Il ciclone Bolkestein
Un vento iperliberista spira sull'Europa
Tempo fa, quando ancora andavo al cinema con una certa frequenza, ricordo di aver visto un film bellissimo e angosciante (mi pare si chiamasse "Moon light" e che il regista fosse Jerzy Smolinowsky). Un gruppo di muratori polacchi veniva ingaggiato da un imprenditore inglese senza scrupoli per farsi letteralmente rifare la villetta in un quartiere residenziale di Londra. I quattro morti di fame venivano imbarcati in un container, sbarcati clandestinamente a Londra e chiusi in questa casa per lavorare giorno e notte, per un mese intero, in condizione di semischiavitù.
Senza conoscere una parola d'inglese, con pochi soldi in tasca per fare la spesa, i vicini sospettosi e infastiditi, la paura di essere scoperti, il terrore di essere cacciati senza la paga agognata, tutto questo messo insieme trasformava presto il loro soggiorno in una sorta di incubo irreale protratto per intere settimane. Questo film mi è ritornato in mente leggendo il materiale sulla direttiva Bolkestein.
Frits Bolkestein ha un curriculum di tutto rispetto, che non ammette equivoci. Liberale, olandese, Commissario Europeo al Mercato Interno, alla Tassazione e all'Unione Doganale nell'uscente Commissione Prodi, ha seguito un percorso professionale coerente. Dirigente della Shell, Chairman per il suo paese del Consiglio Atlantico, Ministro Olandese del Commercio con l'estero e poi della Difesa. Uno che ha sempre saputo da che parte stare. Difatti la direttiva che prende il suo nome è stata elaborata con la consultazione di 10.000 imprese europee, senza però mai aver sentito alcuna organizzazione sindacale, ambientale o impegnata nel sociale.
Il punto di vista che emerge è chiaramente di parte e la direttiva Bolkestein mira ad applicare all'Europa intera i principi del Wto e del Gats, con alcune importanti estensioni in senso ancora più liberista e competitivo. Si tratta di un ciclone che sta per abbattersi sullo statuto sociale europeo, sulla sua costituzione materiale, sulle condizioni di lavoro di milioni di persone. Vale la pena saperne di più e farlo al più presto possibile.
La direttiva Bolkestein è stata proposta il 13 gennaio 2004, non a caso pochi mesi prima dell'allargamento dell'Unione a 10 nuovi strati membri, con condizioni sociali, sindacali, fiscali e ambientali decisamente arretrate. Adesso si sta per entrare nel vivo. Il Parlamento Europeo ha tenuto un'audizione in data 11 novembre con la Commissione al Mercato Interno. Entro fine novembre la direttiva verrà sottoposta all'esame del Consiglio dei Ministri Europei e si pensa che entro marzo 2005 arrivi alla fine dell'iter di approvazione da parte del Parlamento Europeo. Quindi entro pochi mesi ci potremmo trovare di fronte ad un cambiamento epocale, senza neanche avere capito cosa ci sta succedendo.
La direttiva parte dal presupposto che dal 1993, data della virtuale creazione di un mercato interno delle merci e dei servizi, ben poco sia accaduto per permettere alle imprese di sviluppare una reale concorrenza "transfrontaliera" e che i consumatori e gli utenti non abbiano dunque potuto godere a pieno del miglioramento della qualità dei servizi e del potenziale abbassamento dei prezzi.
In sostanza, pensa la Commissione, c'è nell'economia un potenziale inespresso. Il ritardo dell'Europa e la sua bassa crescita vengono imputati alla resistenza vischiosa del vecchio sistema di vincoli. È il vecchio discorso dei lacci e lacciuoli. Il sistema non cresce e la colpa non è della politica fiscale restrittiva, della politica monetaria guardinga, della scarsa quantità e qualità degli investimenti aziendali, ma dei costi diretti e indiretti del welfare, troppo protettivo, troppo protezionista.
La ricetta è attaccare frontalmente la burocrazia, che limita la libertà d'impresa e ne intralcia lo svolgimento, per arrivare ad una concorrenza piena nel settore dei servizi, dove si annidano gli ostacoli principali ad un funzionamento efficiente della logica del mercato. L'impostazione ideologica del documento è molto chiara: la struttura dell'offerta nel campo dei servizi è imbrigliata da una serie di impedimenti, riconducibili principalmente al potere degli stati membri di disciplinare a livello nazionale i requisiti necessari per poter entrare ed operare sul mercato.
La proposta che ne consegue è quella di ridurre drasticamente le competenze dei singoli stati membri nella produzione legislativa in materia e di rivoluzionare il criterio che storicamente rappresenta l'ossatura della costruzione europea: il principio di armonizzazione. L'armonizzazione graduale delle leggi e dei regolamenti presenti nei singoli stati membri alla normativa comunitaria ha consentito uno sviluppo lento e non traumatico dell'omogeneità in campo sociale, fiscale ed economico.
Adesso si vuole passare di colpo al "Principio del paese d'origine", contenuto nel contestatissimo articolo 16 della Direttiva Bolkestein.
In sostanza l'articolo stabilisce che qualunque fornitore di servizi, all'interno della Comunità, è soggetto solo alla legislazione del paese dove ha sede legale la società, e non alla legislazione del paese dove presta il servizio.
Si tratta di una enorme trasformazione, che può interessare tutti i servizi vendibili, quindi esclusi solo quelli forniti dal settore pubblico in forma gratuita, e che può arrivare a coprire il 50% circa dell'economia comunitaria. È evidente che la direttiva, se approvata in questa versione, aprirebbe la strada a tre processi inevitabili:
- la completa apertura alla concorrenza e alla privatizzazione di quasi tutte le attività di servizio, dalle attività logistiche di qualunque impresa produttiva, ai servizi pubblici come istruzione e sanità;
- la deregolamentazione totale dell'erogazione dei servizi, con drastica riduzione delle possibilità d'intervento degli enti locali e delle organizzazioni sindacali;
- la destrutturazione e lo smantellamento del mercato del lavoro attraverso la precarizzazione ed il dumping sociale all'interno dell'Unione Europea.
E arriviamo così al vero cuore del problema. Con la direttiva Bolkestein il padronato europeo intende passare alla cassa e capitalizzare quello che davvero gli sta a cuore nell'allargamento dell'Europa a 25 membri: lo sfruttamento dei differenziali presenti tra vecchio gruppo e nuovi arrivati.
Oggi all'interno dei 25 paesi esiste un differenziale di costo del lavoro, a parità di prestazione, che può andare da 1 a 8, se prendiamo i minimi della Romania e li confrontiamo con i massimi della Germania. Un differenziale così importante non può tenere per lungo tempo ed il capitale intende "portarlo a valore", facendo entrare a pieno titolo le prestazioni a costo più basso in media con le altre, per sfruttare il basso costo del lavoro all'est e usarlo come leva per abbassare le pretese dei lavoratori dell'ovest. I prodromi di questo ragionamento sono già presenti nella sconfitta dell'Ig Metall, un anno e mezzo fa, nel richiedere l'estensione delle 35 ore anche nelle regioni dell'ex Ddr. Le conferme ulteriori negli accordi alla Bosch (in Francia) e alla Siemens (in Germania), quando sono stati scambiati aumenti degli orari contro garanzie sull'occupazione. L'ultimo caso evidente è quello Volkswagen. Quello che abbiamo visto nella contrattazione alla Volkswagen rischia di diventare condizione comune: richiesta sindacale iniziale al 4,5% di aumento, ridotta al 2% in costo d'opera, e chiusa ad aumenti zero, con maggiori flessibilità d'orario, in cambio della promessa di mantenere in Germania i 120.000 posti di lavoro nei sei stabilimenti tedeschi. La delocalizzazione, già usata come clava nella contrattazione industriale, potrà ora essere estesa anche al protetto settore dei servizi grazie all'effetto prodigioso della direttiva Bolkestein.
L'Europa si sta dunque attrezzando alla competizione globale. Gli esempi non mancano. Gli Usa utilizzano da anni un modello produttivo come quello delle "maquilladoras", che insedia oltre la frontiera con il Messico gran parte del potenziale produttivo manifatturiero, con massicci risparmi sui costi ed elevata flessibilità produttiva. In Oriente il miracolo giapponese è cresciuto su cinque diversi livelli di sfruttamento della forza lavoro, diversificata dai livelli minimi del Vietnam, fino al livello massimo della madrepatria nipponica.
L'attacco al welfare ed all'autonomia degli stati nazionali può finalmente portare alla fine il modello "renano", già in profonda crisi per conto suo. Lo snellimento della struttura statale, l'alleggerimento delle prestazioni sociali fornite, l'allentamento dei vincoli che regolano l'attività d'impresa possono dare nuovo carburante al sistema del business, espandere il campo d'intervento dell'attività imprenditoriale privata, innalzare il livello dei profitti, a scapito delle garanzie sociali collettive.
Al capitale europeo si aprono prospettive nuove: c'è un terreno quasi vergine da arare, risorse naturali ed umane da sfruttare, una forza lavoro (talvolta di elevata qualità) da mettere alla prova, senza la necessità di pagarla granché. La fortezza Europa, che respinge i migranti non contingentati, non intende perdere l'occasione per livellare al ribasso le condizioni di lavoro e di vita dei propri cittadini, per liberare risorse da destinare ad un nuovo ciclo di accumulazione, di capitale e di profitti.
Lavorare per una evoluzione di segno diverso oggi significa, qui, difendere le conquiste realizzate sul campo attraverso cicli di lotta di svariate generazioni, e semmai spingere tutti insieme perché la costruzione europea non sia solo intesa come sviluppo delle migliori condizioni di profitto, ma come occasione di allargamento delle tutele, dei diritti e del benessere delle persone e dei paesi finora esclusi dalla "festa" capitalista.
Renato Strumia
Umanità Nova, numero 36 del 14 novembre 2004, Anno 84
Direttiva Bolkestein, welfare sotto scacco
DI RAOUL MARC JENNAR, RICERCATORE PRESSO OXFAM SOLIDARITÉ (BRUXELLES) E URFIG (PARIGI).
martedì 2 novembre 2004
Deregolamentazione del mercato del lavoro, privatizzazione dei servizi. Tutto ciò che si nasconde dietro il provvedimento che sta per essere varato in Europa
La Commissione Europea ha annunciato una nuova Direttiva tesa a «ridurre i vincoli alla competitività» (IP/04/37, 13 gennaio 2004). Dietro questi propositi si nasconde un nuovo attacco irresponsabile della Commissione contro quel che resta del «modello europeo», agonizzante dopo le privatizzazioni che si sono succedute e le ripetute rimesse in causa dei diritti sociali. Si tratta di un progetto di Direttiva "relativa ai servizi per il mercato interno", preparato dall'ultraliberista commissario europeo Bolkestein. Il testo del progetto, il comunicato stampa e una valutazione generale della Direttiva si trovano sul sito:
http://www.europa.eu.int/comm/intern...ces/index.htm.
L'obiettivo è imporre ai 25 Stati membri dell'Unione le regole della concorrenza commerciale, senza alcun limite, in tutte le attività di servizio che non sono già coperte da altre normative europee. Ciò significa che la logica del profitto s'imporrà ovunque. Chi ha familiarità con le regole dell'Organizzazione mondiale del commercio (Omc/Wto) e dell'Accordo generale sul commercio dei servizi (Agcs/Gats), riconoscerà in questo progetto di Direttiva i principi e le procedure già stabilite da quegli accordi. Ancora una volta l'Unione europea non protegge dalla globalizzazione neoliberista; ne prende, anzi, la guida.
Oggetto della Direttiva
Il progetto di Direttiva stabilisce «un quadro giuridico generale per eliminare gli ostacoli alla libertà di insediamento dei fornitori di servizi e alla libera circolazione dei servizi in seno agli Stati membri». La Direttiva definisce (art. 4) i servizi come segue: «Ogni attività economica che, secondo l'art. 50 del Trattato istitutivo, si occupa della fornitura di una prestazione oggetto di contropartita economica». Chiaramente sono presi in considerazione tutti i servizi eccetto quelli erogati direttamente e gratuitamente dai poteri pubblici: l'istruzione e la cultura, la sanità e le cure sanitarie. Un promemoria della Commissione (Memo/04/03, 13 gennaio 2004) presenta una lista incompleta dei servizi presi in considerazione dalla Direttiva, che vanno dai servizi giuridici alle professioni artigianali, l'edilizia, la distribuzione, il turismo, i trasporti, i servizi sanitari e di copertura delle cure sanitarie, i servizi ambientali, gli studi di architettura, le attività culturali, il collocamento.
Gli "ostacoli"
Gli "ostacoli" sono rappresentati dalle legislazioni e regolamenti nazionali, considerati dalla Commissione europea «arcaici, obsoleti e in contraddizione con la legislazione europea». Occorre «riformare» per «modernizzare». Ma questi "ostacoli" sono spesso disposizioni prese dai poteri pubblici per la migliore prestazione del servizio dal punto di vista dell'utilizzo dei fondi pubblici, dell'accesso di tutti, delle garanzie fornite per la sua qualità, del diritto al lavoro, delle tariffe, della trasparenza.
Gli "ostacoli" presi di mira dalla Commissione europea sono dunque decisioni che i poteri pubblici hanno preso per evitare che il settore dei servizi diventi una giungla. Ecco perché la Commissione europea intende rimettere in causa «il potere discrezionale delle autorità locali» (IP/02/1180 del 13 luglio 2002), ossia delle istituzioni elette e controllate democraticamente. La Direttiva proposta è una vera e propria aggressione portata da un gruppo di tecnocrati al servizio delle imprese private contro le scelte operate in passato dalle istituzioni votate a suffragio universale.
Modus operandi
[- ] Il principio del Paese d'origine (art. 16) Allo scopo di eliminare gli ostacoli alla libera circolazione dei servizi, il progetto rinuncia a una pratica consolidata nella costruzione europea, quella dell'armonizzazione, assurta quasi a principio fondatore. Per comprendere questo cambiamento radicale, occorre avere presente l'importanza dell'ingresso dei nuovi dieci stati membri, le cui legislazioni fiscali, sociali e ambientali sono quelle proprie dello "Stato minimo". L'armonizzazione non risponde più necessariamente all'interesse delle imprese private e, dal momento che ciò ora serve, viene sostituita dal "principio del Paese d'origine". Secondo questo principio, un fornitore di servizi è sottoposto alla legge del Paese in cui ha sede l'impresa, e non a quella del Paese dove fornisce il servizio. Ci si trova di fronte a un vero e proprio incitamento legale a spostarsi verso i Paesi dove le normative fiscali, sociali e ambientali sono più permissive, con il risultato che il nuovo principio, una volta diventato norma europea, eserciterà una forte pressione sui Paesi i cui standard fiscali, sociali e ambientali proteggono di più l'interesse generale. Con il "principio del Paese d'origine", la Direttiva viola l'art. 50 del Trattato istitutivo della Comunità europea, secondo cui «il fornitore di servizi può esercitare a titolo temporaneo la sua attività nel Paese in cui fornisce la prestazione alle stesse condizioni che questo Paese pratica alle imprese nazionali». La regola del "Paese d'origine" diventerà pertanto una facile scappatoia per le imprese erogatrici di servizi.
[- ] Regimi di autorizzazione (artt. da 9 a 15) Per facilitare la libertà di insediamento, gli Stati dovranno limitare le condizioni poste all'autorizzazione di insediamento di un'attività di servizio. Queste condizioni dovranno essere non discriminatorie, obiettivamente giustificate da ragioni imperative di interesse generale, adeguate a tali ragioni, precise e non equivoche, obiettive e rese pubbliche in anticipo. Nel caso in cui i poteri pubblici non rispettino queste condizioni, il fornitore privato di servizi potrà ricorrere in giudizio. Gli Stati non potranno più: esigere la nazionalità del Paese di insediamento da parte del fornitore, del suo personale, dei detentori del capitale sociale, dei membri degli organi di gestione e di sorveglianza; esigere la residenza nel territorio del Paese di insediamento da parte delle stesse persone; subordinare l'autorizzazione all'insediamento all'esistenza di un bisogno economico o alla domanda di mercato; subordinare l'autorizzazione alla valutazione degli effetti economici attuali o potenziali dell'attività prevista; subordinare l'autorizzazione all'armonizzazione dell'attività; obbligare il fornitore a costituire o partecipare a una garanzia finanziaria o a sottoscrivere un'assicurazione presso un altro fornitore o organismo esistente sul territorio in cui egli opera; obbligare il fornitore a essere stato iscritto a un registro o ad aver esercitato quell'attività per un periodo minimo di tempo.
Gli Stati dovranno modificare le proprie legislazioni per eliminare ogni caratteristica considerata "discriminatoria" nelle condizioni sotto specificate, in modo da giustificarne la ragion d'essere e per provare che tali esigenze non vanno oltre quanto necessario a raggiungere l'obiettivo: limiti quantitativi o territoriali basati sulla popolazione o su una distanza geografica minima; obbligo di costituirsi sotto una forma giuridica particolare; esigenze legate alla detenzione di capitale: obbligo di disporre di un capitale minimo per certe attività o avere una qualifica personale particolare per detenere il capitale sociale o gestire certe società; imposizione di un numero minimo di dipendenti; tariffe obbligatorie (minima e massima) che il prestatore deve rispettare; divieti e obblighi in materia di vendita a perdere e di saldi; obbligo da parte del fornitore di dare accesso a servizi forniti da altri; obbligo da parte del fornitore di servizi di fornire, insieme al suo, altri servizi specifici.
Sarà la Commissione europea, di cui si conosce la "devozione" verso le imprese private, a verificare che la legislazione degli Stati membri si adegui alle nuove disposizioni. Questo progetto sottrae ai poteri pubblici qualsiasi diritto di indirizzare l'organizzazione dell'attività economica del proprio Paese.
[- ] 3. La sanità (art. 23) La Direttiva non prevede norme particolari per nessun settore dei servizi, tranne che per le cure sanitarie. Se un fornitore di cure sanitarie dello Stato A vuole stabilirsi nello Stato B, quest'ultimo non può subordinare l'autorizzazione dell'insediamento alla presa in carico delle cure sanitarie da parte del forniture di cure dello Stato A sulla base del sistema di sicurezza sociale dello Stato B (quello dove egli si vuole stabilirsi). Un fornitore di cure che si stabilisca in un Paese, non è quindi tenuto a rispettare il sistema di sicurezza sociale del Paese ospite. Ci si trova in presenza della volontà deliberata da parte della Commissione europea di togliere agli Stati il potere di decidere della loro politica sanitaria. Così facendo, la Direttiva viola il principio di sussidiarietà previsto dall'art. 152-5 del Trattato secondo cui «nella sanità pubblica l'azione della Comunità rispetta pienamente la responsabilità degli Stati membri quanto a organizzazione ed erogazione di servizi sanitari e cure mediche».
[- ] 4. L'armonizzazione commerciale (art. 29) La Commissione riscopre le virtù dell'armonizzazione quando si tratta di decidere l'abrogazione di una norma etica: l'interdizione della pubblicità commerciale per le professioni regolamentate, che viene considerata "desueta e sproporzionata" (IP/04/37 del 13 gennaio 2004). L'abrogazione deve permettere per esempio ai medici o agli architetti per esempio di entrare pienamente nella competitività commerciale e fare uso delle regole della concorrenza a scapito delle riserve che impone loro la deontologia.
L'impatto
Le conseguenze di questa Direttiva, se adottata, sarebbero considerevoli.
[- ] 1. La nuova definizione dei servizi è molto ampia e apre la strada alla privatizzazione e alla messa in concorrenza di quasi tutte le attività di servizio, compresa la quasi totalità dell'insegnamento, la totalità della sanità e delle attività culturali.
[- ] 2. Il "principio del Paese d'origine" permette di deregolamentare e privatizzare totalmente i servizi che non sono forniti direttamente e gratuitamente dai poteri pubblici.
[- ] 3. Il "principio del Paese d'origine" consente di destrutturare e smantellare il mercato del lavoro nei Paesi in cui è organizzato e protetto: un'impresa polacca che distacchi dei lavoratori polacchi in Francia o in Belgio, ad esempio, non dovrà più chiedere l'autorizzazione alle autorità francesi o belghe se ha già ottenuto l'autorizzazione dalle autorità polacche e a quei lavoratori si applicherà solo la legislazione polacca. Inoltre se l'impresa polacca utilizza personale che proviene, ad esempio, dalla Ucraina (Paese che non fa parte dell'Unione), solo la legislazione polacca verrà applicata a questi dipendenti. Infine il principio consentirà alle imprese ad interim di distaccare lavoratori interinali negli altri Stati membri senza la minima restrizione, alle condizioni salariali del Paese d'origine.
[- ] 4. La scomparsa delle restrizioni nazionali all'insediamento apre la strada allo "Stato minimo", e cioè a uno Stato che ha perso il diritto di fare le scelte fondamentali nella politica dell'istruzione, della sanità, della cultura e dell'accesso di tutti ai servizi essenziali.
La Direttiva e il Gats
Il progetto di Direttiva si può applicare a quattro modalità di fornitura dei servizi, che il Gats così definisce.
[- ] Prima modalità: i servizi transfrontalieri, come quelli provenienti dal territorio di un Paese membro e destinati a un altro Paese membro; ad esempio, la trasmissione telematica di consulenze di avvocati del paese A al paese B senza spostamento fisico di una delle due parti.
[- ] Seconda modalità: il consumo transfrontaliero o quello all'estero, come l'affitto da parte di un turista del paese A di una macchina all'estero.
[- ] Terza modalità: la sistemazione di un fornitore di servizi di uno Stato membro sul territorio di un altro Stato membro.
[- ] Quarta modalità: il distacco temporaneo di persone, come ad esempio operai edili del paese B occupati provvisoriamente nel paese A, nel quadro di un contratto edile eseguito da una impresa del paese B. Il Gats riguarda tutti i servizi di tutti i settori, con una sola eccezione, i servizi pubblici forniti nell'esercizio del potere governativo a condizione che non lo siano su base commerciale (devono essere gratuiti), né in concorrenza con altri fornitori.
La Direttiva sarà applicata a tutti i servizi forniti alle imprese e ai consumatori, eccetto quelli erogati gratuitamente e direttamente dai poteri pubblici. La direttiva e il Gats poggiano su principi comuni. La regola della trasparenza vale a dire l'obbligo di fornire informazioni sui servizi. L'accesso al mercato che implica che i Paesi aprano il loro mercato ai fornitori di Paesi terzi e che questi ottengano il diritto di fornire quei servizi sul loro territorio. Il trattamento nazionale quello in base al quale lo Stato membro deve riservare ai fornitori stranieri di servizi lo stesso trattamento riservato ai fornitori nazionali, con l'aggravante - rispetto al Gats - che, nel caso della Direttiva, lo Stato non può imporre le proprie leggi ai fornitori stranieri.
Nel quadro del Gats questi principi devono essere esplicitati per ogni settore e sono possibili delle restrizioni; non è così nella Direttiva. Essa prevede che gli Stati membri non possano subordinare l'accesso a una attività di servizio e alla sua fornitura ad un particolare regime di autorizzazione come ad esempio test di necessità economica, salvo: se l'obiettivo perseguito non può essere realizzato attraverso una misura meno restrittiva; se il regime di autorizzazione non è discriminatorio verso un altro fornitore di servizi; se la necessità di un tale regime si giustifica per motivi vincolanti di interesse generale.
Il Gats riconosce invece che i Governi possono intervenire con la regolamentazione pubblica purché essa abbia un fondamento scientifico e non esista un'altra regolamentazione meno distorsiva della concorrenza. Il progetto di Direttiva appare chiaramente per quel che è: una trasposizione del Gats, in chiave ancora più neoliberista.
La Direttiva e l'allargamento
Questa Direttiva, una volta adottata dal Parlamento europeo, si applicherà a tutti i 25 Stati membri dell'Unione. Bisognerebbe essere ingenui per credere a una coincidenza tra la presentazione di questo progetto e l'allargamento dell'Europa. Il "principio del Paese d'origine" diventa interessante solo perché l'allargamento crea due spazi in seno all'Europa: uno formato dai Paesi che ancora conoscono le regole di diritto in campo fiscale, sociale e ambientale; e un altro spazio che, in seguito alle intense pressioni del Fmi, della Banca mondiale e dell'Unione europea, è stato "riformattato" secondo i principi neoliberisti prima dell'ingresso nell'Unione dei Paesi che vi appartengono. Con questa Direttiva, viene legalizzato il dumping fiscale, sociale e ambientale.
Dossier tratto dal trimestrale "Quarto Stato"
DI MARCO BERSANI
Bolkestein o Frankestein?
DALL' UE UNA DIRETTIVA CONTRO LO STATO SOCIALE E I DIRITTI DEL LAVORO
sabato 23 ottobre 2004
Si chiama Bolkestein - dal nome del Commissario Europeo per la Concorrenza e il Mercato Interno dell' uscente commissione Prodi - la Direttiva con cui l'UE si appresta a dare il colpo di grazia a quel che resta del "modello sociale europeo", già agonizzante dopo le privatizzazioni che si sono succedute e la continua messa in discussione dei diritti sociali e del lavoro.
La proposta di Direttiva - approvata all'unanimità della Commissione Europea nello scorso 13 gennaio - è entrata in dirittura d'arrivo: il prossimo 11 novembre si terrà l'udienza al Parlamento Europeo della Commissione per la Concorrenza e il Mercato Interno; a fine novembre sarà sottoposta al vaglio del Consiglio dei Ministri Europei; da lì inizierà l'iter procedurale per giungere, probabilmente a marzo 2005, al voto finale del Parlamento Europeo.
La Direttiva Bolkestein -elaborata dopo la consultazione di ben 10.000 aziende europee e nessun sindacato e/o organizzazione della società civile- è uno degli obiettivi di mobilitazione contenuti nell'appello dei movimenti sociali uscito dal Forum Sociale Europeo di Londra, in cui si è proposto il lancio di una campagna continentale per il ritiro completo e immediato della stessa.
Proviamo a capire perchè.
Come il Gats
Pomposamente annunciata come un provvedimento teso a "diminuire la burocrazia e ridurre i vincoli alla competitività nei servizi per il mercato interno", la Direttiva Bolkestein (IP/04/37) si prefigge di imporre ai 25 Stati membri dell'Unione le regole della concorrenza commerciale, senza alcun limite, in tutte le attività di servizio"; dove, per servizio si intende (art. 4) "ogni attività economica che si occupa della fornitura di una prestazione oggetto di contropartita economica".
E' evidente la similitudine con i principi e le procedure già stabilite in sede di Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) con l' Accordo generale sul Commercio dei Servizi (Gats). Similitudine che è esplicitata direttamente a pag. 16, laddove si dice come " i negoziati Gats sottolineano la necessità per l'UE di stabilire rapidamente un vero mercato interno dei servizi per assicurare la competitività delle imprese europee e rafforzare la sua posizione negoziale". Ed ecco svelato l'arcano: l'Europa deve privatizzare i servizi sul mercato interno per poter pretendere, da una posizione di forza all'interno dei negoziati Gats, la privatizzazione dei servizi nel resto del mondo. Ovvero, siamo all'Europa che, lungi dal proteggere le popolazioni dalla globalizzazione neoliberista, si candida ad assumerne la guida.
Peggio del Gats
Ma la Direttiva Bolkestein va ancora oltre. Innanzitutto perchè - al contrario del Gats - non prevede alcuna possibilità di restrizioni nazionali all'accordo. Configurandosi come una direttiva "orizzontale" e non nominando alcun settore in particolare, si applica dovunque sia possibile l'apertura di un mercato, intendendo l'esistenza di un mercato "ogni settore di attività economica in cui un servizio può essere fornito da un privato". In secondo luogo perchè gli ostacoli "burocratici" alla competitività, che si prefigge di eliminare, sono in larga parte le disposizioni prese dai poteri pubblici per la migliore prestazione del servizio in termini di garanzie sociali ed ambientali, di tutela dell'accesso universale, di trasparenza delle procedure, di qualità del servizio, di diritti del lavoro, di contenimento delle tariffe.
In pratica, si rimette radicalmente in discussione il potere discrezionale delle autorità locali; poco importa che queste ultime siano elette e controllate democraticamente dai cittadini, a differenza dei membri della Commissione Europea!
Il principio del paese d'origine
Ma il cuore della Direttiva Bolkestein - e la sua eccezionale gravità - risiede nell'art. 16 relativo al principio del paese d'origine. Con questo principio, l' UE rinuncia definitivamente alla pratica dell'armonizzazione" fra le normative dei singoli Stati, pratica che era finora assurta ad elemento quasi fondativo dell'Unione stessa.
Secondo il nuovo principio, un fornitore di servizi è sottoposto esclusivamente alla legge del paese in cui ha sede l'impresa, e non a quella del paese dove fornisce il servizio. Per dirla in parole semplici quanto apparentemente incredibili: un' impresa polacca che distacchi lavoratori polacchi in Francia o in Belgio, non dovrà più chiedere l'autorizzazione alle autorità francesi o belghe se ha già ottenuto l'autorizzazione delle autorità polacche, e a quei lavoratori si applicherà solo la legislazione polacca.
E' evidente, in questo principio, la novità introdotta dall'allargamento dell'UE agli ex-paesi dell'Est: poiché entrano nell' UE paesi le cui legislazioni fiscali, sociali e ambientali in questi quindici anni di "transizione" sono divenute quelle proprie dello "Stato minimo", si abbandona l'armonizzazione e si prepara un processo di vero e proprio dumping sociale. Siamo di fronte ad un incitamento legale a spostare le imprese verso i Paesi a più debole protezione sociale e del lavoro, e, una volta approvata definitivamente la Direttiva, a pressioni fortissime sui Paesi i cui standard sociali e di lavoro sono storicamente molto più avanzati.
Colpo di grazia allo stato sociale e ai diritti del lavoro
Senza volersi addentrare in ulteriori, ma significativi, dettagli - come, ad esempio, il fatto che il controllo sulle condizioni di lavoro dei lavoratori distaccati in un altro paese è affidata agli ispettori del paese d'origine! - appaiono chiarissimi i segni che la Direttiva Bolkestein è destinata a lasciare:
[- ] a) apertura alla concorrenza e alla privatizzazione di quasi tutte le attività di servizio, dalle attività logistiche di qualunque impresa produttiva ai servizi pubblici come istruzione e sanità;
[- ] b) deregolamentazione totale dell'erogazione dei servizi con drastica riduzione, se non annullamento, delle possibilità d'intervento degli enti locali e delle organizzazioni sindacali;
[- ] c) destrutturazione e smantellamento del mercato del lavoro attraverso la precarizzazione e il dumping sociale all'interno dell' Unione Europea
Necessaria una mobilitazione di massa
Se questo è il quadro, stupisce come la risposta da parte di partiti, sindacati e movimenti abbia tardato ad arrivare. A partire dall'informazione, ancor oggi patrimonio di poche e volenterose organizzazioni, ma priva della diffusione di massa che una Direttiva così grave meriterebbe.
Al Forum Sociale Europeo di Londra, la rete europea di Attac ha costruito due seminari ed un workshop che hanno visto la partecipazione di componenti importanti dei sindacati e dei movimenti : dalle marce europee alla Federazione Europea dei Trasporti, dall'insieme dei sindacati nordici (svedesi e belgi in prima fila) al Sud-PTT francese, da Oxfam Solidarity alla Cgil - Funzione Pubblica. Ma tutto ciò continua ad essere largamente insufficiente rispetto alla portata dell'attacco ai diritti, prevista dalla direttiva Bolkenstein. Senza una forte mobilitazione dei sindacati nazionali ed europei, dei movimenti sociali continentali, delle forze politiche nei Parlamenti nazionali ed Europeo, la partita del modello sociale europeo rischia di essere definitivamente persa. Per questo e da subito, occorre che nei luoghi di lavoro, nei territori e nelle sedi istituzionali si costruiscano percorsi di sensibilizzazione e di mobilitazione che, a partire dalla prossima scadenza dell' 11 novembre al Parlamento Europeo, giungano nel marzo 2005 a Bruxelles con una grandissima manifestazione per l'Europa sociale e per il ritiro "senza se e senza ma" della famigerata Direttiva Bolkestein. Un'altra Europa è possibile, ma a condizione che ciascuno si assuma la sua parte nel difficile compito di costruirla.




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