare. Narrare e fare. Un modo per continuare a condividere esperienze. Un po' più da dentro, un po' più soffrendo con gli altri. Forse.
Per raccontare devi 'sentire con', partecipare a quello che ti accade attorno. Per me è sempre stata un'attività imprescindibile. Saper ascoltare significa amare e amare significa sapere ascoltare, dice Elie Wiesel. Quando lavori sul campo e ogni giorno senti mille ingiustizie non puoi tenere la bocca chiusa. Devi denunciare: è parte del tuo 'essere con'. La mancanza di interesse per la vita degli altri è ignoranza che diventa cattiveria, perché significa non essere interessati alla verità ma solo alla propria visione degli altri. La mancanza di interesse per la vita degli altri è la negazione della conoscenza e l'affermazione dell'ideologia. Per formazione, le mie considerazioni sono sempre discese dai fatti. Laicamente, ho sempre cercato di capire e poi di avere ed esprimere le mie opinioni. Questo riguarda anche l'Iraq: ho sempre raccontato quello che vedevo e conoscevo. Senza ideologie.
Il mio lavoro era basato sui diritti umani e sul coinvolgimento partecipativo delle comunità. La convenzione sui diritti del bambino per l'educazione, la Cedaw per il progetto sulle donne. Nel decidere gli interventi c'è sempre stato il coinvolgimento dei bambini, dei capi religiosi e tribali, dei genitori, degli insegnanti e dei membri della comunità. Nelle mie intenzioni quei progetti dovevano continuare anche quando fossi tornata in Italia. Questo consentiva di realizzare materialmente una cosa e, allo stesso tempo, di rafforzare la società civile. Erano gli iracheni a realizzare gli interventi con la nostra collaborazione ma attraverso sensibilità culturali e codici appropriati. Tale approccio permette di evitare di imporre le cose dall'alto. Non volevamo esportare o imporre niente, solo facilitare un processo che nasce dal basso. Nell'estate del 2003 si sentiva un'energia fortissima tra la società civile: nascevano centinaia di associazioni, organizzazioni, giornali. Gli eventi dell'anno successivo ci sono tutti passati sulla pelle: il deteriorarsi della situazione e il vuoto istituzionale hanno creato forti spaccature. Ora la stessa società civile è tenuta in ostaggio dall'imbarbarimento della guerra e del terrorismo, che hanno ucciso e violano quotidianamente i diritti umani. Sequestri, autobombe, violenze colpiscono in primo luogo gli iracheni, disarmati. Ogni giorno è più dura.
Tra i compiti delle organizzazioni non governative ci sono quelli di migliorare le condizioni di vita della gente, coinvolgere le comunità, alfabetizzare chi è analfabeta. Questo tipo di interventi può avere una funzione preventiva al terrorismo che spesso proprio dalla miseria e dalla sottocultura trae la sua linfa. La prevenzione è importante. Non dico che sia la sola risposta. Quello del terrorismo è un problema complesso che affonda le radici in situazioni economiche, sociali e politiche. Io col mio lavoro cercavo di togliere un secchiello d'acqua al mare del terrorismo.
Quotidianamente mi trovavo ad affrontare questioni diverse. Ogni mattina preparavamo con lo staff iracheno la rassegna stampa presa dal Web dei quotidiani italiani e internazionali. Poi c'erano gli incontri coi capi tribù e gli sceicchi. Andavo nelle scuole, a incontrare associazioni. E dovevamo gestire problemi logistici come avviene in tutte le case del mondo: dal generatore che si rompe, all'idraulico, all'elettricista. Quella era, in tutto, la nostra casa. Ogni giorno andavo al mercato a fare la spesa. Nella nostra casa avevamo creato uno spazio di bellezza. C'era un giardino dove stare coi vicini e che avevamo attrezzato con uno scivolo per Catherine, una bimba di 4 anni, figlia del custode. Catherine si presentava ogni pomeriggio alla stessa ora e per me era un modo per prendermi un intervallo, dopo una giornata in cui non pranzavo nemmeno. Facevamo lezione di disegno e bricolage mentre ascoltavamo musica araba pop, la sua preferita. Mentre disegnavamo mi insegnava l'arabo.
In più di un anno, non ho mai smesso di raccontare. Ho continuato a scrivere per i giornali e a collaborare con le radio. Certo, molte volte per raccontare l'Iraq mancavano le parole. Quello che è accaduto e continua ad accadere, spesso mi paralizza. Come dice Brecht, la parola è stolta e anche parlare di alberi è quasi un delitto, perché su troppe stragi comporta il silenzio. Quando stai là soffri, è una cosa che ti passa dentro.
Appena arrivata in Iraq, mi sono messa a lavorare a un progetto sui diritti delle donne. In Iraq esiste un network di organizzazioni femminili che comprende almeno 60 associazioni. Con loro ho vissuto il passaggio traumatico verso il deteriorarsi della situazione della sicurezza e il restringersi delle loro libertà. È difficile ora uscire da sole, guidare la macchina. In molte hanno cominciato a mettersi il velo per proteggersi. Ho sostenuto le loro proteste contro l'approvazione di una legge del Consiglio di governo provvisorio, che voleva riformare il codice civile e basarlo sulla religione. Questo provvedimento avrebbe fatto regredire l'Iraq, che dal punto di vista dei diritti delle donne aveva un codice civile all'avanguardia per i paesi arabi. Le vicende dell'Iraq (e della Palestina) stanno creando fratture definitive. In Iraq un intervento unilaterale ha violato regole precise, sancite dal diritto internazionale. Un lavoro sui diritti umani e sul fatto che vengano riconosciuti è teso a costruire un dialogo e una comprensione tra culture.
I diritti umani si possono violare in molti modi senza per questo doverne stabilire una gerarchia: sempre di violazione si tratta. E allora condanno il terrorismo, che per me significa il sopruso di gente armata contro altri esseri umani disarmati; condanno i sequestri di persona. E condanno i bombardamenti sui civili. Abbiamo vissuto sulla nostra pelle il deteriorarsi della sicurezza assieme agli iracheni. Ogni giorno in Iraq vengono rapite decine di bambini, donne, uomini. Ci sono centinaia di morti ogni settimana. Le prime vittime sono loro, gli iracheni.
Noi monitoravamo quotidianamente la situazione della sicurezza attraverso il coordinamento delle ong in Iraq e i nostri contatti sul campo. L'uccisione di Enzo Baldoni ha segnato per noi la necessità di fare valutazioni se possibile ancora più profonde. Enzo era un giornalista e una persona che credeva nei nostri valori. Il fatto che lui fosse diventato un bersaglio ci poneva evidentemente dei problemi di riflessione sulla nostra presenza. E allora abbiamo iniziato delle verifiche con tutti i nostri referenti istituzionali e non, per capire se le nostre attività erano ancora compatibili con la situazione. I nostri referenti nel passato si erano dimostrati affidabili nella valutazione dei rischi.
Il sequestro, di Simona Torretta
Con l'uccisione di Enzo Baldoni sentiamo una svolta vera. Comincio ad avere la sensazione di poter essere un bersaglio proprio io, proprio noi, in quanto italiane. Il mio passaporto è un elemento critico per la sicurezza. Cade anche una granata nel giardino della casa che confina con noi, ma scopriamo in breve che si è trattato di un caso, non era un attentato rivolto alla nostra sede. Ci muoviamo comunque e avviamo una serie di incontri al livello più alto possibile. Quando vedo gli Ulema mi accorgo che la loro percezione del nostro lavoro è diversa da quello che pensavo. Non avevano una percezione nitida di chi fossimo e cosa facessimo. Non noi in particolare, ma le associazioni umanitarie in generale. Spieghiamo tutto, usciamo con la positiva richiesta da parte loro di continuare a mantenere i rapporti. Ma è tardi. L'indomani, il sequestro.
È il pomeriggio del 7 settembre. Sono in ufficio e sto lavorando sulla contabilità dei progetti. Vado verso Hanan, una collaboratrice, quando sento una sua esclamazione di paura. Alzo la testa e vedo degli uomini armati entrare nella stanza a viso scoperto. Puntano le armi contro di noi, con le mani fanno gesti come per dire: uscite dalle stanze. Faccio in tempo a tornare indietro, entrare nella stanza dove era Simona. Inconsciamente volevo nasconderla, proteggerla. Non ne ho avuto il tempo, ho potuto solo dire "sono arrivati loro". Loro entrano e ci prelevano. Fuori c'è uno in civile che fa un po' da vigile urbano, controlla le entrate e le uscite. Non saprei descriverlo, né lui né nessun altro. Non erano comunque gli stessi che poi ci hanno tenuto.
Cerco di capire se sono criminali intenzionati ad ammazzarci subito o se c'è un margine per negoziare. Non so da cosa speravo di capirlo. Appena entrati in macchina dico "salam", pace. È un modo per stabilire una relazione. Dico "salam" più di una volta anche se mi hanno intimato di stare zitta. Rispondono "salam" anche loro.
Mi sento responsabile. C'è Simona accanto a me. Dietro, Manhaz. E Raad nell'altra macchina. Mi chiedo perché non abbiamo lasciato il Paese, perché quel pomeriggio non siamo andate a fare la spesa. Poi penso a mio padre morto qualche anno fa. Gli chiedo di proteggerci. Così come lo chiedo a Enzo Baldoni. La macchina è piena di armi. L'uomo che sta accanto a me, mentre cerco di trovare uno spazio per sistemare i piedi, sposta delle bombe a mano perché possa appoggiarli. Sono molto impaurita, la mia vita non è più mia. Qualcuno si è arrogato il diritto di decidere per noi. Il sentimento che provi è l'impotenza. Però sai che dipende anche da te. Se ti ordinano di fare qualcosa, devi obbedire. È una situazione di ricatto.
Arriviamo in un posto. Ci infilano dentro una stanza in muratura, senza porte né finestre. Ci mettono con la faccia rivolta verso il muro. Da allora in poi, e fino alla liberazione, non vedrò più Manhaz e Raad. Mi accorgo che è rimasta solo Simona. È uno dei momenti peggiori. Penso ci vogliano ammazzare così, in quel modo, con la faccia rivolta al muro. Simona mi sembra terrorizzata. Ci guardiamo tra di noi. Sono gli sguardi smarriti di chi cerca spiegazioni. Ci bendano gli occhi e ci chiudono la bocca con un nastro adesivo. Mi legano le mani dietro la schiena: non posso più comandare il corpo. È l'annullamento della mia fisicità.
Ripartiamo in automobile verso quella che sarebbe stata la destinazione finale, l'unico luogo di prigionia. Fa caldo, respiro a fatica. Credo che non arriverò viva alla fine di quel viaggio lunghissimo. Mi sento soffocare. Non si arriva mai e io temo che ci stiano portando fuori dall'Iraq, in Arabia Saudita. Che spariremo, che ci venderanno. Arriviamo alla base, invece. Mi slegano e provo una sensazione di sollievo. Comincia un interrogatorio. Scelgono me perché sanno che sono la responsabile. Sono seduta su una poltrona. Chi mi fa le domande è davanti e accanto ha un interprete.
Il viaggio mi ha tramortita. Sono in uno stato di forte rassegnazione interiore. Con molta difficoltà, mi metto nell'ottica di accettare anche un'eventuale morte. Penso a mia madre, alle mie sorelle, al futuro che lascio. Sento ingiusto il fatto di non poter più godere delle bellezze della vita, sono troppo giovane per andarmene e lascio qualcosa di incompiuto. Comincia dunque l'interrogatorio e subentra una sorta di fatalismo. Accompagnato da un senso di responsabilità per me stessa e per gli altri rapiti: le mie risposte possono avere un peso determinante. Cerco di enfatizzare alcune risposte. Spiego chi siamo e cosa facciamo, come ci siamo schierate sulla guerra, quante risorse ed energie abbiamo speso per l'Iraq. Intuisco che non hanno nessuna idea di chi siamo e cosa facciamo a Baghdad. Il loro scopo era quello di avere in mano due italiane. Il nostro passaporto era all'origine della situazione. Il primo interrogatorio è stato molto violento. Hanno fatto domande precise e volevano risposte precise. Non accettavano che mi dilungassi: volevano un sì o un no. Alla fine che uno di loro mi punta un coltello alla gola dicendo: "Se non dici la verità ti uccidiamo". Quando termina mi sento sfinita. Non so quanto tempo è passato. In prigionia sembra che l'orologio abbia solo la lancetta dei secondi. Mi chiedono di addormentarmi, è evidentemente notte. Lo chiedono anche a Simona e mi rendo conto che c'è anche lei nella stanza, anche se non la posso vedere. Mi spavento perché ha assistito a tutto e può essersi preoccupata per me.
Dormo qualche ora. Mi sveglio per il dolore agli occhi, le bende cominciano a farmi male e il cotone che c'è sotto mi è entrato negli occhi. Non chiedo di toglierle. Non mi sento nella condizione di poter chiedere mai niente. Non oso nemmeno chiamare Simona. Mi sollevo dal divano dove avevo dormito e lì rimango.
Il secondo giorno i toni sono più pacati. Mi chiedono se ho bisogno di andare in bagno. Ti aggrappi a tutto nella speranza di poter cogliere un segnale amichevole. Avverto una loro intenzione di spiegare il perché del rapimento. Parlano dei loro fratelli e sorelle carcerati, della volontà di liberarli. Hanno subito delle violazioni e hanno perso il concetto di limite fra il bene e il male. È gente votata a morire per uno scopo o per l'altro. E questa determinazione mi mette ancora più paura. La paura di morire è sempre stata presente, ogni istante, come un'ombra scura.
Ho escluso quasi da subito l'incubo che ci potessimo trovare in mano al gruppi di Al Zarqawi: in quel caso avrebbero potuto anche decapitarci. Nell'appartamento non circolano molte armi. Si preoccupano di tenere l'ambiente pulito in modo da non traumatizzarci. O almeno questa è la mia ipotesi. Si presentano come religiosi salafiti, il gruppo che si rifà all'Islam delle origini. Sono iracheni, non arabi venuti da fuori. E sono religiosi: dunque non possono far del male alle donne. Questo mi ripeto come per convincere me stessa.
Dopo i primi giorni ci tolgono le bende, ci danno dei vestiti e un velo. Ci portano, come sempre, cibo fresco. Badano a non fare gesti che vadano contro la loro morale. Non ci toccano. Quando entrano nella stanza dobbiamo semplicemente abbassare lo sguardo: di loro vedo solo i piedi.
Io e Simona possiamo finalmente parlarci. Succede raramente (ma succede) anche di scherzare tra di noi. È un modo per tirarci su. Ricordiamo situazioni del lavoro, aneddoti. La faccio ridere raccontandole che, non appena libera, voglio scrivere un 'Manuale del buon ostaggio'. Sottotitolo: 'Come sopravvivere in condizioni di costrizione'. Divido anche i capitoli: come resistere all'interrogatorio; come comunicare coi carcerieri, eccetera. Simona accenna alla possibilità di un sequestro lungo, di anni. Rispondo che allora dobbiamo dare una svolta al nostro stato. Magari ci sposiamo e mettiamo su famiglia, cose che non siamo riuscite a fare in condizioni normali. Sdrammatizzare è sano, se la morte arriva il giorno dopo, abbiamo però passato un momento di serenità. Si apprezzano, in quelle condizioni, cose semplici che assumono un valore altissimo: ti danno respiro, forza. Bisogna mantenere il controllo mentale, non abbandonarsi alla disperazione. Devi combattere. E noi combattiamo coi mezzi che abbiamo a disposizione, il nostro carattere e la nostra positività.
Simona si inventa delle storie e me le narra. Io abito il mio mondo fantastico di notte, in sogno. Sogno, cosa che raramente mi capita. Per tre volte in prigionia faccio lo stesso sogno. Visito un mondo incantato, una città che corrisponde a Baghdad. Vado alla scoperta di un teatro greco, un tempio romano che non sono in rovina, sono intatti. Cado in un viaggio all'indietro nel tempo. Delle persone gentili mi accompagnano, mi fanno da cicerone. Probabilmente ho bisogno di quelle visioni per affrontare la dura realtà del risveglio.
I rapporti coi sequestratori lentamente migliorano. Soprattutto col capo. Il quale ci espone il suo punto di vista politico. Condanna le azioni di un certo terrorismo che, afferma, sta rovinando l'immagine della resistenza. Probabilmente si autoiscrive alla categoria dei 'resistenti'. Non che voglia sapere il nostro parere, sono dei soliloqui. Non conosco il fine di quelle conversazioni e allora mi guardo bene dallo stimolarle o dall'interloquire. In verità una domanda sono spesso sul punto di farla: riguarda la sorte dei nostri collaboratori iracheni. Ma lo considero un rischio troppo grosso per noi e anche per loro. Il pensiero della loro sorte mi ha accompagnato per tutto il periodo.
Doveva essere passata una settimana quando si rialza la tensione, un momento terribile, rischiosissimo. Riprendono le minacce, ci dicono che ci uccideranno. Penso sia legato a una situazione in corso che non conosciamo, a un possibile blitz. Temiamo che gli americani possano attaccare la zona e che questo porti alla nostra soppressione. Minacce non ne avremo più. Una mattina ci chiedono di vestirci perché ce ne dobbiamo andare. Sento un'aria di ottimismo. Sì, mi dico, è la liberazione. Ma ho un sentimento ambivalente. Avevo sempre confidato a Simona di temere quel momento perché qualcosa può andare storto. E poi c'è una difficoltà psicologica: lasci un luogo maledetto perché è la tua prigione, ma che ormai ti è familiare e lì ti sei costruita qualche certezza. Vedo poco perché sono velata. Mi accorgo della presenza di Manhaz e Raad e ne sono felice. Ci tocchiamo con le mani, dei gesti di vicinanza e solidarietà. È durante quel viaggio che ci regalano un libro in dodici volumi, l'esegesi del Corano. E ci chiedono scusa per quello che ci hanno provocato. È un momento importante. Certo dentro di me non li ho perdonati: mi hanno tolto ciò che di più caro avessi in quel momento, hanno violentato la mia vita, mi hanno tolto il diritto a autodeterminarmi. Però quello l'ho trovato un atto di riparazione: come se riconoscessero l'errore commesso. Credo che a convincerli sia stata anche l'enorme mobilitazione per la nostra liberazione, come saprò in seguito. Mi pare significativo che la gente abbia sfilato non solo in Italia, ma nella stessa Baghdad.
Scendiamo dalla macchina. Maurizio Scelli, commissario della Croce Rossa, avanza verso di noi e noi verso di lui. Ci sono altre persone attorno e anche un uomo con la telecamera. Non ho ancora visto quelle immagini, solo delle fotografie prese dal video. Mi riprometto di farlo, con calma. Lì non sento subito che quello è il momento della liberazione tanto atteso. C'è qualcosa di infido, ci possono essere delle insidie. E c'è un uomo che non conosco con una pistola in mano.
Scelli ci abbraccia, ci rassicura, ma noi siamo ancora frastornate. Saliamo su una macchina, poi scendiamo e prendiamo un taxi per l'aeroporto. C'è ancora tensione, la strada, si sa, è molto pericolosa. Anche dentro la base americana c'è un certo nervosismo, finché vediamo degli italiani premurosi che ci caricano sull'aereo. Ecco, qui finisce davvero l'incubo. Proviamo senza successo a chiamare le famiglie. Parlo però con Silvio Berlusconi. Lo ringrazio subito, come subito ho ringraziato tutti coloro che si sono prodigati. Siamo in volo, Scelli ci ragguaglia su come è riuscito a ottenere la liberazione. Molti sostengono che per noi è stato pagato un riscatto: non ne abbiamo mai avuto sentore e conferma. Vedo Baghdad dall'alto, come poche volte l'ho vista. È un'immagine che sfuma in pochissimo tempo. Pare, da lassù, una città ordinata, ha un disegno squadrato, uno non si immagina quanto sia sfigurata al suo interno. Mi viene da piangere perché lascio là parte della mia vita, lascio il mio lavoro e gli amici senza nemmeno avere avuto il modo di riabbracciarli. Lo vivo come un esilio, un'emigrazione forzata. Capisco che non potrò più tornarci per molto tempo almeno.
Contemporaneamente, ho molta voglia di riabbracciare i miei familiari, mia mamma Annamaria soprattutto. Succede a Ciampino, come molti hanno visto.
Il mio pensiero va agli altri ostaggi. A Quattrocchi, a Baldoni. A tutti gli iracheni che quotidianamente vengono rapiti e subiscono una duplice privazione, la guerra e il sequestro. Mi sento, da subito, una sopravvissuta. Con un viaggio rapidissimo arrivo in Italia con lo stesso vestito e lo stesso velo che avevo in prigionia. Faccio fatica a togliere quegli elementi protettivi. C'è voluto del tempo per distaccarmi da quella condizione e per riacquistare la mia libertà. Perché libertà non significa soltanto essere rilasciati fisicamente, ma è una conquista interiore.
Il sequestro, di Simona Pari
Simona arriva, il viso pallido, teso. Mi dice: "Sono arrivati loro". Le ho chiesto: "Loro chi?". Lei mi ha detto: "Simo, loro". Evidentemente, c'era un'impossibilità linguistica nel definirli. Perché in quel momento, 'loro', erano solamente qualcosa di estraneo e di minaccioso, di sconosciuto. 'Loro' erano l'ignoto. E la paura dei primi momenti derivava anche dal fatto che ci trovavamo in una situazione sconosciuta, imprevedibile. C'era una stonatura fortissima tra il luogo, casa nostra, e la loro immagine di uomini armati. Una violazione intima perché tocca qualcosa del tuo domestico, fatto di esperienza, consuetudini, calore. È entrato un uomo a volto scoperto con un'arma. Parlava arabo, ho capito che dovevo seguirlo. Ho un ricordo confuso di quei momenti, come è comprensibile. A tutti chiede il nome. Prendono me, Simona, Raad e Mahnaz. La prima cosa che ho fatto appena salita in automobile con Simona è stato prenderle la mano. Lei me l'ha stretta forte. Andavamo verso l'ignoto, e le nostre mani strette erano l'ultimo appiglio che avevamo a qualcosa di conosciuto. Ci hanno detto di tenere la testa bassa. Quello che mi rimarrà sempre sotto la pelle è un odore fortissimo di armi, che ho sentito nella macchina. Un odore di morte. Pungente.
Arriviamo in una casa, dove ci bendano con dello scotch con del cotone sotto. A quel punto ho perso qualsiasi protezione. In quella condizione, puoi affidarti soltanto ai rumori. E ogni rumore diventa spaventoso. Ho avuto paura di perdere Simona e ho continuato a cercarla non più con lo sguardo, ma con i sensi. Non potevo parlarle, l'importante era solo che ci fosse, che esistesse. Arriviamo alla prigione. Ci fanno sedere. Sento la presenza di molte persone. Sento che stanno interrogando Simona. Le hanno chiesto dei progetti, del nostro lavoro. Al termine dell'interrogatorio, ho detto: "Non abbiamo fatto niente di male, abbiamo aiutato gli iracheni". Ci hanno fatto sdraiare e ci hanno detto di dormire. Ricordo che ero vigile, mi rigiravo, poi un sonno agitato.
La mattina dopo mi hanno chiamato, mi hanno portato in una stanza e mi hanno interrogato. Uno faceva domande, uno le traduceva in inglese. Ho risposto sui nostri progetti. È stato l'interrogatorio più strutturato. Le altre volte non avevano la forma di un interrogatorio. Parlavano delle violazioni sui civili, delle loro donne e dei loro bambini uccisi, di Abu Ghraib. Ho sempre detto che avevamo denunciato tutte le violazioni a cui si riferivano.
Ci portavano molto cibo: carne, pollo, kebab. Dopo qualche giorno ci dicono di togliere la benda e di guardare in basso. Ci hanno dato i vestiti che avremmo indossato anche all'aeroporto: i vestiti della nostra prigionia. Poi un velo, il sapone, il dentifricio. Provo sollievo e finalmente vedo Simona. Vedo anche la mia cella: due materassini, e una finestra molto in alto. Ogni volta che sentivamo che arrivavano, dovevamo abbassare gli occhi.
All'inizio, dovevamo stare sedute distanti. Un giorno mi hanno detto di sedermi vicino a Simona. Subito non ho capito cosa sarebbe successo. Abbiamo cominciato a parlare tra di noi, è la prima cosa che ci è venuto normale fare. Era successo.
I primi giorni, terribili, sono stati scanditi dagli interrogatori e dalle nostre spiegazioni. Rispondevo alle domande, forte del lavoro che avevo fatto e in cui avevo creduto. Avevo la forza di chi poteva permettersi di dire la verità: raccontavo semplicemente quello che avevo fatto per un anno. Le giornate si sono poi trasformate in minuti interminabili di angoscia. Ero su un precipizio e non avevo scelta. Dovevo cercare una risorsa dentro di me, ritagliarmi un angolo di bellezza. Non mi sono mai detta: perché non ero da un'altra parte? Ero in Iraq per mia scelta, quello che è seguito faceva parte di quella scelta. Questo mi ha dato la forza di sopportare ciò che stavo vivendo. Eppure, la paura era sempre lì. O mi inventavo una storia o sarei caduta in quel precipizio di terrore. Allora ho pensato al teatro, che per me è sempre stato rifugio. Mi sono inventata delle storie con dei personaggi forti e fatalisti, che accettano il destino, ma non soccombono mai. Mi raccontavo delle storie per scacciare la paura. Facevo come Sherahazade: il re era la paura, dovevo aggirarla, tenerla sotto controllo. Pensavo anche ai luoghi dove ero stata bene, Santarcangelo di Romagna, Cisternino. Le storie che mi inventavo erano ambientate nel futuro, era la vita che avrei voluto vivere se fossi sopravvissuta. Ho desiderato continuamente fogli e penna per raccontare qualcosa, lasciare un pezzo di me, assieme a quelle storie.
La paura più grande era che ci separassero, era non sapere cosa sarebbe accaduto a Simona. La paura più grande era la porta che si apriva: ogni volta poteva essere portatrice di cambiamenti. Nel tuo bozzolo privo di libertà che è la prigione, in ogni segno cerchi di capire se sarà portatore di un cambiamento. Il mondo in quella stanza è un mondo fittizio dove sei solo e non sai nulla. Chi ti nutre potrebbe essere il tuo carnefice e lì si nasconde il grande ricatto: banalità e brutalità si fondono.
Il rapimento viola i diritti umani fondamentali, dalla sopravvivenza alla libertà. Questo non l'ho mai negato a me stessa, neanche là dentro. Semmai ho sempre cercato una spiegazione di quello che mi è successo. Il rapimento è la confisca della vita di un individuo da parte di un altro. Per sopravvivere alla nostra prigione ci ritagliavano piccoli momenti di 'libertà', come parlare tra di noi di cose personali, cose assolutamente nostre. Era come rifugiarsi in piccole crepe della realtà, calde e avvolgenti. Io e Simona prima eravamo amiche, durante il rapimento abbiamo imparato a comunicare anche con i silenzi. L'amicizia ci ha salvato dalle ore interminabili della prigionia, ora è un antidoto e un balsamo per i dolori. È forza pura.
Cos'è la mancanza di liberta? È una sensazione fisica di fragilità, l'impossibilità di proteggere te stessa attraverso le tue idee, attraverso un muro, una porta, una membrana. Sei completamente in balìa degli eventi che possono accadere. Tra questi eventi c'era la possibilità di un blitz. Potevano ucciderci i nostri carcerieri o potevamo morire in seguito a un blitz.
Il tempo era scandito dai pasti. Dal primo momento mi ero imposta una disciplina. Ogni mattina, quando ci svegliavamo, dovevo ricordarmi la data. Questo mi doveva servire per non perdere la cognizione del tempo. Per non perdermi definitivamente. Era un modo per ancorare me stessa alla realtà. In quel luogo un secondo può durare anni, un giorno può durare un secondo. Avevo bene in mente che il nostro sequestro sarebbe potuto durare molto tempo. Ho pensato subito ai sequestri in Libano negli anni '80. Anzi, un giorno scherzando ho detto a Simona: "Torretta, se non ci ammazzano preparati: potremmo stare qui anche dieci anni". Ironizzare tra di noi era un modo per esorcizzare la paura. La paura per me era una sensazione fisica. Da una parte quando sei là il tuo corpo non lo senti più, smetti di rappresentarlo. Non ha più una forma. La paura è una sensazione fisica di qualcosa che ti assale. Provavo ad anticipare nella mia mente le sensazioni di una violenza che avrei potuto subire. Dal primo all'ultimo giorno ho avuto paura di morire.
A un certo punto è arrivato il cambiamento. Ci hanno fatto indossare un copriabito, quello che tradizionalmente usano le donne per uscire di casa. E ci hanno fatto mettere il velo nero, i guanti. In macchina ci hanno detto: "Scusateci se vi abbiamo fatto questo, ci spiace dobbiate interrompere il vostro lavoro qui". In quel momento non potevo credere a nulla, non sapevo cosa sarebbe successo. Ero in un posto silenzioso. Per la prima volta all'aria aperta. Il mio velo era la mia unica protezione. Ho sentito delle voci che mi dicevano: "Toglitelo". Ho esitato. Quella membrana rispetto al mondo era il mio ultimo rifugio.
Appena sono salita sull'aereo ho chiesto a Maurizio Scelli dei miei genitori ed era quello che mi ero domandata per 21 giorni: dove saranno? Cosa staranno facendo? Gli ho anche chiesto degli ostaggi francesi, rapiti poco prima di noi. All'aeroporto, nonostante ci fossero centinaia di persone, io e Simona ci siamo prese la mano. Eravamo di nuovo, come sempre, io e lei. Abbiamo sorriso perché eravamo libere. Il credito di vita che si era accumulato durante i giorni di prigionia, finalmente, ci era stato risarcito. Eravamo cariche di quella voglia di vita che avevamo accumulato durante tre settimane. Ho sorriso e continuo a sorridere perché ora vivo. Perché la mia storia non è finita come una tragedia. Ho sorriso per rispetto di chi in questo momento soffre, in qualsiasi parte del mondo. Semplicemente facevo quello che sentivo: vivere. Probabilmente la nostra gioia ha inconsapevolmente ribaltato lo stereotipo della vittima.
Sono stata me stessa, come sempre, anche nei giorni successivi. Forse, il fatto che non fossimo cambiate, è stato vissuto come un tradimento. Noi abbiamo semplicemente ripreso il flusso della nostra vita e delle nostre idee che avevamo lasciato 21 giorni prima. Questo non significa che io non provi una gratitudine profonda per tutti coloro che si sono adoperati a qualunque titolo per la nostra liberazione.
Nel giro di poche ore noi siamo passate dall'isolamento della prigionia all'esposizione mediatica. Da quando sono stata liberata mi è sempre più chiara l'importanza di raccontare, denunciare, come modo per dare voce a chi non ce l'ha. Penso ai milioni di bambini donne e uomini che subiscono violenza senza diritto di parola né di difesa. Ora che ho sperimentato una violazione sulla mia pelle, sono sempre più convinta che il mondo non solo è pieno di vittime, ma che la maggior parte di loro, oltre a vivere la sottrazione dei loro diritti fondamentali, come la libertà, a volte la vita, non ha la possibilità di raccontare le violazioni che ha subito.
Spesso l'Iraq, nella percezione della gente è un posto immobile, senza vita. L'Iraq invece è tante cose. In generale raccontare la guerra è difficile. Le immagini della guerra rischiano di essere asettiche. Con la nostra storia, lo spettacolo del 'dolore degli altri' si è trasformato nello spettacolo del dolore di tutti. Una persona mi ha scritto: "Finché la vostra vicenda non mi ha mostrato che esistono iracheni che soffrono avevo pensato che l'Iraq fosse un problema da eliminare. Magari con una bomba che lo radesse al suolo. Ora ho imparato quanta sofferenza c'è in una guerra".
Ogni giorno convivo con queste contraddizioni. Io sono sopravvissuta. Perché? Perché sono morti tanti altri sequestrati? È uno spillo, che a tratti si trasforma in un macigno. Penso a chi in Iraq ha perso la vita. Forse provo un po' di senso di colpa. Continuo a farmi domande. Ma ancora non ho trovato risposte. No, non tornerò a breve in Iraq. Ma almeno non toglietemi il sogno di poterlo fare un giorno. Magari quando l'Iraq sarà un paese che avrà ritrovato la pace.
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Fonte:www.espressonline.it
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