Visualizzazione Stampabile
-
Citazione:
In Origine Postato da nuvolarossa
... guarda che se il messaggio del duo Buttiglione-Ferrara e':
«Vogliamo un mondo in cui si sia santi o peccatori, ma non ignavi»
credo che ci sia da essere d'accordo ... e mi sembra anche in sintonia con lo spirito del Thread .... l'importante e' il non essere degli ignavi ... cioe' dei menefreghisti .... credo che sia un messaggio molto piu' laico che non confessionale ... come si potrebbe attribuire a Buttiglione.
http://www.nuvolarossa.org/modules/news/
Vabbè, si è capito da che parte stai. Tu sei proprio come i La Malfa: predichi bene e razzoli male... :rolleyes: :rolleyes: :rolleyes:
Però, scusa, lascia stare i brights e dedicati al tuo nuovo ruolo di "devoto".
-
PERCHÉ NON POSSIAMO NON DIRCI LAICI
EUGENIO SCALFARI
da Repubblica - 7 novembre 2004
Da parecchio tempo avevo in animo di tornare su un tema che accompagna da molti anni i miei pensieri e i miei comportamenti politici e professionali. Il tema è quello del laicismo, del rapporto tra le credenze religiose e lo Stato, tra i diritti individuali e l´organizzazione d´una società di uomini liberi.
Questo gruppo di questioni sta all´origine della modernità occidentale e perfino dell´evoluzione delle Chiese cristiane. Se infatti il cristianesimo ha saputo e potuto aggiornare costantemente la propria dottrina e i canoni interpretativi della realtà sociale senza rinchiudersi nelle bende del dogma, ciò è dovuto soprattutto al fatto della presenza dialettica del potere civile accanto a quello ecclesiastico, nella reciproca autonomia dell´uno e dell´altro, alle lotte che ne sono derivate e agli equilibri che di volta in volta ne sono scaturiti.
Dal «date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio» alla guerra delle investiture sul finire dell´XI secolo, al lungo contrasto tra Impero e Papato che segnò il XIII e il XIV, fino alla nascita dell´Umanesimo, della libera scienza, della Riforma, delle monarchie nazionali, del diritto civile accanto e al di sopra del canone ecclesiastico, questa è stata la storia dell´Occidente europeo. Essa ha toccato infine il suo culmine nell´epoca dei Lumi, dell´egemonia della ragione e della tolleranza, nella dichiarazione dei diritti dell´uomo e del cittadino, nella guerra d´indipendenza americana e nella grande rivoluzione dell´Ottantanove incardinata nei princìpi tricolori di libertà eguaglianza fraternità.
Se tra le grandi religioni monoteistiche il cristianesimo è stato quello che più e meglio ha conservato e arricchito la sua dinamicità e se l´Occidente euro-americano ha prodotto il pensiero, la cultura e le istituzioni liberali e democratiche, l´elemento fondativo e il filo con il quale questo percorso è stato tessuto sta interamente in quella dialettica mai spenta tra lo Stato, le Chiese, gli individui. La compresenza degli Stati e delle Chiese ha consentito agli individui di essere attori sia all´interno delle Chiese sia all´interno degli Stati, impedendo alle prime di scivolare nella teocrazia e ai secondi di tracimare dall´assolutismo regio al totalitarismo, approdando infine alla democrazia repubblicana.
Perché non possiamo non dirci laici
Certo la religione fu cemento comune in un´epoca che stava ancora traversando la profonda crisi dell´Impero Romano, delle sue istituzioni, del suo assetto economico e sociale. Ma quella religione sarebbe rimasta probabilmente semplice culto se non avesse potuto recuperare le tracce di Roma e di Bisanzio che avevano irradiato il "lago" mediterraneo e pontico con i rispettivi retroterra in tutti i quattro punti cardinali.
* * *
La discussione storica è dunque aperta da tempo su queste questioni, ma essa ha registrato negli ultimi anni una trasformazione rapida e profonda. La sua natura storica ha ceduto il posto ad un´attualizzazione politica, ideologica e addirittura elettorale. Si è visto sorgere, nel corso delle elezioni presidenziali americane, una sorta di "partito di Dio" nell´ambito della destra conservatrice, i teo-con accanto ai neo-con con alla testa lo stesso George W. Bush sempre più infervorato e pervaso da un ruolo quasi messianico che ha saldato la sua azione politica con i sentimenti di una vasta parte del popolo.
L´analisi del voto effettuata dopo il 2 novembre è ormai univoca: Bush e i suoi strateghi elettorali hanno unito insieme la pulsione missionaria di chi assegna all´America il compito di portare nel mondo il modello americano della democrazia e del libero mercato con la pulsione altrettanto potente di chi vuole recuperare nella società la moralità tradizionale contro ogni deviazione. Ethics-con e teo-con uniti insieme presuppongono come punto di riferimento religioso, anzi ideologico, un barbuto e severo Dio degli eserciti, il Dio mosaico tonante dalle vette del Sinai, che ha molto più i tratti vetero-testamentari che non quelli del Figlio incarnato e ammantato di amore e misericordia. Non a caso le Chiese evangeliche mobilitate in occasione del voto del 2 novembre hanno indicato il loro modello di riferimento nel «maschio bianco che ha il fucile in casa e che va ogni domenica in chiesa». È l´immagine antica del pioniere alla conquista del West, con la pistola nella fondina e la Bibbia nella borsa, dei paesi delle grandi pianure e della lotta contro il popolo indiano, della giustizia amministrata direttamente sul posto con processi sommari e popolari, delle grandi mandrie transumanti dagli allevamenti alle città. E dei predicatori che richiamano gli uomini al timore di un Dio tonitruante dall´alto dei cieli, che vuole il suo popolo armato nelle coscienze e nelle fondine purché obbediente ai suoi precetti morali.
Bush è da dieci anni, prima ancora di diventare presidente degli Stati Uniti, uno dei punti di riferimento del movimento evangelico dei «rinati in Cristo», spina dorsale del fondamentalismo e del messianesimo cristiano negli Stati americani del Midwest e del Sud. Un movimento che conta 60 milioni di aderenti reclutati tra le varie Chiese protestanti e spesso in competizione con le congregazioni originarie. Si poteva pensare che questo movimento non lambisse le comunità cattoliche, ma non è stato così. Nel complesso messaggio di Papa Wojtyla, ripartito tra la condanna della guerra, la critica al consumismo e al liberismo capitalistico e la morale sessuale puritanamente tradizionale, il grosso dei cattolici americani e del loro clero ha privilegiato quest´ultimo aspetto, trasformando anche la loro Chiesa sullo stesso piano del movimento evangelico, sia pure con toni e linguaggi più moderati.
Questa comunque è l´America che ha vinto le elezioni del 2 novembre e Bush è l´uomo che la guida. È possibile che il suo secondo mandato si caratterizzi all´inizio con approcci più aperti verso un recupero di multilateralismo in politica estera perché l´America ha bisogno d´un momento di respiro sul teatro iracheno, soprattutto per quanto riguarda la compartecipazione europea ai costi finanziari della guerra. Ma la strategia complessiva non cambierà. La missione salvifica d´una America destinata ad esportare nel mondo i suoi modelli di riferimento economici, ideologici, istituzionali, servendosi tutte le volte che sia necessario del braccio militare e della superiorità tecnologica, imponendo la sua legge a tutte le altre potenze, non cambierà per la semplice ragione che Bush è un uomo di fede e la missione storica che si è dato è quella di fare della sua America l´impero del Bene contro l´impero del Male, incarnato dal terrorismo islamico, dagli Stati-canaglia ed anche dalla corruzione delle idee e dei costumi. «Dio non è neutrale», ripete spesso nei suoi discorsi e messaggi al popolo americano. «Dio è con noi». Un Dio crociato che risponde al nome di Cristo anche se ha poche attinenze con la predicazione di Gesù di Nazareth tramandata dagli evangelisti. C´è molto di Paolo in questa visione del cristianesimo combattente e molto anche del Giovanni apocalittico; molto meno di Agostino.
Ma il vero discrimine è con il liberalismo laico dell´Occidente moderno, che ridiventa in questo contesto l´antemurale della ragione contro una fede che punta a fare della religione un elemento costitutivo della politica.
In queste condizioni è evidente che il fossato tra le due sponde dell´Atlantico è diventato dopo il 2 novembre molto più profondo. È del pari evidente che i valori dell´Occidente non sono più gli stessi tra l´America e l´Europa anche se la diplomazia dei governi continuerà a mantenere in piedi la sempre più tenue ipotesi, ispirata alla realpolitik d´una recuperata convergenza all´insegna della lotta contro il terrorismo da tutti ovviamente condivisa.
Del resto, prima o poi, il problema d´un cristianesimo crociato si porrà ? si è già posto ? anche alla Chiesa cattolica e alla sua finora tenace avversione contro ogni guerra di religione e di civiltà.
Certo, esiste anche un´Europa che simpatizza con la follia teo-con e con i nuovi crociati, così come per fortuna esiste un´altra America che contrasta nettamente con quella di George Bush. Gli schieramenti su problemi così complessi sono sempre trasversali. Ma il dato nuovo è questo: dopo un breve periodo di caduta delle ideologie in favore d´un pragmatismo tutto politico, le ideologie tornano prepotentemente in campo. L´America imperiale ed evangelica ha chiaramente enunciato la propria. E l´Europa laica?
* * *
I laici non hanno, per definizione, né papi né imperatori né re. Neppure vescovi, tantomeno vescovi-conti. Hanno, come signore di se stessi, la propria coscienza. Il senso della propria responsabilità. I princìpi della libertà eguaglianza e fraternità come punti cardinali di orientamento.
Sulla base di quei princìpi il loro percorso si è intrecciato anche con il cristianesimo e con il socialismo. Con quest´ultimo sulla base d´una eguaglianza che in nessun caso può essere disgiunta dalla libertà vissuta come inalienabile diritto degli individui al di là d´ogni discriminazione di razza, di religione, di sesso. Con il cristianesimo sulla base, anch´essa, della non-discriminazione e quindi del valore dell´individuo vivificato dalla pulsione verso la solidarietà e l´amore del prossimo.
Il sempre più spesso ricordato «perché non possiamo non dirci cristiani» di crociana fattura rappresenta un lascito storico e storicistico dal quale traluce un´inconfondibile impronta laica poiché la coscienza laica assume nel suo sé gli eventi che hanno potentemente contribuito a trasformare la realtà (e il cristianesimo è stato ed è tra i più rilevanti) privilegiandone gli aspetti dinamicamente propulsivi e inserendoli nel quadro di una modernità umanistica che concilia la fede con il rispetto dell´altro e con la libera scelta individuale.
Il laicismo ha il suo culmine nell´abolizione dell´idea stessa di "peccato". Non c´è peccato se non quello che rafforza le pulsioni contro l´altrui libertà. Non c´è peccato se non l´egoismo dell´io e del noi contro il tu e il voi. Non c´è peccato se non la sopraffazione contro l´altro e contro il diverso.
Il laico non è relativista né, tantomeno, indifferente. Soffre con il debole, soffre con il povero, soffre con l´escluso e qui sta il suo cristianesimo e il suo socialismo. Perciò il laico fa proprio il discorso della montagna. Fa propria la frusta con la quale Gesù scaccia i mercanti dal tempio della coscienza, si dà carico dell´Africa come metafora dei mali del mondo.
Il laico vuole l´affermazione del bene contro i mali, i tanti mali che abbrutiscono l´individuo sulla propria elementare sussistenza impedendogli di far emergere la propria coscienza, i propri diritti e i propri doveri al di sopra della ciotola sulla quale reclina la poca forza di cui ancora dispone per appagare i bisogni primari dell´animale nudo che è in lui.
E´ secondario che il laico abbia una fede e dia sulla base della propria fede una senso alla sua vita, oppure che non l´abbia, non creda nell´assoluto e non veda nella vita se non il senso della vita e non veda nella morte se non la restituzione della sua energia vitale ai liberi elementi dalla cui combinazione è nata la sua consapevole individualità.
Questa è a mio avviso la moralità e l´ontologia del laico ed anche la sua antropologia e la sua pedagogia. Il Cristo che perdona l´adultera e associa Maria di Magdala allo stuolo dei suoi discepoli è un laico, come il Cristo che riconosce al potere civile ciò che al potere civile spetta per organizzare la civile convivenza.
In realtà il Figlio ha profondamente modificato l´immagine del Padre che, annichilendo Giobbe, inneggia alla creazione del Leviatano come manifestazione della sua infinita e indiscutibile potenza. Con la quale annulla ogni teodicea e l´idea stessa della giustizia. Noi europei abbiamo conosciuto purtroppo il Leviatano all´opera e quindi siamo vaccinati contro ogni sua possibile incarnazione. La stessa immagine d´un qualsiasi impero contrasta con i valori dell´Occidente laico e dovrebbe contrastare ancor di più con i valori del cristianesimo e del singolo cristiano, fosse pure in nome del Bene con la maiuscola.
Per questo è vero che non possiamo non dirci cristiani ed è altrettanto vero che non possiamo non dirci laici in tempi nei quali cresce la bestiale violenza, l´inutile guerra, l´intolleranza, l´egoismo, il disconoscimento dell´altro e del diverso. I contrari di tutti questi sono i valori dei laici e con essi noi laici ci identifichiamo. È anche questa una fede, che ingloba le fedi al livello di ragione. Una fede che si affida alla volontà anziché alle illusioni e agli esorcismi contro la morte. Personalmente mi consola pensare che la nostra energia vitale è indistruttibile e servirà anch´essa a mantenere la cosmica energia che alimenta in perpetuo la vita
da www.articolo21.com
-
-
Il futuro e' bright
[The future looks bright]
Richard Dawkins*
Pubblicato per la prima volta sul The Guardian del 21 giugno 2003
Il linguaggio può contribuire a incidere sul modo con cui pensiamo il mondo. Richard Dawkins saluta il tentativo di promuovere la consapevolezza dell'ateismo eleggendo una parola con associazioni allegre.
Una volta mi è capitato di leggere una storia di fantascienza in cui degli astronauti in viaggio verso una stella lontana diventavano sempre più nostalgici: “E pensare che là dietro sulla terra è primavera!” Potreste non accorgervi subito di cosa c’è di sbagliato, tanto è radicato il nostro inconscio sciovinismo da emisfero settentrionale. “Inconscio” è proprio la parola giusta. E’ lì che subentra la presa di coscienza.
Sospetto che sia per una ragione più profonda della trovata divertente se, in Australia e Nuova Zelanda, si possono acquistare cartine del mondo col polo sud in alto. Ora, non sarebbe una cosa eccellente da appendere nelle pareti delle nostre aule di scuola? Splendido per far prendere coscienza. Giorno dopo giorno, i bambini si ricorderebbero che il nord non ha il monopolio dell’alto. La mappa li incuriosirebbe e al tempo stesso aumenterebbe la loro consapevolezza. Tornerebbero a casa e ne parlerebbero coi propri genitori.
Le femministe ci hanno fatto lezione sulla presa di coscienza. Ero solito ridere ai «lui o lei», e ai “chairperson” [neologismo inglese delle femministe per sostituire con un neutro il titolo di presidente; NdT], e cerco ancora di evitarli per motivi estetici. Ma riconosco il potere e l’importanza della presa di coscienza. Ora mi ritraggo a «un uomo un voto». La mia coscienza è aumentata. Probabilmente anche la vostra, e questo è importante.
Deploravo quello che consideravo come formalismo nei miei amici atei americani. Erano ossessionati dall’eliminare “sotto Dio” dal Giuramento di Fedeltà (era stato inserito successivamente nel 1954), mentre io me la prendevo di più proprio per l’atto, ripugnantemente sciovinistico, di giurare fedeltà ad una bandiera. Avrebbero cancellato il «In God we Trust» da ogni biglietto da un dollaro che gli passava tra le mani (di nuovo, era stato inserito solo nel 1956), mentre io ero più preoccupato per i dollari esentasse accumulati dai televangelisti coi capelli fonati che derubavano le vecchiette ingenue dei loro risparmi di una vita. I miei amici avrebbero rischiato di essere allontanati dai vicini per protestare contro i cartelloni dei Dieci Comandamenti alle pareti delle aule di scuola. “Ma sono solo parole”, avrei protestato. “Perché mobilitarsi tanto solo per le parole, mentre c’è molto altro su cui puntare?” Ora la penso diversamente. Le parole non sono banali. Sono importanti perché fanno prendere coscienza.
Il mio contributo preferito per la presa di coscienza è quello che ho menzionato tante volte prima (e non me ne scuso perché la presa di coscienza si basa sulla ripetizione). Un’espressione come “bambino cattolico” o “bambino musulmano” dovrebbero far battere violentemente i campanelli di protesta nella mente, come quando indietreggiamo al sentire «un uomo un voto». I bambini sono troppo piccoli per conoscere le loro opinioni religiose. Proprio come non si può votare fino a 18 anni, si dovrebbe essere liberi di scegliere la propria cosmologia ed etica senza l’impertinente presunzione da parte della società che si erediteranno quelle dei genitori. Dovremmo essere inorriditi se ci raccontassero di un bambino leninista o di uno neoconservatore o di uno monetarista hayekiano. Così non è forse una sorta di abuso del bambino parlare di bambino cattolico o di bambino protestante? Specialmente nell’Irlanda del nord e a Glasgow dove tali epiteti, tramandati per generazioni, hanno diviso i vicini per secoli e possono anche equivalere ad una condanna a morte.
Bambino cattolico? Orrore. Bambino protestante? Disgusto. Bambino musulmano? Brividi. Ognuno dovrebbe prendere coscienza a questo livello. Occasionalmente è necessario un eufemismo, e suggerisco “Bambino di genitori ebrei (ecc.)”. Quando ne converrete, questo è tutto quello che stiamo dicendo. Proprio come l’alto-basso (di nuovo lo sciovinismo da emisfero nord: orrore!) delle cartine della Nuova Zelanda fa prendere coscienza sulla verità geografica, i bambini dovrebbero sentirsi descritti non come “bambini cristiani” ma come “bambini di genitori cristiani”. Questo di per sé farebbe prendere loro coscienza, rendendoli in grado di formare le proprie menti e scegliere se o quale religione preferiscano, piuttosto che credere solo che religione significhi “stesse credenze dei genitori”. Io posso ben immaginare che questa libertà di scegliere tradotta linguisticamente potrebbe portare a non scegliere alcuna religione.
Per piacere uscite e impegnatevi perché le persone prendano coscienza delle parole che usano per definire i bambini. Ad una cena, per esempio, se mai udiste una persona parlare di una scuola per bambini islamici, o bambini cattolici (potete leggere frasi del genere ogni giorno sui giornali), prorompete: “Come osi? Non parleresti mai di un bambino Tory o di un bambino New Labour, per cui come potresti descrivere un bambino come cattolico (islamico, protestante ecc.)?” Con un po’ di fortuna, tutti quelli a cena, la prossima volta che sentiranno questo tipo di frasi offensive, ne saranno disgustate, o almeno le noteranno e il meme si diffonderà.
Un successo della presa di coscienza è stato il dirottamento omosessuale verso la parola “gay”. Lamento la perdita di gay nel (cosa penso sia ancora) suo vero senso. Ma nel suo lato positivo [bright] gay ha ispirato un nuovo imitatore, che è l’oggetto principale di questo articolo. Gay è succinto, leggero, positivo: una parola “alta”, dove omosessuale è una parola bassa, e finocchio, checca e frocio sono insulti. Quelli di noi che non danno contributo a nessuna religione; quelli di noi la cui visione dell’universo è naturale piuttosto che soprannaturale; quelli di noi che sono contenti nel reale e sprezzano il falso conforto dell’irreale, abbiamo bisogno di una parola nostra, una parola come “gay”. Potete dire “io sono un ateo” ma nel senso migliore suona borioso (come “Io sono un omosessuale”) nel peggiore infiamma il pregiudizio (come “Io sono un omosessuale”).
Paul Geisert and Mynga Futrell, di Sacramento, California, hanno convenuto di creare una nuova parola, un nuovo “gay”. Come gay, dovrebbe essere un sostantivo derivato da un aggettivo, col suo significato originale cambiato ma non troppo. Come gay, dovrebbe essere orecchiabile: un meme potenzialmente prolifico. Come gay, dovrebbe essere positiva, fresca, allegra, luminosa [bright].
Bright? Sì, bright. Bright è la parola, il nuovo nome. Io sono un bright. Tu sei un bright. Lei è una bright. Noi siamo i bright. Non è tempo che tu ti riveli come un bright? Lui è un bright? Non posso immaginare di innamorarmi di una donna che non sia una bright. Il sito web www.celebatheist.com suggerisce numerosi intellettuali e altre persone famose che sono bright. I bright costituiscono il 60% degli scienziati americani ed uno straordinario 93% di quegli scienziati abbastanza bravi per essere eletti all’elite della National Academy of Sciences (equivalenti ai Fellow membri della Royal Society) sono bright. Guarda un lato positivo [bright]: nonostante al momento presente non possono ammetterlo ed essere eletti, il Congresso degli Stati Uniti deve essere pieno di bright nascosti. Come per i gay, in più si rivelano, più facile sarà per ancora più bright fare lo stesso. Le persone restie ad usare la parola ateo potrebbero essere felici di rivelarsi come bright.
Geisert and Futrell insistono molto sul fatto che la loro parola è un sostantivo e non un aggettivo. “Io sono bright” suona arrogante. “Io sono un bright” suona troppo familiare per essere arrogante: è sconcertante, enigmatica, intrigante. Fa venire la domanda, “Cosa è un bright sulla terra?” A quel punto voi: “Un bright è una persona la cui visione del mondo è libera da elementi sovrannaturali e mistici. L’etica e le azioni di un bright sono basate su una visione naturalistica del mondo.”
“Vuoi dire che un bright è un ateo?”
“Allora, alcuni bright sono lieti di chiamarsi atei. Alcuni bright chiamano se stessi agnostici. Alcuni chiamano se stessi umanisti, altri liberi pensatori. Ma tutti i bright possiedono una visione del mondo priva di elementi sovrannaturali e mistici”
“Oh, ho capito. E’ un po’ come ‘gay’. Allora, cos’è il contrario di bright? Come chiameresti una persona religiosa?”
“Cosa suggeriresti?”
Certo, anche se noi bright insisteremo scrupolosamente che la nostra parola è un sostantivo, se diventasse popolare probabilmente seguirebbe gay per eventualmente riemergere come nuovo aggettivo. E quando questo succederà, chissà, potremmo finalmente avere un presidente bright.
- Puoi firmarti come un bright su www.the-brights.net.
(*) Richard Dawkins è charles simonyi professor per la comprensione pubblica della scienza alla Oxford University. Il suo ultimo libro è A Devil's Chaplain.
La questione bright
[The Bright Stuff]
Daniel C. Dennett*
Pubblicato per la prima volta sul New York Times del 12 luglio 2003
E’ ora per noi bright di venire allo scoperto. Cos’è un bright? Un bright è una persona con una visione del mondo naturalista e contrapposta ad una soprannaturalista. Noi bright non crediamo nei fantasmi o negli elfi o nel Coniglio Pasquale – o in Dio. Noi non siamo d’accordo su molte cose, e possediamo varie visioni circa la morale, la politica e il senso della vita, ma condividiamo l’incredulità nella magia nera – e nella vita dopo la morte.
Il termine “bright” è stato recentemente coniato da due bright di Sacramento, California, i quali pensano che il nostro gruppo sociale – che ha una storia che si spinge fino all’Illuminismo, se non prima – potrebbe offrire un’immagine nuova di zecca e che un nome fresco potrebbe essere d’aiuto. Non confondete il sostantivo con l’aggettivo: “Io sono un bright” non è un vanto ma l’ammissione di una visione del mondo interrogativa.
Voi potreste ben essere dei bright. Se no, avete di certo a che fare coi bright ogni giorno. Questo perché siamo tutt’intorno a voi: siamo medici, infermieri, ufficiali di polizia, insegnanti di scuola, guardie agli incroci e uomini e donne che servono nell’esercito. Siamo i vostri figli e figlie, vostri fratelli e sorelle. I college e le università pullulano di bright. Tra gli scienziati, siamo la maggioranza dominante. Volendo preservare e trasmettere una grande cultura, noi insegniamo anche nelle scuole di catechismo e nei corsi ebraici. Molti membri del clero nazionale sono forti bright, sospetto. Noi siamo, infatti, l’ossatura morale della nazione: i bright prendono i loro compiti civili seriamente precisamente perché non credono che Dio salvi l’umanità dalle sue follie.
Come adulto maschio, bianco, sposato, sicuro economicamente, non ho l’abitudine di considerarmi membro di una minoranza bisognosa di protezione. Se c’è qualcuno seduto ai posti di comando, ho pensato, è gente come me. Ma ora comincio a sentire un po’ di caldo, e nonostante non sia ancora insopportabile, ho pensato che è ora di suonare l’allarme.
Sia che siamo una minoranza o, come sono incline a credere, una maggioranza silenziosa, le nostre più profonde convinzioni sono sempre più respinte, sminuite e condannate da quelli al potere – dai politici che abbandonano la loro via per invocare Dio e, pavoneggiandosi e benedicendosi, passare in quella che chiamano “la parte degli angeli.”
Un sondaggio del 2000 del Forum Ecclesiastico sulla Religione e la Vita Pubblica (Pew Forum on Religion and Public Life) stima che 27 milioni di americani sono atei o agnostici o non hanno alcuna preferenza religiosa. Risulta ben troppo basso, dal momento che molti non credenti sono restii ad ammettere che la loro osservanza religiosa è più un compito civico e sociale che religioso – più un motivo di colorazione protettiva che convinzione.
La maggior parte dei bright non ricopre il ruolo dell’“ateo aggressivo”. Noi non desideriamo trasformare ogni nostra discussione in un dibattito religioso, e non desideriamo offendere i nostri amici e vicini, quindi manteniamo un silenzio diplomatico.
Ma il prezzo è l’impotenza politica. I politici non pensano di doverci neanche un riconoscimento di facciata, e leader che neanche morti oserebbero fare insulti religiosi o etnici, non esitano a denigrare i “senza dio” tra di noi.
Dalla Casa Bianca in giù, colpire i bright è considerata una strategia per ottenere voti a basso rischio. E, di certo, l’attacco non è solo metaforico: l’amministrazione Bush ha portato avanti cambiamenti nelle regole di governo e nelle politiche per incrementare il ruolo delle organizzazioni religiose nella vita quotidiana, un grave sovvertimento della Costituzione. E’ ora di porre un freno a questa erosione e reagire: gli Stati Uniti non sono uno stato religioso, sono uno stato secolare che tollera le religioni e – sì – altrettanto ogni genere di credenze etiche non religiose.
Ho recentemente preso parte ad una conferenza a Seattle che ha riunito importanti scienziati, artisti e autori per parlare onestamente e informalmente delle loro vite ad un gruppo di studenti delle scuole superiori molto intelligenti. Verso la fine dei miei 15 minuti a disposizione, ho tentato un piccolo esperimento. Mi sono dichiarato bright.
Ora, la mia identità non sorprenderebbe chiunque avesse la benché minima conoscenza del mio lavoro. Ciononostante, il risultato è stato elettrizzante.
Molti studenti alla fine si sono alzati per ringraziarmi, con passione notevole, per averli “liberati”. Ho capito quanto soli e insicuri questi adolescenti pensierosi si sentissero. Non avevano mai udito un adulto di rispetto dire, in un modo del tutto prosaico, di non credere in Dio. Avevo tranquillamente rotto un tabù e mostrato quanto fosse facile.
In più, molti egli speakers successivi, inclusi alcuni Nobel, furono ispirati a dire che loro, pure, erano bright. In ogni caso l’affermazione sollevava l’applauso. Anche più gratificanti furono i commenti di adulti e studenti come quelli che in seguito mi cercarono per dirmi che, sebbene non fossero bright, supportavano i diritti dei bright. E questo è quello che più di tutto noi vogliamo: essere trattati con lo stesso rispetto accordato a Battisti e Indù e Cattolici, né più né meno.
Se si è bright, cosa si può fare? Per primo, possiamo essere una potente forza nella vita politica americana semplicemente se ci identifichiamo. (I bright fondatori tengono un sito Web in cui potete risultare e venire contati.) Comprendo, comunque, che mentre venire fuori dall’anonimato è stato facile per un accademico come me – o per il mio collega Richard Dawkins, che ha pubblicato un appello simile in Inghilterra – in alcune parti del paese ammettere di essere un bright potrebbe condurre ad una calamità sociale. Per cui per favore: niente “outing”.
Ma non c’è ragione perché tutti gli Americani non supportino i diritti dei bright. Io non sono né un gay né un afro-americano, ma nessuno può insultare i neri o gli omosessuali mentre io ascolto e andarsene tranquillo. Al di là della vostra teologia, potete fermamente obiettare quando sentite la famiglia o gli amici schernire atei o agnostici o altri gruppi di persone senza dio.
E potete fare ai vostri politici candidati la domanda: votereste per un candidato bright altrimenti qualificato? Sopportereste la nomina di un bright alla Corte Suprema? Pensate che ai bright dovrebbe essere concesso di diventare insegnati di scuola superiore? E capi di polizia?
Lasciate che i candidati d’America pensino come rispondere al coro crescente dei bright. Con un po’ di fortuna, presto sentiremo qualche politico in imbarazzo provare ad uscire dalla situazione col fievole commento “alcuni dei miei migliori amici sono bright”.