Vogliamo Continuare A Tenere Alta La Guardia ?

CONTINUA LA DISCUSSIONE O PREFERIAMO ANDARE IN ....VACANZA?

Alcune N/L della UNIONE Liste civiche per L'Autogoverno,inviatami dal giornalista E. Trentin. Un invito a non abbassare la guardia anzi le BRAGHE.
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Trovo Oriana Fallaci una scrittrice ossessiva. Non ho mai acquistato un suo libro. Tuttavia, quando mia figlia me ne passa uno lo leggo.

Che sorpresa questa donna che mostra d'avere più attributi di un'infinità di maschietti!

“La forza della ragione” – ed. Rizzoli International – dieci edizioni nel solo mese d'Aprile 2004



Libro andato in stampa ventiquattr’ore dopo l’ennesimo attacco del terrorismo islamico all’Occidente: la strage dell’11 Marzo a Madrid.



Leggendolo, ad ogni capitolo dicevo a me stesso: questo lo passo allo scanner e lo invio agli amici. Ma giunto al capitolo successivo mi rendevo conto che il libro è un tutt'uno che merita d'essere letto per intero.



Si tratta di una documentata contrapposizione alla presunta "buonista" teoria dell'Islam pacifico e progressista. E la cosa per me più sorprendente è che la Fallaci non mi dice quasi niente di nuovo. Per la maggior parte le cose che scrive le conoscevo già, tuttavia è il vederle lì, messe in fila, che mi ha sorpreso positivamente.



C'è, per esempio, una descrizione del Politically Correct: "Sinist-Dest" che sembra la fotocopia di quanto noi andiamo affermando da tempo.



E senza che questo che vi unisco rappresenti la cosa più importante del libro, ve lo propongo, sia perché è una sintesi di come i "petroldollari", e la "grana" in generale, possano tutto, sia perché chi onestamente vi si oppone, purtroppo non ottiene risultati.



Buona lettura.

Enzo Trentin





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Ai tempi dell'Unione Sovietica, ricordi, c'era Popov. Non lo sapeva nessuno chi fosse stato questo Popov. In quale epoca e in quale regione fosse vissuto, quale volto avesse avuto, e quali prove della sua esistenza avesse lasciato. Non si sapeva nemmeno se Popov fosse un nome o un cognome o un soprannome. Peggio, un'invenzione. Però i sovietici e i trinariciuti italiani dicevano che aveva inventato tutto lui. Il treno, il telegrafo, il telefono, la cerniera lampo, la bicicletta. La macchina da cucire, la falciatrice, il violino, i maccheroni, la pizza. Insomma tutte le cose che credevamo d’avere inventato noi. Bè, con gli spero ignari discepoli di Sigrid Hunke succede lo stesso. Unica differenza, il fatto che i loro Popov si chiamino Muhammad o Ahmad o Mustafa o Rashid. E che invece d'appartenere all'Unione Sovietica, esprimere la Superiorità del Comunismo, appartengano al passato remoto dell'Islam ed esprimano la Superiorità dell'Islam. Per esempio: io credevo che il sorbetto si mangiasse già al tempo degli antichi romani i quali lo fabbricavano con la neve portata dalle montagne e conservata nelle cantine a bassa temperatura. Invece la signora Margarita Lopez Gomez della Fundacion Occidental de la Cultura Islamica a Madrid mi racconta che l'hanno inventato i Popov di Allah. Che in Mesopotamia la neve si conservava meglio di quanto noi si conservi il cibo in frigorifero, che la parola «sorbetto» viene dall’arabo «sharab». Credevo anche che la carta l'avessero inventata e diffusa i cinesi. Per l’esattezza, un certo Tsai-lun che nel 105 dopo Cristo (quindi 500 anni prima di Maometto) riuscì a fabbricarla con le fibre di gelso e di bambù. Invece, sempre stando alla signora Lopez Gomez, l'hanno inventata i mussulmani di Damasco e di Bagdad e l'hanno diffusa i loro discendenti di Cordova e di Granada. (Naturalmente, le città più splendide e civili che il mondo avesse mai avuto. Roba in confronto a cui l'antica Atene di Pericle e l'antica Roma di Augusto diventavano squallidi villaggi). E poi credevo che lo studio della circolazione sanguigna l'avesse iniziato Ippocrate. Invece no. Secondo quella signora lo iniziò Ibn Sina cioè Avicenna. Ne è tutto, visto che per il professor Sherif Mardin della Washington University (uno dei due americani col cognome coranesco e il passato barricadero) ai Popov dell'Islam dobbiamo pure i carciofi. Inclusi i carciofi alla giudea, cioè i carciofi che la gente cattiva come me usa attribuire ai giudei. E coi carciofi gli dobbiamo gli spinaci, le arance, i limoni, il sorgo, il cotone. Cosa strana, questa del cotone, in quanto a scuola avevo imparato che il cotone gli antichi romani lo importavano dagli egiziani al tempo dei faraoni. Ci facevano i pepli, le toghe, i lenzuoli, e se non sbaglio la medesima cosa accadeva con gli antichi greci.

Il professor Mardin, però, non si ferma alle verdure. Sostiene che alla civiltà islamica dobbiamo anche il Dolce Stil Novo, scuola poetica che come tutti sanno venne fondata nel 1200 dal bolognese Guinizelli ma fiorì in Toscana e in particolare a Firenze con Dante Alighieri, Guido Cavalcanti e Lapo Gianni. («Guido, i' vorrei che tu e Lapo ed io...»l. Perché furono i mussulmani delle Crociate, dice, che per primi cantarono l'amore e la cortesia e la cavalleria. Furono loro che per primi videro nella donna una fonte di ispirazione, un mistico strumento di elevazione. Il professor Louis Baeck dell'Università Cattolica di Lovanio in Belgio, idem o quasi. Lui infatti afferma che il contributo dell'Islam non si limita alla letteratura. Si estende all’economia. Perché il padre della dottrina economica, dice, non è Adam Smith: è Maometto. Sebbene all'argomento il Corano non dedichi che qualche sura, le norme religiose del Profeta riassumono tutte le idee di Adam Smith. Il professor Reinhard Schulze del Seminario Orientalistico di Bonn, invece, assegna all'Islam la paternità dell'Illuminismo. Basta, ruggisce, con l'attribuire all'Occidente ogni merito dell'Illuminismo. Basta col presentare l'Europa settecentesca come un vulcano di vitalità intellettuale e l'Islam come un baratro di inerzia e decadenza. Basta col dare ogni merito ai Voltaire, ai Rousseau, ai Diderot, agli Enciclopedisti. Poi tutto contento ci svela il nome del suo Popov. È Abdalghani Al-Nabulusi, storico di Damasco, il quale già nel 1730 scriveva quel che Voltaire avrebbe scritto quarantatre anni dopo nel suo «Precis sur le Procès du Monsieur le Comte de Morangies contre la Famille

Verron». Ossia l'esigenza di ridefinire il ruolo della religione nella società.

(Letterina: «Herr Schulze, chiuda il becco. E certe teorie le lasci alla sua defunta connazionale Frau Hunke. Lo sappiamo bene che nel passato remoto dell'Islam ci sono stati anche uomini intelligenti anzi eccezionali. L’intelligenza non ha confini, riesce sempre a penetrare il muro dell'idiozia costituzionalizzata, e può darsi benissimo che tutto solo a Damasco il suo Popov abbia compreso o addirittura anticipato qualche idea degli Enciclopedisti. Magari leggendo Isaac Newton che su quell'argomento aveva già pubblicato due trattati di Storia e di Teologia. Ma a patte il fatto che una rondine non fa primavera, l'Islam ha sempre perseguitato e zittito i suoi uomini intelligenti. Incominciando dal grande Averroè. Accusato di eterodossia per la sua opera "La distinzione della distinzione", in polemica col fideista

Al-Ghazali, nel 1195 Averroè fu infatti costretto a fuggire da Cordova e nascondersi a Fez dove però lo rintracciarono subito. Qui gli bruciarono i libri, lo imprigionarono come un delinquente, e soltanto qualche mese prima di morire (ormai settantaduenne), riebbe la libertà. Non a caso Emest Renan dice che attribuire all'Islam i meriti di Averroè sarebbe come attribuire all'Inquisizione i meriti di Galileo. Herr Schulze, se esiste un secolo durante il quale l'Islam non irradiò che inerzia e decadenza questo è proprio il 1700. E se esiste una corrente del pensiero con cui l'Islam non ha mai avuto un cavolo a che fare, questa è proprio l'Illuminismo. Sa perché? Perché, come duecentoquarantacinque anni fa Diderot scrisse a madame Volland: "L!Islam è nemico della Ragione". E se i suoi amici mussulmani non aprono un poco il cervello, se al Corano e alla teocrazia non danno una bella risciacquata, nessuna Eurabia potrà mai dimostrare il contrario»).

Quanto agli italiani che in quel convegno si distinsero per l'ossequio all'Islam, Gesù. Uno era l'allora vice-Segretario Generale del Consiglio d'Europa. Uno, il diessino che a quel tempo dirigeva la Commissione Gioventù e Cultura e Sport e Media del Parlamento Europeo. Uno, il titolare della cattedra di Studi Islamici presso l'Istituto Universitario di Napoli. E leggere i loro interventi mi infonde, più che sgomento, imbarazzo e dolore. Accecato dal Faro-di-Luce, infatti, il primo trova Popov anche nelle canzonette napoletane. In "'O sole mio", dunque, e in "Funiculì-Funiculàn. «Le canzonette napoletane che io canto potrebbero esser state scritte da musicisti del Nord Africa. E lo stesso può dirsi di tante canzoni siciliane o spagnole» dice il testo che ho sotto gli occhi. Poi dall'omaggio musicale passa, anche lui, a quello gastronomico. Ci informa che molti piatti siciliani, spagnoli, bulgari, greci, jugoslavi (per l’appunto i paesi che furono maggiormente straziati dal colonialismo islamico) appartengono all'arte culinaria dell'Impero Ottomano. Dall'omaggio gastronomico passa a quello teologico, e dimenticando o ignorando una celebre opera che si chiama «De unitate intellectus contra Averroistas» ci informa che San Tommaso d'Aquino fu profondamente influenzato dalla scuola di Averroè. Il secondo, invece, svaluta Giambattista Vico. Afferma che la sua Teoria dei Corsi e Ricorsi era già stata formulata trecent'anni prima da un Popov che si chiamava Ibn Khaldun. Non pago di ciò deprezza Marco Polo. Ci fa capire che le «Cronache» del viaggiatore Ibn Battuta sono più interessanti del «Milione». Ridimensiona anche Giordano Bruno. Ci rimprovera di piangere sul suo rogo e non sull'uguale martirio dell'arabo Al-Hallaj. Infine definisce l'Islam «una delle più straordinarie forze politiche e morali del mondo d'oggi». (Non di ieri, di oggi). Ci rivela che lungi dall'avere una sua identità la cultura europea è un miscuglio di culture nelle quali bisogna inserire quella islamica. Si congratula per «l'integrazione che sta nobilitando il nostro continente» e si augura che il pluriculturalismo ci rinsangui sempre di più... Il terzo, ahimè, sistema la Sicilia. Voglio dire, le glorie dell'Andalusia le estende alla Sicilia soggiogata per tre secoli dai veri autori di "'O sole mio" e "FunicUn-Funiculà". Tacendo il fatto che per quasi un secolo i siciliani si opposero come leoni alla loro avanzata, anche in quella Sicilia lui vede un'Età dell'Oro. Un'epoca così felice che, ne deduci, esser di nuovo invasi dai figli di Allah è la cosa più fortunata del mondo e anziché lamentarcene dovremmo ringraziarli. «Shukran, fratelli, shukran! Grazie di venire a portarci un’altra volta la civiltà!». Per convincere meglio gli ingrati come me rivela addirittura che in Sicilia i cristiani chiedevano di convertirsi all'Islam

non per acquisire i diritti che ai cani-infedeli erano negati ma perché verso quei Popov nutrivano un'ammirazione profonda. La stessa che avrebbero nutrito i Normanni dopo averli cacciati. E va da sé che i delegati belgi o francesi lo superan, spesso, di molte lunghezze. Nel suo appassionato encomio, ad esempio, il professor Edgar Pisani direttore dell'Institut du Monde Arabe di Parigi se la piglia coi giacobini che a un certo punto della Rivoluzione Francese negoziarono con la Chiesa Cattolica, non con l'Islam...



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Guarda, in queste centottantacinque pagine vedo un unico eroe: il parlamentare norvegese Hallgrim Berg che il 9 settembre successivo, all’Assemblea di Strasburgo in procinto d'approvare il rapporto del convegno, chiese la parola e sculacciò gli spero ignari discepoli di Sigrid Hunke. «Signori» disse «qui stiamo prendendoci in giro. Questo rapporto non ha niente a che fare con la Cultura Islamica vista in retrospettiva, e non è innocente quanto sembra. Non lo è, anzitutto, perché non spende una parola sull'abominevole trattamento che le donne subiscono nella cultura islamica. Tale realtà è da voi del tutto ignorata, del tutto eclissata col pretesto che sull'Islam l'Occidente ha sempre raccontato un mucchio di bugie. Ed io non voterò per un rapporto che anziché prendere posizione sul dramma delle donne mussulmane lo

nasconde. Un rapporto che anziché toccare il tema dei Diritti Umani nell'Islam lo evita. Un rapporto che pur parlando di Diritti Umani non chiede all'Islam il rispetto dei Diritti Umani. Un rapporto che in più tace le verità del problema palestinese, il dilagare del fondamentalismo, gli aspetti negativi dell'Islam. Aspetti che di giorno in giorno crescono in maniera allarmante e strozzano il Dialogo Euro-Arabo. Signori, il vostro non è un dialogo. È un monologo fatto per conto dell'Islam. Un soliloquio dove in nome del pensiero liberale, della generosità intellettuale, le cose vengono viste da una parte e basta. Ma il pensiero liberale e la generosità intellettuale non funzionano quando esistono da una parte e basta. Voi chiedete, ad esempio, che siano ritirati i testi scolastici nei quali non si parla del contributo-dato-dall'Islam-allo-sviluppo-culturale-dell'Europa. E loro? Abbiamo qualche ragione per credere che loro intendano fare lo stesso, ossia spiegare nei paesi islamici il gran contributo che il Cristianesimo e i valori occidentali hanno dato ovunque e a chiunque? Chiedete anche di introdurre nel nostro sistema scolastico cioè nelle nostre università, in particolare nelle nostre facoltà di giurisprudenza, lo studio della Legge Coranica. E loro? Abbiamo qualche motivo per ritenere che lo studio delle nostre leggi e del nostro pensiero venga introdotto nelle loro facoltà di giurisprudenza, nelle loro università, nelle loro scuole? Signori, il vostro rapporto non è un documento culturale. È un documento politico che serve soltanto a puntellare gli interessi dell'Islam in Europa. In nome della democrazia io domando che sia rivisto, discusso, corretto, e...». Ma non servì a

nulla. «Signor Berg, ammetterà che siamo stati molto flessibili con lei. Le avevamo concesso cinque minuti, e i cinque minuti sono passati da tempo» lo interruppe a quel punto il presidente dell'Assemblea. Poi mise ai voti la sua richiesta che subito venne respinta all'unanimità e, sempre all'unanimità, il rapporto passò. Diventò la «Recommandation 1162 sur la Contribution de la Civilisation Islamique à la Culture Europeenne». Documento che, suggerendo norme ancor più tolleranti in materia di immigrazione, invitava a rivedere o a ritirare dalle scuole i testi non sufficientemente rispettosi verso l'Islam.

Invitava anche a introdurre Io studio del Corano nelle facoltà di giurisprudenza, teologia, filosofia, e storia. Non a caso il signor Berg abbandonò la politica. Lasciò Strasburgo, tornò nella sua Norvegia e, minacciando di buttar giù dalle scogliere chiunque gli rammentasse Maometto o il Parlamento Europeo si ritirò in un bosco a picco sui fiordi di Nordkinnhalvaya. Ma nemmeno lì trovò la pace che cercava, povero signor Berg. Perché proprio nella sua Norvegia, un paio di anni dopo, venne ambientato un film daI titolo «The Thirteenth Knight» (Il Tredicesimo Cavaliere). Sorta di fiaba medievale, finanziata dai Politically Correct e interpretata da un attore andaluso già distintosi nel ruolo di Mussolini giovane socialista: Antonio Banderas. E sai chi era, chi è, il Tredicesimo Cavaliere? Un mussulmano bellissimo, mitissimo, misericordiosissimo, e naturalmente religiosissimo, che scortato da un precettore non meno perfetto (Omar Sharif) verso il Decimo Secolo càpita proprio tra i fiordi di Nordkinnhalvaya. Qui incontra dodici biondacci ottusi e ignoranti quindi cani-infedeli, cavalieri sì ma ottusi e ignoranti quindi cani-infedeli, che per liberarsi d'un nemico ancor più barbaro di loro hanno bisogno delle sue islamiche virtù. E per pura nobiltà d'animo, una nobiltà che gli viene appunto dalle islamiche virtù, lui s'aggrega. Insieme ai dodici biondacci libera il villaggio, v'instaura la pace e la civiltà, poi risale a cavallo. Ritrova Omar Sharif che essendo mussulmano quindi pacifista era rimasto a pregare in una taverna, e portandosi via una norvegese chiaramente destinata ad entrare nel suo harem riparte nel sole. Il sole di Allah che brilla sull'Occidente. Il Faro-di-Luce.



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Non so se il signor Berg si sia mai ripreso dal trauma del «Tredicesimo Cavaliere» approdato a Nordkinnhalvaya. Però so che nei convegni successivi l'invito della Recommandation 1162 si estese al campo della filologia, della linguistica, dell'economia, dell'agronomia, delle scienze politiche, nonché agli istituti tecnici. Si rafforzò con l’esortazione a creare università euro-arabe in ogni paese d'Europa, a pubblicare un maggior numero di libri islamici, a mobilitare la stampa e la radio e la televisione e l'editoria «per aprire gli occhi ai male informati». E il risultato lo vedi ogni giorno, ormai. L’estate scorsa il solito quotidiano di Roma pubblicò un articolo sull'inaugurazione della moschea di Granada. Più che un articolo, una signd-hunkiana laude a gloria degli andalusi che dopo cinquecento anni potevan riudire la voce dei muezzin. Ricordando che nel 1492 Isabella di Castiglia aveva non solo completato la Reconquista cioè la Cacciata dei Mori dalla Spagna ma finanziato il viaggio con cui Cristoforo Colombo contava di raggiunger le Indie, la laude si concludeva infatti con le seguenti parole. «Ci riuscì. Però scoprì anche l'America. Ed ora viviamo in un mondo che ancora patisce per il successo di quelle due imprese».